EUROPA DELLE NAZIONI O EUROPA DEGLI UOMINI?
IL PROBLEMA DELL’UNITÀ GIURIDICO-POLITICA EUROPEA
NELLE RIFLESSIONI DI CLAUDE BRUAIRE E
DI MAURICE DUVERGER

Lorenzo SCILLITANI*

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Lorenzo Scillitani (2015): "Europa delle nazioni o Europa degli uomini? Il problema dell’unità giuridico-politica europea nelle riflessioni di Claude Bruaire e di Maurice Duverger", en Revista europea de historia de las ideas políticas y de las instituciones públicas, n. 9 (octubre 2015). Puede leerse este artículo en línea en el siguiente sitio indicado a continuación: http://www.eumed.net/rev/rehipip/09/maurice-duverger.html


Resumen: Planteamiento dicotomista sobre si debemos construir una Europa de los hombres o una Europa de las naciones. Se recogen reflexiones que al respecto, tuvieron Claude Bruaire y Maurice Duverger. Bruaire es un metafísico y un cultivador de la filosofía política y de la filosofía del derecho. Maurice Duverger es un jurista, un politólogo y un marxista.

Palabras clave: Maurice Duverger, Claude Bruaire, Europa.

Resum: Plantejament dicotomista sobre si hem de construir una Europa dels homes o una Europa de les nacions. Es recullen reflexions que, sobre aquest tema, van tenir Claude Bruaire i Maurice Duverger. Bruaire és un metafísic i un conreador de la filosofia política i de la filosofia del dret. Maurice Duverger és un jurista, un politòleg i un marxista.

Paraules clau: Maurice Duverger, Claude Bruaire, Europa.

1. Premessa

Quando si pensa, oggi, all’Europa, ai significati che si addensano attorno a questo nome, alle molteplici valenze che questo comporta1, a quali autori si fa appello? Ad autori che vanno per la maggiore, che attirano l’interesse del popolo degli studiosi per la loro diffusa presenza nella letteratura scientifica di riferimento, o viceversa ad autori (almeno oggi) scarsamente «digitati» nelle ricerche sul web? Rivolgersi a Claude Bruaire e a Maurice Duverger vuol dire, oggi, inclinare per la seconda opzione, nella consapevolezza di operare una scelta apertamente e dichiaratamente controtendenziale, tanto più se si considera di mettere a confronto non due filosofi o due politologi, ma un filosofo e un giurista-politologo: un filosofo a suo modo atipico e poliedrico – metafisico, filosofo della religione, del diritto e della politica, come Bruaire – e un giurista e scienziato della politica, per giunta anche politicamente impegnato – quale è stato Duverger.

Si circoscriverà la ri-lettura double face di questi autori al tema dell’unità europea, da intendersi, a partire da entrambi, come qualcosa che implica una portata intensamente giuridica2-e-politica. La crisi che l’Europa, in quanto entità politica che si vorrebbe unitaria, sta attraversando3 è probabilmente dovuta non tanto a un deficit di democrazia, lamentato da più parti4, quanto a un deficit di ragione politica: Bruaire prima, già nel 1974, poi Duverger, nel 1994, segnalavano al riguardo, rispettivamente con quaranta e venti anni di anticipo, gli stessi elementi problematici che i contemporanei – studiosi di varia estrazione e competenza – rilevano con lo sguardo rivolto al presente, e a un sempre più incerto futuro5. La provenienza eterogenea di questi due autori, tra loro estremamente diversi in termini di profilo intellettuale e di vocazione alla ricerca, risulterà non di obiezione ma di incentivo a una possibile sintesi di giudizio realmente interdisciplinare, nell’ottica di una reinterpretazione complessiva di ciò che dovrebbe essere inteso, in senso eminentemente filosofico-giuridico6, e filosofico-politico, come Europa.

Se Bruaire scrive La ragione politica7 in un periodo che vede ancora l’Europa divisa tra due blocchi di appartenenza ideologica contrapposti, ma in qualche modo pacificata, Duverger scrive L’Europa degli uomini8 in un momento che registra, dopo la caduta del Muro di Berlino, il culmine della prima guerra esplosa sul suolo europeo dopo il 1945, ossia la sequenza di conflitti interetnici che negli Anni Novanta tormentano la ex-Jugoslavia. L’uno e l’altro sono attenti e perspicaci osservatori della difficile costruzione di un’identità9 politica europea che a tutt’oggi, in una situazione attraversata da tensioni e incertezze piuttosto che da speranze10, registra sostanzialmente le medesime criticità11 – anche conflittuali (si pensi alla crisi ucraina, esplosa nel 2014) – di allora, sia pure con l’acquisizione di obiettivi che sembrano segnare punti significativi a favore del processo d’integrazione economica, istituzionale, culturale degli Stati aderenti all’Unione Europea.

Si procederà pertanto a una ripresa di alcuni dei passaggi delle riflessioni di Bruaire e di Duverger ritenuti più pertinenti a un tentativo di messa a fuoco delle dimensioni essenziali della questione dell’unità politica dell’Europa.

2. Europa delle nazioni?12

Bruaire precisa il senso di una critica della ragion politica nei termini di una contingenza storica segnata dalla contraddizione tra la libertà13 e la forza, da una parte e, dall’altra, la ragione14: premesso che l’essenza del politico non si esaurisce nella politica15, si osserva che la libertà che pone la contingenza della ragione politica, come il volere che la sostiene, «affronta l’irrazionalità dei poteri e riesce a ridurli solo attingendovi forza per stabilire un diritto»16. L’opposizione dialettica della forza e della libertà nei confronti della ragione si presenta tuttavia in maniera diversa: «per sussistere, la libertà richiede la ragione, e la ripudia soltanto per alienarsi. La forza è richiesta perché sia resa ragione, ma non si serve affatto della ragione, se non nell’astuzia della violenza (…). La libertà può dunque fare violenza alla ragione, rischiando di perdersi. Ma essa non può imporre ragione alla forza senza essere a sua volta forte. L’iniziativa del politico è quindi sempre una scommessa: che la forza neghi la forza attraverso la libertà, a condizione che la libertà si scelga a sua volta, piuttosto che il contrario»17. Libertà, forza e ragione entrano in una tensione dialettica nella quale si fa spazio il diritto18: «la libertà è impotente senza il potere e la sua forza. Pertanto, la sua scelta del diritto è solo velleità, utopia, astrazione. Ma la forza è l’arma del diritto solo se la libertà ne fa il suo proprio mezzo»19. Per questo c’è bisogno di un potere, il quale però diventa tirannico se non edifica e non serve lo Stato, il quale si configura come l’istituzione moderna che organizza la vita sociale come sistema giuridico20; «ma lo statalismo manda in rovina la realtà del politico come il volere nazionale»21, per cui c’è bisogno della nazione22, depurata di quella degenerazione che è il nazionalismo, anti-Stato in quanto anti-nazione23.

Storicamente, il processo di integrazione politico-istituzionale dell’Europa24 si è sviluppato all’insegna di un sovradimensionamento dell’economico rispetto al politico – come più avanti si avrà modo di ritornare, per riprendere Duverger –, dovuto al retaggio di ben due conflitti mondiali scatenati dal prevalere della violenza politica, oltre che al progressivo consolidarsi di un primato dell’economia all’interno dello stesso dibattito politico delle idee. In una temperie socio-culturale tendenzialmente post-nazionale25, giacché in qualche modo, sia pure parzialmente, post-politica26, o, per altri versi, impolitica, l’ampia convergenza dei soci fondatori di organismo come la CEE sul paradigma (iper)economico, assunto come costitutivo di una unione anche politica, ha fatto sì che il punto focale attorno al quale pensare e progettare un’Europa politicamente unita coincidesse con l’elemento economico. Già nei primi anni Settanta, Bruaire assisteva al profilarsi dello stesso problema europeo di fronte al quale ci si trova oggi: l’allargamento delle frontiere dell’Unione europea, lungi dall’avviarne il superamento, non ha fatto che dilatarne le dimensioni, mostrando non tanto i fattori di inefficienza di una costruzione, quanto i limiti dell’impostazione progettuale che ne è alla base.

Qualunque sia la forma istituzionale – federale27, confederale28, o di altro modello, partecipe a diversi livelli di strutture ordinamentali già sperimentate – che s’intenda calare sul processo di unificazione europea, se non si affronta il tema dell’economicismo esclusivistico che ispira le linee d’indirizzo della costruzione europea29, si rischia di non cogliere i motivi, e i significati, della crisi oggi in atto, come, d’altro canto, le opportunità che essa in ogni caso racchiude. Il postulato economicistico che informa le «politiche» di una «comunità30», oggi di una «unione», che si vorrebbe intrinsecamente apolitica procede da un’ipotetica, se non pretesa, comunanza di interessi che la produzione e la circolazione delle merci, all’interno di uno spazio (sub-)continentale, sarebbe di per sé capace di generare, in concorrenza con potenze economiche extra-europee: ieri USA, URSS e Giappone, oggi USA, Cina, Russia e altre realtà politico-economiche emergenti. In un’epoca che, con le dovute differenze contingenti, registrava le medesime criticità attuali, Bruaire si domandava: «chi o che cosa può garantire a ciascun partner europeo che l’interesse dell’altro non sarà, domani, legato a queste potenze che oggi vengono percepite come ostili? Se esiste solamente la legge dell’interesse, perché sarebbe preferibile non essere il loro ricco satellite?»31.

La pretesa legge – economicistica – dell’interesse è unitiva o divisiva? Quale fattore, se non politico, almeno culturale in senso lato, assicura la prima ipotesi? Si sa che gli scambi commerciali rappresentano, da sempre, una valida alternativa al conflitto, ma è anche vero che le guerre commerciali non sono tali solo per modo di dire, perché non di rado sfociano in conflitti armati. Non è un caso se il processo di integrazione delle economie europee abbia preso avvio non dall’industria – salvo che, parzialmente, nell’esperienza della CECA (fondata nel 1950) – ma dall’agricoltura, nel presupposto che lo sviluppo industriale crei motivi di attrito più difficili da neutralizzare rispetto ad altri settori economici: questo è il punto, si tratta di difficoltà squisitamente politiche, che si erano ritenute tali da poter essere superate32. Quale sarebbe, in altre parole, l’«interesse superiore» in nome del quale sacrificare gli interessi particolari di questa categoria di produttori piuttosto che di quell’altra? Quali categorie, o quali individui, sarebbero titolati a stabilirlo? Viene così a crearsi una situazione nella quale «si domanda ai poteri tutto e il contrario di tutto, paralizzando le negoziazioni con la coniugazione di nazionalismi economici destinati per principio ad abolire le nazioni politiche»33.

La spoliticizzazione dell’integrazione europea, operata in chiave economica, si rovescia nel suo opposto, in una iper-politicizzazione camuffata da apoliticismo dichiarato, che copre l’insormontabile contraddizione dell’economicismo, il quale «consiste nella vecchia legge dell’individuo ed è plasmato dalla sola necessità che la supera: la necessità della violenza meccanica»34. Al potere sovranazionale individuato nell’entità paneuropea in perenne «costruzione» viene richiesto un surplus di prerogativa coercitiva, nella speranza di servire al meglio gli interessi economicamente costituiti, e perseguiti35: ne deriva che «la scelta puramente economica si dà tra una maggiore o una minore coercizione, non tra una unità politica o una più vasta. (…). Un’Europa integrata si troverebbe posta di fronte ad altri imperi economici. A meno che proprio l’interesse non divenga l’istanza scaduta di un’integrazione che lo distrugge: il meccanismo universale governerebbe il mondo solo a dispetto dell’appetito che lo suscita»36.

In largo anticipo sui tempi che hanno celebrato il trionfo di una visione pan-economicistica del confronto geo-economico, geo-culturale, geo-religioso e geopolitico tra le nuove realtà emerse dalla globalizzazione post-1989, Bruaire osservava che «non soltanto è illusorio, ma è derisorio aspettarsi una unità politica da una coalizione di interessi»37, perché il senso – ossia la politicità di una entità unitaria, retta dal perseguimento di un interesse generale, giuridicamente tutelato – non può derivare da un non-senso, ovvero dalla legge selvaggia dell’interesse38. In altri termini, un’alleanza di interessi non è in grado di poggiare su di una legge politicamente costitutiva, quale è la legge di libertà dalla quale Bruaire deduce la categoria di nazione. Un super-Stato, super-coercitivo, coincidente con una sorta di anti-nazione europea, dovrebbe dettare una legge, come quella dell’interesse, che è in antitesi con la dinamica dei soggetti nazionali, molteplici e irriducibili39. Si delinea quindi, nella lettura di Bruaire, l’alternativa tra un’Europa degli interessi, da edificare in una prospettiva che si vuole decentrata dalla politica, ma che invero equivale ad anti-politica, e un’Europa delle nazioni.

L’Europa degli interessi economici, comunque mascherati, contribuirebbe, nell’ottica di Bruaire, al consolidamento della figura storica di un mondo caratterizzato da opposizioni tra sistemi privi di ideologie avverse40: un mondo coincidente con una virtuale, hegeliana fine della Storia, dominata dalla compiuta organizzazione dell’asservimento planetario. Questa Europa, la nuova Europa tecnocratica a trazione economicistica, nel ’74 era ancora un progetto in fase di elaborazione; oggi, corrisponde già a un possibile esito, storicamente osservabile. Sistema tra i sistemi, anche quello europeo non riconosce una medesima libertà di cittadini che vivono di un medesimo diritto, ma registra solo l’autonomia di un funzionamento interno41: la ricerca di una funzionalità al metasistema degli interessi spinge l’Europa a competere con gli altri attori della scena mondiale in termini di puri e semplici rapporti di esclusione42. Se è la ragione economica a determinare il criterio di misura, e di valutazione, di una progettualità anche politica, il risultato è la subordinazione della politica all’economia, il che equivale alla subordinazione della libertà e del diritto alle (presunte) leggi dell’economia. Corollario di questa deriva è, oltre a un’evidente eclissi della democrazia all’interno del (peraltro incerto) perimetro europeo, l’accrescersi delle minacce alla stabilità e alla pace dentro e fuori dei confini – o, per meglio dire, dell’area degli interessi economici – dell’Europa.

L’Europa delle nazioni, viceversa, preserverebbe, nella riflessione di Bruaire, la possibilità politica della libertà, perché darebbe a questa motivo d’imporsi sull’economicismo dell’economia moderna43; al tempo stesso, l’Europa delle nazioni, in quanto Europa dei popoli e dei cittadini44, preserverebbe le condizioni della positività di una pace internazionale, sostenuta da rapporti di reciproca indipendenza politica45, essendo la pace il compito della ragione politica46, e della ragione giuridica. L’Europa delle nazioni, subordinando l’economia alla politica, sottrarrebbe alla competizione degli interessi la dettatura dell’agenda politica, restituendo piena sovranità a popoli e uomini liberi. Questo passaggio non può compiersi che nel rispetto dell’irriducibilità, e nella valorizzazione della pluralità, e talora della stessa eccezionalità47, delle istanze nazionali, perché solo una dinamica interna così sostenuta, difesa e promossa, a tutti i possibili livelli – istituzionali, culturali, linguistici48 –, può convertirsi, all’esterno, in dinamismo propositivo e creativo di percorsi di pacificazione interetnica, internazionale, interculturale, interreligiosa. In questo senso, se l’Europa dovesse cadere preda del mostro che cova in seno, cioè della violenza dello (stra)potere economico, porrebbe una minaccia alla pace, intra-europea e mondiale, più di quanto non possa esserlo un riarmo cinese (e giapponese) o la destabilizzazione innescata dalla Rinascita islamica. Un’economia subordinata alla politica può a sua volta crescere, a beneficio di tutti, prima che nell’interesse di pochi, oltre i limiti che fatalmente l’economicismo incontra; una politica asservita all’economia finisce col sottrarre a quest’ultima la chance di tendere a un bene ulteriore ai meccanismi della produzione e del consumo.

La logica dell’economicismo porta a ritenere che «più Europa» equivalga a «meno nazione», nella pretesa illusoria che un’aggregazione istituzionalmente efficace possa essere la risultante di un processo di attenuazione, quando non di azzeramento, delle differenze. Questo approccio implica di fatto uno svuotamento progressivo delle ragioni di essere europei, o di diventarlo49, con conseguente demotivazione ideale50 ad aderire a una storia, a una tradizione, a un futuro51 comuni. L’appiattimento della questione europea sulla sua dimensione monetaria – si pensi all’identificazione della (semi)unità economica dell’Europa con l’Euro52, presente in una sensibilità diffusa – è solo uno degli indici di palese, e perniciosa, disattenzione dei responsabili delle politiche europee al nucleo filosofico53 della ragione politica europea. Per non parlare dell’utopia di un’Europa nazione, o dell’ipotesi di un’Europa delle regioni, che fa slittare la questione-Europa a un livello sub-nazionale, localistico, e quindi pre-politico, preparando un dominio centralistico a propulsione economicistica.

La subalternità dell’Europa al primato dell’economia globalista fa ritenere che l’europeizzazione delle istituzioni debba necessariamente passare attraverso un depotenziamento delle istanze nazionali, le quali costituiscono, in realtà, la diversità e insieme la ricchezza dell’Europa stessa. Questo però non vuol dire altro che «meno Europa», anzi «meno che Europa», un prosciugamento della densità delle sue risorse più preziose. Restituire alla politica il suo legittimo primato significa riposizionare l’Europa nell’elemento spirituale della composita e stratificata civiltà – greca, romana, cristiana54 – che l’ha caratterizzata. Il problema è che, nell’impasse odierna, non si intravede chi abbia il coraggio di raccogliere questa sfida. La domanda resta dunque aperta: il futuro arriderà all’Europa delle nazioni, o all’Europa dei mercati e delle banche? L’Europa si rinnoverà nel segno, e nel pensiero, di una solida unità politica di nazioni libere e democratiche, abitate e animate da cittadini attivamente partecipi della cosa pubblica, o si rassegnerà al destino, marginale, di una (dis-)Unione messa in piedi sulle fragili basi di una provvisoria e, per definizione, precaria comunanza di interessi?

3. Europa degli uomini?

«Noi non coalizziamo gli Stati, ma uniamo gli uomini»: in questa affermazione di Jean Monnet55 si condensa lo spirito dello scritto di Duverger dedicato espressamente all’Europa, e concepito in un’ambientazione storico-politica diversa, per molti aspetti congiunturali, da quella nella quale rifletteva Bruaire, ma sostanzialmente simile, anche con riguardo alle linee di tendenza dell’odierna costruzione europea. Ciò vuol dire che è possibile rintracciare una costante della problematica europea, quantomeno nei termini di una perdurante ricerca di equilibrio tra la forza centripeta delle istituzioni comunitarie e le spinte centrifughe dei partners.

Duverger studia il problema dell’unità politica dell’Europa in una chiave ermeneutica che ne accentua i caratteri giuridico-istituzionali, con strumenti derivati essenzialmente dall’analisi storico-politologica. Se la Comunità Economica Europea, nella quale vive Bruaire, è composta da 9 Paesi, già vent’anni più tardi la Comunità Europea, trasformatasi in Unione Europea, registra l’adesione di 15 Stati. La progressiva estensione dello spazio comunitario, fino ai 28 membri nel 2015, se da un lato dimostra una notevole capacità attrattiva, dall’altro segnala un aspetto approssimativo, indefinito, incompiuto, che contraddistingue l’insieme delle istituzioni eurocomunitarie. La più grandiosa progettazione aggregativa eurocontinentale che si sia impostata e messa in moto dalla caduta dell’Impero romano apriva a Duverger un quadro di interpretazione filosofico-storica (per quanto non indicato esplicitamente come tale): «gli stati non hanno distrutto le città, le hanno integrate in un complesso pacifico e ordinato. La Comunità farà la stessa cosa con gli stati, ma riuscirà nell’intento solo se l’Europa delle nazioni sarà contemporaneamente anche l’Europa degli uomini»56.

Per Duverger, la Comunità (europea) si annunciava come la terza forma di società politica inventata dagli Europei dopo la città e lo Stato, nella quale «ogni sistema coordina il precedente in un ambito più vasto»57. La creazione della Comunità di Stati indipendenti (CSI), all’indomani della dissoluzione dell’URSS, faceva pensare che, sebbene allo stato larvale, «la Comunità si propone come modello al di fuori dei suoi confini futuri»58. Il progetto di una Unione eurasiatica59, centrato sulla Federazione russa, ma aperto inizialmente a tutti gli ex-membri del blocco sovietico, riedita oggi, in forme diverse, la stessa idea-guida. Il sogno europeo60 rappresenterebbe allora la visione di un aggregato politico suscettibile di proporsi come paradigmatico: erede della pólis ellenica, della civitas latina, dello Stato nazionale moderno, l’Europa comunitaria non si limita a lanciare un messaggio, ma si fa essa stessa messaggio politico, sino a farlo coincidere con le sue (porose, mobili, sfumate) frontiere.

Ora, la Comunità secondo Duverger «non è uno stato federale, né il primo stadio di un’evoluzione tendente allo stato federale»61. Teorico di una sorta di neo-federalismo, Duverger sostiene che «la Comunità alla base dell’Unione rappresenta un modello radicalmente diverso da tutte le federazioni passate o presenti»62. La genesi di questa inedita forma istituzionale rimonterebbe almeno al Progetto di trattato istitutivo dell’Unione europea, elaborato su iniziativa di Altiero Spinelli63, e votato il 14 febbraio 1984, durante la prima legislatura del Parlamento europeo (eletto per la prima volta a suffragio universale nel 1979); l’originalità di questo documento starebbe nella proposta «di congiungere, e non contrapporre, due metodi di fatto conflittuali sin dai primordi della Costituzione europea: l’integrazione nel quadro di istituzioni sovranazionali e la cooperazione tra le nazioni basata sul consenso»64. Saggezza, o scaltrezza politica, volle che in quel testo non fosse mai menzionato il termine Costituzione, la quale, approvata nel 2004, sarebbe dovuta entrare in vigore per alcuni aspetti nel 2009, per altri entro il 2014. Si sa come sono andate le cose: nel 2005 un primo «assaggio» della volontà popolare, sollecitata per referendum, se ha dato esito positivo in Spagna e Lussemburgo, ne ha dato uno drasticamente negativo in due dei Paesi fondatori della Comunità, quali Francia e Paesi Bassi65. La pletorica lungaggine dei 448 articoli della carta costituzionale66 hanno fatto il resto, scoraggiando anche i sostenitori più convinti… Il rinvio a data da destinarsi dell’adozione ufficiale di quello che dovrebbe essere il testo fondamentale dei Paesi aderenti all’UE dimostra quanto sia difficile superare il clima di estraneità che si è creato attorno a un progetto percepito come calato dall’alto, da un’«eurocrazia» elitaria che ha sostituito i diversi livelli di partecipazione popolare, vale a dire un momento intensamente politico, con l’ipertrofica produzione documentale dei funzionari di Bruxelles67.

L’involuzione burocratica del processo d’integrazione euro-istituzionale ha zavorrato il decollo di un progetto senza dubbio originale in termini di ingegneria costituzionale, ma in debito di ossigeno, ovvero di ragioni politiche sufficienti a sostenere per lo meno la prova delle urne, alle quali, nell’ultimo decennio trascorso, si è preferito non fare più ricorso diretto, forse per tema di (secche) smentite. Già nel ’94, all’indomani del Trattato di Maastricht (1992), Duverger ravvisava in questo processo involutivo un regresso della democrazia68, sacrificata a quell’idolo, insieme vago e vicino, che egli, circa trent’anni prima, aveva identificato nell’idea europea69: una comunità, poi una unione, senza popoli70.

Tuttavia, l’indiscutibile successo dell’idea-forza di un’associazione di soggetti statual-nazionali in un’architettura istituzionale di nuova concezione proviene dall’incidenza che vi ha registrato, in particolare, l’elemento giuridico. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (approvata nel 1950 dal Consiglio d’Europa) e la Corte europea dei diritti dell’uomo (istituita nel 1959 dal medesimo organismo) hanno aperto un varco attraverso il quale, con la trasformazione della Corte di giustizia (1952) in Corte di giustizia dell’Unione Europea (2009, Trattato di Lisbona), è stata riconosciuta al diritto una preminenza sulla contingenza politica. È infatti il potere giudiziario ad essersi accollato gran parte del compito – per inciso: essenzialmente politico – di «creare un nuovo ordine giuridico, a metà strada tra il diritto interno e il diritto internazionale»71: ciò che ha preso il nome di diritto comunitario, «fondato su istituzioni il cui funzionamento non interessa solo gli stati firmatari, ma anche i cittadini dei paesi membri»72.

L’evoluzione dell’Europa delle nazioni (formula che porta un evidente carico di significati politici) in Europa degli uomini (formula che richiederebbe estese precisazioni in chiave antropologico-politica) viene resa possibile non tanto dall’applicazione di linee d’indirizzo politiche, più o meno discusse e condivise, quanto da un esercizio della funzione giurisdizionale che si è spinto sino a creare una legislazione – comunitaria – di giudici, compensando in tal modo la mancanza o l’insufficienza del potere legislativo attribuito (sulla carta) all’Europarlamento: «nella semi-autocrazia comunitaria, i giudici della Corte di giustizia hanno sostenuto e sviluppato uno stato di diritto privo di ogni fondamento popolare»73, di qualsiasi legittimità politica. Duverger vedeva in questo fenomeno uno svuotamento del contenuto democratico dei processi decisionali comunitari; è vero, peraltro, che la funzione di supplenza, svolta anche in sede interpretativa, dalla Corte di Lussemburgo ha fatto da contrappeso all’esercizio del potere costituente che il Consiglio europeo – formato dai Capi di Stato e di governo dei Paesi UE – si è arrogato, come se fosse una Convenzione permanente, pur non essendo legittimato a sua volta in tal senso da alcun mandato popolare.

Il vuoto di potere legislativo è però solo in parte riempito dal potere giudiziario: la proliferazione dei comitati di esperti fa apparire il regime della Comunità sotto le specie di quella che Duverger chiama, con un’espressione di nuovo conio, «comitocrazia», governo dei comitati, delle commissioni, delle sottocommissioni, che sono diventati il centro di produzione dell’attività legislativa a livello europeo. A parere di Duverger «questo sistema indebolisce la democrazia»74: sarebbe forse più vicino alla realtà constatare che questo regime comitocratico si sostituisce alla democrazia, finendo col dare ragione a chi vede nella UE null’altro che una EURSS75. Duverger si allineava a coloro che lamentano un deficit di densità democratica delle istituzioni europee, senza tuttavia andare al fondo di questa deriva. Se, come egli stesso ammette, la politica economica è diventata l’aspetto fondamentale delle relazioni internazionali76, ciò dipende, in buona sostanza, sulla scorta della sopra ricordata lezione di Bruaire, da una (auto)riduzione economicistica della politica, della quale l’esperimento eurocomunitario costituisce un’esemplificazione – e un’amplificazione – su scala globale.

Se si assume che la ragione politica è un problema, se non un ostacolo alla crescita di una Eurounione, non ci si deve meravigliare che la democrazia stessa sia percepita come un freno alla progressione dei processi integrativi. Duverger, condividendo la posizione espressa del resto da molti osservatori, scorgeva negli egoismi (e nei narcisismi) nazionali una delle cause principali dell’introversione burocratica dell’UE77. Alla luce delle riflessioni di Bruaire, si può viceversa ragionevolmente ritenere che le pulsioni particolaristiche emergenti in seno all’Unione, con la correlata bipolarità nazionalismo/ europeismo, siano piuttosto un effetto: l’effetto di una destrutturazione contro-politica del legame essenziale tra nazione, libertà, giustizia e diritto. Eppure, la soluzione prospettata da Duverger prevede non la scomparsa delle unità politiche nazionali, ma la loro permanenza in un ambito giuridico-politico-istituzionale di sintesi ulteriore. Il limite di questa visione sta nel continuare ad assimilare, in ultima analisi, le nazioni a parti di un tutto, mentre si tratta della ragion d’essere politica dell’Europa stessa, perché la Storia d’Europa è la Storia di una civiltà giuridico78-politica di nazioni, segnata da un pluralismo politico fondamentale che Duverger non esita a definire, con locuzione prettamente filosofica, ontologico79.

Duverger riconosceva nei parlamenti la paternità storica della ragione politica democratica80, e nella deriva elitaria del governo, e di quella che oggi viene chiamata governance, dell’Europa guidata dalla Commissione il crescere di un potenziale anti-democratico, capace di far saltare gli equilibri stessi del consenso popolare all’operazione integrativo-unitaria. Ma la centralità di un parlamento, nel caso dell’Europa a differenza delle nazioni che la compongono, è data in primo luogo dal riferimento non a collocazioni partitiche trans-nazionali81 ma alla cittadinanza nazionale dei parlamentari. Se il Parlamento europeo viene percepito come un’istituzione lontana, se non ultimamente aliena, o addirittura inutile, ciò probabilmente è dovuto all’assenza di mediazione politica che, prima di essere partitica (informata alla logica della creazione del consenso attorno a una leadership), dovrebbe essere improntata alla rappresentazione del valore pluralistico delle Nazioni Unite d’Europa82 nella sua principalità storico-culturale e teorico-ideale. Solo in un edificio così reimpostato, e ricostruito, prenderebbe senso intensamente politico un interesse nazionale che sia percepito, riconosciuto, tutelato come anche europeo, euro-iberico in quanto ibero-europeo, o euro-britannico in quanto anglo-europeo.

4. Tesi conclusiva: verso le Nazioni Unite dell’Europa degli uomini

Se il minimo comune denominatore tra i vari interessi nazionali da comporre resta un elemento fondamentalmente economico, sopravvalutato a confronto con altri elementi, i fattori di conflittualità euro-nazionali sono destinati non a ridimensionarsi, ma ad accentuarsi. L’auspicio, formulato da Duverger, di un’Europa degli uomini, e dei diritti degli uomini cittadini sovrani di un’Europa politicamente libera, può realizzarsi a condizione di valorizzare un pluralismo83 che non è da inventare, perché è già inscritto, come pluralismo nazionale, nella fisionomia stessa dell’Europa. Un’Europa nella quale questa ricchezza venisse non sbiadita né diluita, ma restituita alla sua ispirazione originaria, potrebbe efficacemente contribuire alla pacificazione internazionale a livello mondiale, rivendicando la possibilità politica di una coesistenza di soggetti (eccezionalmente) diversi, non omologabili alla negazione economicistica delle differenze, come possibilità di portata autenticamente universale84.

Ne va anche, e in misura decisiva, dell’assunzione di responsabilità85 squisitamente politica alla quale l’Europa è chiamata86: la ricerca e la massimizzazione degli interessi economici sono tali da responsabilizzare un soggetto istituzionale in ordine a compiti da adempiere, scelte da effettuare, percorsi da intraprendere? Esiste qualcosa come un «orgoglio» europeo (improbabile, dato il fardello di colpe che l’Europa si trascina), o per lo meno un «onore» da europeo da rivendicare? I più sofisticati sistemi architettonici costituzionali, e istituzionali, potranno mai sostituire, con la loro fredda razionalità, il collante affettivo che genera l’attaccamento di individui e collettività a un ethos e a ideali da difendere e, se necessario, promuovere? Oggi, in pieno conflitto civile alle porte dell’Europa orientale, ci si domanda se valga la pena morire per Kjev, e la risposta è quasi scontatamente negativa; ci si dovrebbe piuttosto domandare se si possa sacrificare la vita per Francoforte, per una Banca Centrale Europea clonata dalla Bundesbank, o giurarvi fedeltà87 come su di un sacro testo…, atteso che la capitale economica dell’Europa odierna a guida tedesca sembra essere Berlino, quella finanziaria (e culturale, forse in parte insieme con Parigi) Londra88, quella «politica» Bruxelles (con Strasburgo). Tutte queste città nominano altrettanti centri di potere, ma nessuna di queste da sola, e neppure tutte insieme connotano un punto di riferimento nel quale gli Europei già in qualche modo «integrati», come gli aspiranti tali, sappiano realmente, e lealmente, riconoscersi.

L’origine storica dell’autoconsapevolezza politica dell’Europa risiede ad Atene; l’irradiazione del messaggio universale e cosmopolitico del diritto promana da Roma89. Atene e Roma sono forse le uniche due capitali nazionali che, prima di essere istituzionalmente rappresentative di uno Stato-nazione (rispettivamente la Grecia e l’Italia), hanno saputo interpretare una civiltà capace di trascendere i limiti delle penisole nelle quali si sono sviluppate la grecità e la latinità. Gli Ateniesi hanno dato al mondo le prime assemblee parlamentari: la valenza simbolica di una Atene sede di un Parlamento costituente delle Nazioni Unite dell’Europa degli uomini, candidata ad essere laboratorio di una nuova civiltà politica umanistica90, sarebbe molto più elevata del simbolismo «carolingio» di una pur nobile città renana; la valenza simbolica di un’Urbe patria (del diritto) delle genti restituirebbe portata e significato autenticamente giuridici e politici a un polo di attrazione geopolitico, e geoculturale, ipoteticamente capace di contenere, dal cuore del bacino mediterraneo (con le sue componenti ebraica e islamica), tricontinentale, lo sbilanciamento di un eurocentrismo91 orientato su di un asse nord-europeo92, interprete di interessi fatalmente subordinati alle ambizioni concorrenti ed egemoniche di altre realtà – ora americana, ora russo – o sino-asiatica93. La vocazione dei Romani, e di Europei consapevoli della loro eredità94 civile-culturale95, almeno in linea di principio è stata di corresponsabilizzare gli abitanti delle terre colonizzate nella partecipazione a un comune compito e destino96; l’epoca attuale parla un linguaggio diverso dal passato, perché non è più il tempo della conquista e della sottomissione, ma la meta alla quale lo spirito avventuroso97 dell’Europa tende98 non è dissimile, perché medesime restano le aspirazioni di individui, gruppi, tribù, etnie, popoli a vedersi riconosciuto, tutelato, attivamente promosso un diritto di cittadinanza che è il solo presupposto efficace sulle fondamenta del quale edificare un’Europa che sia centro di elaborazione di un modello di società economicamente prospera in quanto animata e sostenuta da un assetto etico-giuridico-politico di libertà e di giustizia.

Riteniamo, non senza qualche motivo, come quelli prima illustrati, che questa sia la tesi ricavabile dalla confluenza, criticamente registrata e valutata, delle lezioni di due autori francesi-ed-europei, purtroppo ingiustamente rimossi dal dibattito scientifico-culturale proprio in Europa, quali sono stati, pur con declinazioni ed esperienze speculative sensibilmente differenti, Bruaire e Duverger.

Recibido el 20 de mayo de 2105. Aprobado el 28 de junio de 2015

* Ordinario di Filosofia del diritto. Università del Molise.

1 In generale, è vero che, «quando parliamo di Europa, non sappiamo bene di che cosa stiamo parlando» (L. Caracciolo, in E. Letta-Id., L’Europa è finita?, a cura di E. Carlucci, add, Torino, 2010, p. 67). Per rispondere all’interrogativo «che cos’è l’Europa?» si è sostenuto che l’Europa «è quella specifica volontà di separazione e divisione che appare con la riflessione greca sul senso dell’essere, del niente e del divenire» (E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, Milano, 1988, p. 126; cfr. M. Heidegger, Il nichilismo europeo, Adelphi, Milano, 2003). Alla domanda «dove finisce l’Europa?» si è risposto che essa «finisce là dove finisce il cristianesimo occidentale e iniziano l’islamismo e l’ortodossia» (S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000, p. 230), «in parte in seguito a una separazione proveniente dall’esterno, in parte per uno sforzo più o meno cosciente di creare qualcosa di nuovo» (R. Brague, Il futuro dell’Occidente, Rusconi, Milano, 1998, p. 152). Fino alla Guerra fredda l’appartenenza all’Occidente è stata, per l’Europa occidentale, un fattore di coesione. Dopo la caduta del Muro di Berlino, anche l’Europa, come le altre macroaree culturali, torna ad interrogarsi sui contorni della propria identità, alla ricerca di un equilibrio non più garantito dalla cristallizzazione di rapporti di forza tra potenze ideologiche antitetiche. Se è vero che la situazione della globalità contemporanea è stata creata dall’Europa (cfr. K. Jaspers, Origine e senso della Storia, Mimesis, Milano-Udine, 2014, p. 105), è altrettanto vero che «il mondo è diventato europeo mercè l’adozione della tecnica europea e delle esigenze nazionali europee, e sta rivolgendo entrambe con successo contro l’Europa» (ivi, p. 107). In argomento cfr. anche M. Riedel, L’universalità della scienza europea e il primato della filosofia, ESI, Napoli, 1982).

2 Cfr. P. Grossi, Unità giuridica europea: un Medioevo prossimo futuro?, ‘Quaderni fiorentini’, 31/2002, t. 1. L’ordine giuridico europeo: radici e prospettive, pp. 39-57. Circa l’insistere essenziale della Rechtsidee nelle prospettive postbelliche dell’Europa del 1917, così ragionava Max Scheler: «solo i rapporti a livello mondiale, che siano nati spontaneamente dalla forza e dall’altezza dell’idea di diritto, e non quelli che stabiliscono giuridicamente le relazioni tra le potenze solo con le armi, promettono una durata e quell’atmosfera spirituale nella quale solamente è possibile una ricostruzione culturale» (M. Scheler, La ricostruzione culturale dell’Europa. Una conferenza, in L’eterno nell’uomo, Bompiani, Milano, 2009, p. 993).

3 Fa da controcanto a Il sogno europeo, di Jeremy Rifkin (Mondadori, Milano, 2004), La fin du rêve européen, di François Heisbourg (Stock, Paris, 2013).

4 Non mancano, d’altronde, i fautori, più o meno decisi, della tesi della democraticità dell’Europa unita, come G. Amato, Noi in bilico, (Laterza, Roma-Bari, 2005), o S. Goulard e M. Monti, La democrazia in Europa (Rizzoli, Milano, 2012).

5 C’è chi crede addirittura di aver intonato il de profundis della creatura eurounitaria, come W. Laqueur, nel suo lavoro su Gli ultimi giorni dell’Europa, Marsilio, Venezia, 2007.

6 Cfr. A. D’Atorre, La forma introvabile. L’Europa e la via giuridica all’unificazione, ‘Rivista internazionale di filosofia del diritto’, 3/2011, pp. 381-413.

7 Cfr. C. Bruaire, La raison politique, Fayard, Paris, 1974. Bruaire è un pensatore cristiano la profondità, e l’originalità, del quale sono attestate da una produzione impegnativa e articolata, che spazia da un confronto serrato con Hegel e Schelling alla proposta di una ontodologia – una ontologia dello spirito come dono –, tributaria di un intenso percorso teologico, che si è accompagnata anche a una filosofia del diritto e della politica (in italiano si segnala la traduzione de La forza dello spirito e lo spirito del diritto, a cura di P. Ventura, Giappichelli, Torino, 1990; dopo di allora, il dimenticatoio). Per un primo approccio alla sua opera si rinvia alla voce a lui dedicata da A. Aguti, Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano, 2006, pp. 1475-1476.

8 Cfr. M. Duverger, L’Europa degli uomini, Rizzoli, Milano, 1994. Ai fini del presente lavoro Duverger si segnala per essere stato, oltre che un teorico dei sistemi e dei partiti politici, e della democrazia, un autorevole costituzionalista di dimensioni veramente europee, recepito in particolare, in Italia, da Stefano Ceccanti (del quale cfr. Maurice Duverger e il metodo combinatorio: una lezione ancora valida, ‘Quaderni costituzionali’, 1/2015, pp. 227-242). Il suo discutibile, e controverso, passato nella Francia di Vichy risulta parzialmente riscattato dall’esperienza d’impegno politico vissuta da protagonista quale consigliere di Mitterrand (su quest’ultima fase si vedano i frequenti rinvii in M. Gervasoni, François Mitterrand. Una biografia politica e intellettuale, Einaudi, Torino, 2007), e poi nel Parlamento europeo.

9 Per un primo inquadramento della categoria di identità applicata alla complessa problematica storico-culturale dell’idea di Europa (sulla cui complessità filosofica si veda, oltre a E. Husserl, L’idea di Europa, Raffaello Cortina, Milano, 1999, anche P. Mathias, L’idea di Europa. Mutamenti di concetti e realtà attraverso i secoli, La scuola di Pitagora, Napoli, 2009) si fa rinvio a P. Rossi, L’identità dell’Europa, il Mulino, Bologna, 2007. Sulla tensione dialettica della (presunta) identità europea con la categoria dell’altro si veda J. Kristeva, Stranieri a noi stessi, Donzelli, Roma, 2014.

10 A una prima presa di contatto, da un privilegiato osservatorio politologico, con l’atmosfera intellettuale che si respira nell’Europa di oggi, si offre, a firma di Giuliano Amato e di Ernesto Galli Della Loggia, Europa perduta? (il Mulino, Bologna, 2014). Non sono passati neanche dieci anni da quando Alessandro Ferrara ha indicato L’Europa come spazio privilegiato della speranza umana (in Identità europea e libertà, a cura di F. Marcolungo, CLEUP, Padova, 2006, pp. 43-61), e Roberto Mancini ha predicato L’Europa come promessa (ivi, pp. 11-42).

11 Cfr. A. Panebianco, L’integrazione instabile, ‘liberal’, 26/2004, pp. 12-17. Sul particolare aspetto dei piani di politica militare comune sperimentati in passato (cfr. L’Europa indifesa, ‘liberalRisk’, 1/2003), si rinvia a M. L. Napolitano, Il fallimento di una speranza: gli Stati Uniti e il progetto di Comunità Europea di Difesa, in Le possibilie Europe. Storia, diritti, conflitti, Libreria dello Stato, 2009.

12 È da vent’anni all’incirca, ormai, che ci si chiede se In Europa tornano i caratteri nazionali (cfr. l’omonimo titolo di un articolo di I. I. Gabara e L. Consoli, in Euro o no euro, ‘liMes’, 2/1997, pp. 15-30).

13 Per l’Europeo, la libertà coincide con la necessità del vero: «se sono libero, io non voglio una cosa perché la voglia, ma perché mi sono convinto che è giusta» (K. Jaspers, Dello spirito europeo, cit., p. 129).

14 Va precisato che la politica è l’ambito della ragione non tecnico-calcolante, ma morale (cfr. J. Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2004, p. 55).

15 Cfr. C. Bruaire, La raison politique, cit., p. 108.

16 Ivi, p. 109.

17 Ibidem.

18 «È compito della politica porre il potere sotto l’egida del diritto, regolando così il suo retto uso. Non deve vigere il diritto del più forte, ma piuttosto la forza del diritto» (J. Ratzinger, Europa, cit., p. 62): una forza che, per Bruaire, pertiene all’ambito stesso della politica.

19 C. Bruaire, La raison politique, cit., p. 108. «Finché non raggiunge l’oggettività del diritto positivo, la libertà è puro arbitrio indistinguibile dalla pura contingenza in cui si abolisce ogni senso» (Id., La forza dello spirito e lo spirito del diritto, cit., p. 107). In una chiave di lettura politologica, si è tentato di approfondire criticamente i nessi tra l’inclinazione dell’Unione Europea ad autointerpretarsi come potenza dotata di forza normativa e la pressione determinata dalla necessità di fare comunque i conti con l’uso (trattato sempre con estrema cautela) della forza in quanto tale (cfr. Z. Laïdi, La norme sans la force, Sciences.Po Les Presses, Paris, 2013): la riluttanza ad un’autoaffermazione identitaria, quantunque soft, sulla scena internazionale, ha creato le condizioni di un fenomeno che è stato chiamato Le reflux de l’Europe, come recita il titolo di un recente lavoro di Zaki Laïdi (Sciences.Po Les Presses, Paris, 2013).

20 Cfr. C. Bruaire, La forza dello spirito e lo spirito del diritto, cit., p. 106. Questo passaggio può forse essere meglio spiegato con l’aiuto della filosofia – politica e giuridica – dell’Europa emergente in Jaspers: «l’essenza della politica, vista così spesso nel potere che si serve di ogni mezzo, si muta nello sforzo spirituale reciproco, teso ad ordinare la vita pratica nell’ambito dell’ordine giuridico che abbraccia tutti gli uomini. Ma questo riuscirà soltanto le sua essenza di prima, l’uso pragmatico del potere, viene riconosciuta e presentata come ancora continuamente presente, ma non assolutizzata» (K. Jaspers, Dello spirito europeo, cit., p. 147).

21 C. Bruaire, La raison politique, cit., pp. 109-110.

22 La posizione qui sostenuta va controcorrente rispetto a una diffusa prevenzione (a volte aspramente) critica nei confronti di tutto ciò che vuol dire nazione, equivocato (spesso acriticamente) sotto l’etichetta di «nazionalismo»: «coloro che pensano che la divisione dell’Europa in nazioni sia stata la principale causa delle guerre europee dovrebbero anche ricordarsi delle guerre di religione devastanti a cui le fedeltà nazionali hanno finalmente messo fine» (R. Scruton, Il bisogno di nazione, Le Lettere, Firenze, 2012, p. 41). Roger Scruton mostra di apprezzare le fedeltà nazionali per la loro particolare attitudine a rispettare le sovranità (a riguardo del profilo filosofico-politico di questo tema cfr. G. Duso, L’Europa e la fine della sovranità, ‘Quaderni fiorentini’, 31/2002, t. 1, cit., pp. 109-139) e i diritti degli individui (cfr. R. Scruton, Il bisogno di nazione, cit., p. 52), configurandosi come un presupposto profondo delle stesse democrazie (cfr. ibidem). La tendenza dominante, per converso, avvalora la visione teilhardiana di un mondo sempre più «planetarizzato», si direbbe oggi «globalizzato» (cfr. P.-L. Mathieu, La pensée économique et politique de Teilhard de Chardin, Seuil, Paris, 1969, p. 236 ss.).

23 Cfr. C. Bruaire, La raison politique, cit., p. 110.

24 Cfr. B. Olivi-R. Santaniello, Storia dell’integrazione europea. Dalla guerra fredda ai giorni nostri, il Mulino, Bologna, 2015.

25 Qualcuno giunge a vagheggiare la società europea come una sorta di «società postnazionale di società nazionali» (U. Beck, Europa tedesca, Laterza, Roma-Bari, 2013, p. 69).

26 Che, per altri versi, la fase storica inaugurata un secolo fa con la Grande Guerra europea (cfr. La guerra in Europa non è mai finita, ‘liMes’, 1/2012) possa essere letta come la fase contraddistinta dall’affacciarsi di un mondo post-Europa è quanto dà a pensare Jan Patočka, in L’Europa e dopo. L’epoca post-europea e i suoi problemi spirituali, Medusa, Milano, 2013. Non c’è spazio, in questa la sede, per discutere le analisi del grande pensatore ceco.

27 Cfr. M. Panebianco, Il federalismo euro-nazionale, ‘Jus’, 1/1999, pp. 429-442.

28 Sul punto si rinvia a A. Vespaziani, L’Unione Europea: Federazione o Confederazione?, in http://www.apertacontrada.it/2014/03/22/lunione-europea-federazione-o-confederazione/: concordiamo con l’autore di questo articolo nel considerare che «riproporre a proposito della qualificazione giuridica della UE l’antica dicotomia federazione/confederazione significa rimanere all’interno del formalismo positivistico che privilegia le norme sui processi e che mira all’individuazione del “luogo” della sovranità, non a caso proprio la prima categoria ad essere stata messa in discussione dalla europeizzazione e globalizzazione del diritto costituzionale» (p. 1).

29 «È la radice economicista ed elitista – dunque antidemocratica – che alimenta l’idea di Europa dal secondo dopoguerra almeno fino al 1989» (L. Caracciolo, in E. Letta-Id., L’Europa è finita?, cit., p. 42): l’esito è stato un’Europa fatta non con, ma per gli Europei. Il frequente accostamento del termine costruzione all’Europa «integrata» evoca la fondamentale incompiutezza dell’essenza dell’Europa (cfr. K. Jaspers, Dello spirito europeo, in Id., Verità e verifica. Filosofare per la prassi, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 136), che solleva l’urgenza di ripensare l’Europa, come vorrebbe Emanuele Severino, in un suo recente intervento (‘Scenari’, 1/2015 http://mimesis-scenari.it/2015/01/30/ripensare-leuropa/).

30 Sullo spessore filosofico della categoria di comunità, in relazione all’Europa, cfr. G. Ferraro, La verità dell’Europa e l’idea di comunità (la lezione di E. Husserl), Filema, Napoli, 1998.

31 C. Bruaire, La raison politique, cit., p. 171.

32 Cfr. ibidem.

33 Ivi, p. 172.

34 Ivi, p. 173.

35 Cfr. ibidem.

36 Ibidem.

37 Ibidem. Fanno riflettere, a questo proposito, i sorprendenti riscontri ricavabili da L’Europa è un bluff, ‘liMes’, 1/2006.

38 Cfr. C. Bruaire, La raison politique, loc. cit.

39 Cfr. ibidem.

40 Cfr. ivi, p. 174.

41 Cfr. C. Bruaire, La raison politique, cit., p. 174.

42 Cfr. ibidem.

43 Cfr. ibidem.

44 Cfr. L. Siedentop, Un’Europa dei cittadini, in E. Berti, S. Averincev, E. Nolte, Id., La filosofia dell’Europa, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp. 83-113. Per una «società europea degli individui», cittadini titolari di piena sovranità, si pronuncia Ulrich Beck, in Europa tedesca, cit., p. 68.

45 Cfr. C. Bruaire, La raison politique, loc. cit.

46 Cfr. ibidem.

47 Ad illustrare l’eccezione pluri-identitaria europea nel panorama delle civiltà possono forse bastare le seguenti considerazioni: «l’identità europea esiste solo nella misura in cui le identità che la costiuiscono non sono comprese come totalità omogenee che coesistono (e sono coesistite) le une accanto alle altre – ma sono còlte ciascuna in quella eterogeneità costitutiva che, ogni volta in maniera singolare, le ha messe in contatto reciproco, che le ha nutrite di prestiti, scambi, traduzioni» (M. Crépon, Les identités hétérogènes. Réflexions sur la (les) culture(s) de l’Europe, in Id., Les promesses du langage, Vrin, Paris, 2001, p. 226). Se, e come, e fino a che punto possa conciliarsi la spinta all’individualizzazione delle identità europee con la ricerca di unità è una questione che fa da sfondo a tutti i discorsi e progetti sottesi al tema trattato in queste pagine.

48 Raffaello Franchini ricordava che l’unità europea, prima di essere un problema di lingua, è un problema di linguaggio (cfr. S. Cotta, Europa: fantasma o realtà?, Guida, Napoli, 1979, pp. 41-42).

49 Nella misura in cui l’Europa non ha come orizzonte se stessa, quale ultima istanza, consente a coloro che ne partecipano di diventare europei «a condizione di diventare uomini in senso proprio, cioè uomini a partire dalla profondità dell’origine e del fine, che si trovano entrambi in Dio» (K. Jaspers, Dello spirito europeo, cit., p. 154).

50 Già da anni ci si chiede (con P. Ventura) se e come Devono i giovani amare l’Europa? (in Quale Europa per i giovani?, I Quaderni di Athenaeum, Roma, 2003, pp. 243-244).

51 Cfr. AA. VV., Quale futuro per l’Europa?, Rizzoli, Milano, 2014.

52 Circa le opportunità e i problemi comportati dall’introduzione della moneta unica nella cosiddetta Eurozona si confrontano scuole di pensiero spesso radicalmente contrapposte: si va da chi è convinto che con l’euro Salviamo l’Europa – come titola l’omonimo manifesto programmatico del finanziere George Soros (con G. P. Schmitz, Hoepli, Milano, 2014) – a chi viceversa ne considera e ne teme gli effetti economicamente depressivi (cfr. G. Guarino, Euro: venti anni di depressione, ‘Nomos’, 2/2012, pp. 1-76; T. Sarrazin, L’Europa non ha bisogno dell’Euro, Castelvecchi, Roma, 2013), e politicamente disgregativi, a scapito dei partners europei più deboli (cfr. P. Becchi, L’Europa e il minotauro dell’Euro, Quaderno di ‘Politica.eu’, Campobasso 2015). Per le implicazioni geopolitiche legate all’impatto dell’adozione dell’Euro sulle economie nazionali e sull’economia mondiale si legga altresì L’Euro senza Europa (‘liMes’, Quaderno speciale 2010) e Alla guerra dell’Euro (‘liMes’, 6/2011).

53 Sul ruolo determinante dell’elemento filosofico ai fini di una caratterizzazione dell’autopresentazione dell’Europa cfr. in particolare M. Heidegger-H. G. Gadamer, L’Europa e la filosofia, Marsilio, Venezia 1999; E. Nolte, La filosofia europea e il futuro dell’Europa, in La filosofia dell’Europa, cit., pp. 47-81.

54 Cfr. S. Cotta, Europa: fantasma o realtà?, cit., p. 38. Non è forse un caso che l’Europa politica dei Trattati di Roma del 1957 sia stata concepita dalla democrazia cristiana di statisti come Adenauer, De Gasperi, Schuman (cfr. M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 91). Per un approccio critico alla questione delle radici cristiane in rapporto al progetto di Costituzione europea si rimanda a J. H. H. Weiler, Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, Rizzoli, Milano, 2003. Altro discorso, che meriterebbe maggior attenzione, è la ricostruzione storica, e l’approfondimento teorico, delle matrici ideologiche che hanno ambientato la nascita dell’idea di Europa unita negli Anni Venti e Trenta del secolo scorso (cfr. J.-L. Chabot, Aux origines intellectuelles de l’Union européenne, PUG, Grenoble, 2005). Da un osservatorio politico-parlamentare procede invece la lettura eurocristiana di M. Mauro, in Il dio dell’Europa, Ares, Milano, 2007.

55 Cfr. M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 11.

56 Ibidem.

57 Ivi, p. 12.

58 Ivi, p. 13.

59 Circa l’effettiva portata e le contraddizioni dell’eurasiatismo cfr. G. Nivat, Les paradoxes de l’‘affirmation eurasienne’, ‘Esprit’, ottobre 2007, pp. 118-135.

60 Per la verità, le attese che i dirigenti europei per lo più coltivano oggi sembrano puntare su di un disegno geopolitico che ha a che fare con legami di interdipendenza energetica (cfr. G. D’Amato, L’EuroSogno e i nuovi Muri ad Est. L’Unione europea e la dimensione orientale, Greco&Greco, Milano, 2008), piuttosto che sulla diffusione, e sulla capacità di attrazione, di un modello politicamente valido in prospettiva trans-europea.

61 M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 57.

62 Ibidem.

63 Per una riproposizione attualizzante del pensiero di questo padre dell’europeismo contemporaneo cfr. B. Spinelli, Il sonno della memoria. L’Europa dei totalitarismi, Mondadori, Milano, 2001.

64 M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 93. Rifkin celebrò la Costituzione UE con accenti estremamente elogiativi, al limite dell’esaltazione: «un fatto nuovo nella storia dell’uomo (…). Il primo documento del genere a elevarsi a un livello di consapevolezza globale, individuando diritti e responsabilità che riguardano la totalità degli esseri umani sulla terra» (J. Rifkin, Il sogno europeo, cit., p. 217). Per una critica della Costituzione europea si rinvia a A. Carrino, Oltre l’Occidente, Dedalo, Bari, 2005, e a A. Negri, L’Europa e l’Impero. Riflessioni su un processo costituente, manifestolibri, Roma, 2003.

65 Si ricordi che già nel 1992 il Trattato di Maastricht, bocciato per un soffio dall’esito del referendum danese, era stato ratificato con una risicata maggioranza dal popolo francese. Questa forte oscillazione, tra picchi di eurofobia, euroscetticismo (per un punto di vista moderatamente critico cfr. R. Dahrendorf, Perché l’Europa? Riflessioni di un europeista scettico, Laterza, Roma-Bari, 1997), spesso tendente ad eurodelusione, se non a europessimismo, all’interno dei Paesi fondatori, e picchi di euroentusiasmo e di «eurofilia» (in tema si veda E. Letta, L’Europa a venticinque, il Mulino, Bologna, 2006), come quello toccato nell’ormai lontano 1989 (quando gli Italiani, con un referendum consultivo ad hoc, si espressero a larghissima maggioranza per conferire un mandato costituente alla Legislatura parlamentare europea), quando non di vero e proprio eurofanatismo, all’interno di Paesi candidati all’ingresso nell’UE – come nel recente caso ucraino –, si ripropone costantemente alla vigilia di snodi, o di svolte, percepiti come decisivi dalle opinioni pubbliche interessate. È come se sui margini dell’Europa politicamente «unionista» si avvertisse con maggior nettezza la domanda di senso politica che, invece, entro quegli stessi margini si preferisce ignorare, cautelandosi dietro la (utopistica) neutralità del «non senso» della mera convergenza economica degli interessi. Ci si trova così dinanzi al paradosso (o alla situazione tragicomica) per il quale, mentre per entrare in Europa c’è gente che mette a repentaglio la vita, in quella stessa Europa non si trova nessuno che sia disposto a immolarsi sull’altare della messa in comune degli interessi… Non c’è da stupirsi se buona parte dei cittadini europei, chiamati a esprimersi sul loro destino, si volgano a traduzioni politiche, talora esasperate (come i populismi più o meno xenofobi, oggi riemergenti addirittura in seno al Parlamento di Strasburgo), di una domanda di Europa politica che altrimenti rischierebbe di restare inespressa. In mancanza di una proposta forte di europeismo politico, ci si affida a collaudate, anche se storicamente fallimentari, ricette di particolarismo pseudo-nazionalistico (o regionalistico).

66 Sulle problematiche giuridiche (non solo giuspubblicistiche ma anche giusprivatistiche) connesse alla Costituzione europea, anche in rapporto alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, firmata a Nizza in una prima stesura nel 2000, si rinvia ai contributi pubblicati in Diritti e Costituzione nell’Unione Europea, a cura di G. Zagrebelsky, Laterza, Roma-Bari, 2003.

67 La denuncia di questo processo involutivo è piuttosto ben rappresentata in esempi di recente saggistica, tra i quali si citano, di I. Magli, Contro l’Europa, Bompiani, Milano, 1998 (atto d’accusa concentrato sul dopo-Maastricht) e La dittatura europea (Rizzoli, Milano, 2010), e di H. M. Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles ovvero L’Europa sotto tutela, Einaudi, Torino, 2013.

68 «Per meritare il nome di democrazia, un regime politico deve essere caratterizzato da quattro elementi: la definizione di libertà pubbliche e garanzie private inerenti ai diritti dell’uomo, l’esistenza di un parlamento eletto a suffragio universale che voti le leggi, la suddivisione dei poteri tra quest’ultimo e i governanti che devono conformarsi a norme di legge e di bilancio, la presenza di autorità giudiziarie indipendenti e forti» (M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., pp. 97-98).

69 Id., La democrazia senza popolo, Dedalo, Bari, 1968, p. 250.

70 Per Beck è tramontata l’età dei popoli: doing Europe porta con sé il passaggio dalla democrazia tradizionalmente concepita su base nazionale a una democrazia transnazionale (cfr. U. Beck, Europa tedesca, cit., p. 79), per la verità tutta da inventare. Con la sola eccezione della Francia (a proposito della quale si rinvia a La Francia senza Europa, ‘liMes’, 3/2012), il calo demografico generalizzato della popolazione europea, inversamente proporzionale all’ampliamento della superficie territoriale dell’Europa comunitaria, registratosi nell’arco di circa 60 anni, denota anche in cifre numericamente significative il depauperamento complessivo delle risorse umane alle quali il progetto di unificazione europea può attingere: buona parte della problematica inerente ai negoziati di adesione alla UE (per ora in fase di stallo) di un Paese islamico popoloso e anagraficamente giovane, come la Turchia, ruota attorno al potenziale squilibrio demografico che già adesso l’Europa nel suo complesso farebbe fatica a reggere, al di là dei problemi di integrazione (geo)culturale implicati. Per non aver voluto, a tempo debito, fare i conti, non economici, ma politici, con i suoi popoli autoctoni, l’Europa rischia di ritrovarsi, a medio termine, senza materiale umano. A quel punto, sarà obbligata a riorientarsi, fatalmente, in direzione del Mediterraneo, nello spazio dove il carattere geopoliticamente peninsulare dell’Europa ha preso storicamente avvìo e forma, dando vita a un abbozzo di sintesi tra Occidente e Oriente (in particolare sull’Est europeo cfr. S. Averincev, La spiritualità dell’Europa orientale e il suo contributo alla formazione della nuova identità europea, in La filosofia dell’Europa, cit., pp. 27-46).

71 M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 99.

72 Ibidem.

73 Ivi, p. 100.

74 Ivi, p. 115.

75 Il pensiero va al polemico pamphlet di V. Bukovskij e P. Stroilov, EURSS. Unione europea delle repubbliche socialiste sovietiche, Spirali, Milano, 2007.

76 M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 121.

77 Cfr. ivi, p. 109.

78 In prospettiva storico-giuridica va senz’altro tenuto presente, di Paolo Grossi, L’Europa del diritto (Laterza, Roma-Bari, 2007). Rivendica all’Europa una definita e precisa identità nella storia del diritto A. Padoa-Schioppa, in Italia ed Europa nella storia del diritto, il Mulino, Bologna, 2010, in particolare alle pp. 589-594.

79 Cfr. M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 186.

80 Cfr. ivi, p. 133.

81 Duverger non mancava di rilevare l’importante contributo fornito, tra gli altri, da Giorgio Napolitano (del quale si ricorda Challenges facing the European Union, ‘The International Spectator’, 1/2000, pp. 7-11), alla formazione di stabili equilibri di forze tra una sinistra socialista di stampo europeo e un articolato schieramento moderato tendente al centrismo (cfr. M. Duverger, L’Europa degli uomini, cit., p. 158).

82 Questa espressione non deve fuorviare: da un canto non allude a qualcosa di analogo all’ONU, perché è limitata all’area europea, e da essa trae la matrice geoculturale, sebbene con inevitabili proiezioni, trans-continentali, nelle aree dove l’europeità è a vario titolo presente, dall’America latina a zone dell’Africa e dell’Asia largamente esposte all’influsso attrattivo eurocomunitario; dall’altro prende nettamente le distanze da richiami anche vaghi a Stati Uniti in versione nord-americana, o sud-americana, o anche indiana, generati da una vicenda che ha portato a soluzioni federaliste in un contesto non paragonabile all’attrito (sovente bellico) delle nazionalità, che caratterizza tutta la storia europea, pre-moderna, e moderna. Resta pertanto tutto sommato contraddittoria la proposta di Stati Uniti d’Europa (cfr. E. Letta-L. Caracciolo, L’Europa è finita?, cit., p. 91; E. Fazi, G. Pitella, Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa, Fazi, Roma, 2013) avanzata da uno dei suoi promotori più autorevoli, Enrico Letta, il quale difatti deve ammettere che, anche nell’ipotesi di un nocciolo duro di Stati trainanti, «non si tratta di due Paesi che si fondono, di uno Stato federale che nasce per acquisizioni successive o di uno Stato unitario che si federalizza. Stiamo parlando di un processo totalmente diverso che vede nella caratteristica antropologica la sua componente essenziale» (ivi, p. 61). Una antropologia politica dell’Europa potrebbe essere utilmente sviluppata in questa direzione qui appena accennata, magari col concorso dell’antropologia culturale (cfr. L’anthropologie structurale à l’épreuve de l’Europe. Dynamique du rite, fragilités du mythe. Entretien avec Jean Cuisenier, ‘Esprit’, gennaio 2004, pp. 143-144), oltre che dell’antropologia filosofica (cfr., in prima battuta, G. Reale, Radici culturali dell’Europa. Per una rinascita dell’’uomo europeo’, Raffaello Cortina, Milano, 2003).

83 Sulle ascendenze filosofiche (fenomenologiche) di questa peculiare dimensione europluralistica cfr. anche R. Cristin-S. Fontana, Europa al plurale, Marsilio, Venezia, 1997.

84 Di universalismo pluralistico della civiltà europea, in antitesi all’universalismo monistico della civiltà nordamericana, si parla in G.M. Chiodi, Europa. Universalità e pluralismo delle culture, Giappichelli, Torino, 2000, p. 11. In merito ai possibili significati dell’universalità dell’Europa s’interroga Frédéric Worms, in Quelle universalità pour l’Europe? (‘Esprit’, dicembre 2004, pp. 50-56).

85 A un livello speculativo tributario della fenomenologia e di Derrida, si è richiamata l’attenzione sul paradosso della responsabilità come costitutivo dell’idea stessa di Europa (cfr. C. Sinigaglia, Presentazione a E. Husserl, L’idea di Europa, cit., p. XXV). Con Karl Jaspers si risale alla fonte di questa responsabilizzazione dell’autocoscienza, e dell’autoaffermazione europee: l’acquisizione della piena coscienza, da parte di ogni uomo, di essere potenzialmente se stesso (cfr. K. Jaspers, Dello spirito europeo, cit., p. 142).

86 Con l’avvertenza che la responsabilità del proprio operato «è un frutto naturale della sovranità nazionale e viene messa a rischio dalla politica transnazionale» (R. Scruton, Il bisogno di nazione, cit., p. 57), come dimostrato da A. Pilati nel suo Europa. Sovranità dimezzata, IBL Libri-Il Foglio, Torino-Roma, 2013).

87 «La gente comune vive di fedeltà non scelte e se viene privata del senso di nazione cercherà altrove i legami di appartenenza – nella religione, nella razza o nella tribù» (R. Scruton, Il bisogno di nazione, cit., p. 79). Il sentimento nazionale può alimentare una causa per la quale battersi, mentre è risaputo che «le persone non muoiono per rispettare dei contratti» (ivi, pp. 79-80). Convinzione di Scruton, non del tutto peregrina, è che l’Unione Europea «dipende proprio da quel qualcosa che sembra incline a distruggere» (ivi, p. 96), avendo immaginato di poter plasmare, quasi a sua somiglianza, un mondo nel quale la politica, debilitandosi, cedesse il passo alla libera e pacifica circolazione dei beni, delle idee, delle persone. Una globalizzazione più immaginaria che reale ha fatto il resto, delegittimando le genuine nazioni politiche, e abilitando pseudo-nazioni paratribali, localiste, etniciste, religiosi a un comportamento di crescente assertività, e aggressività.

88 Cfr. L’impero è Londra, ‘liMes’, 10/2014.

89 «Con la sua forza organizzatrice unitaria l’impero romano ha stabilito il fondamento della futura Europa» (K Löwith, L’idea di Europa nella filosofia della storia tedesca, ‘Rivista di filosofia’, 1/2003, p. 7).

90 Un mondo dominato dall’economismo e dalla tecnoscienza sarebbe invero un mondo post-europeo, atteso che l’umanesimo resta l’anima dell’Europa. Ma pare che questo elemento non sia in cima ai pensieri delle forze politico-culturali che influiscono sulle sorti dell’Europa di oggi. Ricentrare nella Penisola ellenica la principale sede di rappresentanza politica dell’Europa arrecherebbe tra l’altro il non secondario vantaggio di desensibilizzare la Grecia alle sirene della civiltà ortodossa.

91 Una prima critica all’eurocentrismo si rinviene in N. Trubeckoj, L’Europa e l’umanità, Einaudi, Torino, 1982. Sull’alternativa eurocentrismo/universalismo (dei diritti dell’uomo) si interrogava, alla vigilia della riunificazione della Germania (e quindi dell’Europa) Robert Spaemann, in Universalismo o eurocentrismo?, ‘Il Nuovo Areopago’, 3/1987, pp. 5-13.

92 Cfr. Nord contro Sud. Il muro d’Europa, ‘liMes’, Quaderno speciale 2012.

93 L’oscillazione dell’Europa germanocentrica tra l’Occidente (dominato dal Nord-America) e l’Asia rimonta all’emergere della connessione essenziale tra politica, diritto e cristianesimo, che, nella visione hegeliana, «occidentalizza» l’Europa (cfr. G. Rametta, Tra America e Oriente: Hegel e l’Europa, ‘Quaderni fiorentini’, 31/2002, t. 1, cit., p. 795). Sulle implicanze teologico-politiche, e sugli esiti catastrofici (cfr. sul punto A. Hillgruber, La distruzione dell’Europa. La Germania e l’epoca delle guerre mondiali (1914-1945), il Mulino, Bologna, 1991) della perenne alternanza di contrapposizione e solidarietà «atlantica» con l’americanismo cfr. Epimeteo, Finis Europae, Bibliopolis, Napoli, 2007. Potrebbe darsi, tra l’altro, che il progressivo decentramento dell’Europa dal crogiolo mediterraneo abbia contribuito a suscitare, come contraccolpo, le energie convogliate nella nuova fase storica ascendente che l’islamismo politico sta registrando, almeno dalla fine degli Anni Settanta in poi.

94 Cfr. H. G. Gadamer, L’eredità dell’Europa, Einaudi, Torino, 1991.

95 Cfr. L. Godart, Europa. Nascita e affermazione di una civiltà, Codice, Torino, 2014.

96 Si veda in particolare R. Guardini, Europa. Compito e destino, Morcelliana, Brescia, 2004.

97 Cfr. V. Mathieu, L’avventura, spirito dell’Europa, Guida, Napoli, 1989.

98 Jaspers elencava i seguenti tratti fondamentali dello spirito europeo: le prospettive storico-mondiali, l’inesauribile acquisizione alla coscienza del reale e del possibile, il potenziamento della coscienza storica assieme alla Storia stessa (cfr. K. Jaspers, Dello spirito europeo, cit., p. 134).


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