TRA COSTITUZIONE SICILIANA E COSTITUZIONE SPAGNOLA: LA 'GUERRA DI SICILIA' DEL 1820-21 E IL PROCESSO AL GENERALE ROSAROLL

Giacomo Pace GRAVINA*





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Giacomo Pace Gravina (2013): "Tra Costituzione siciliana e Costituzione spagnola: la 'Guerra di Sicilia' del 1820-21 e il processo al generale Rosaroll", en Revista europea de historia de las ideas políticas y de las instituciones públicas, n. 6 (noviembre 2013), pp. 157-166. Puede verse en http://www.eumed.net/rev/rehipip/06/gpg.pdf en línea.


RIASSUNTO: La rivoluzione di Sicilia del 1820-21 vide l'avvicendamento sulla scena politica di due Costituzioni, quella siciliana del 1812 e quella contemporanea di Cadice, adottata dal parlamento napoletano: furono le truppe inviate da questo a sconfiggere le armate rivoluzionarie isolane. Dopo il trattato di Lubiana, che autorizzava l'esercito austriaco a riportare il Regno delle Due Sicilie nell'alveo della Restaurazione, unico a difendere la Costituzione di Cadice rimase il generale Giuseppe Rosaroll, comandante della guarnigione di Messina. Lo studio del processo intentato all'ufficiale offre nuove informazioni sulla fine dell'esperienza costituzionale in Sicilia.

PAROLE CHIAVE: Costituzione, Sicilia, Cadice, Diritto penale militare.

ABSTRACT: The Sicilian revolution of 1820-21 saw the alternation on the political scene of two Constitutions, the Sicilian one of 1812 and the contemporary one of Cadiz, adopted by Neapolitan parliament: troops were sent by him to defeat the Revolutionary Army of Island. After the treaty of Ljubljana, which authorized the Austrian Army to bring the Kingdom of the Two Sicilies again in the influence of the Restoration, the only to defend the Constitution of Cadiz was General Giuseppe Rosaroll, commander of the garrison of Messina. The study of the case of the officer provides new information about the end of the Constitutional experience in Sicily.

KEY WORDS: Constitution, Sicily, Cadiz, Military Criminal Law.

1. Una rivoluzione tra due Costituzioni

Le ricostruzioni storiografiche della rivoluzione siciliana del 1820-21 vedono ancora oggi sussistere ampi coni d’ombra su personaggi e vicende di quegli avvenimenti cruciali. La rivoluzione nacque nel mito dell’antico regno di Sicilia e della Costituzione varata dal parlamento isolano del 1812, al tempo della ‘tutela’ inglese, revocata poco dopo dal sovrano; e su queste basi vennero mossi i primi passi della sollevazione. Solo in un secondo momento alla Costituzione siciliana subentrò quella di Cadice, più ‘democratica’ e meno legata al potente partito dei baroni parlamentari, al grido di ‘Costituzione spagnola o morte!’1 .

La rivoluzione non venne soffocata dalle truppe della monarchia borbonica; al contrario l’acerrimo nemico degli indipendentisti si rivelarono i patrioti napoletani e quel parlamento che aveva accolto a braccia aperte la costituzione gaditana.

Una vicenda ancora oscura e misteriosa, che vide gli ‘eroi’ meridionali trasformarsi nei carnefici delle autonomie isolane; e gli ufficiali ‘carbonari’ soffocare le libertà politiche e le istituzioni parlamentari siciliane mentre diffondevano vendite e attuavano affiliazioni.

Lo scoppio della rivolta, con la sollevazione del reggimento di cavalleria ‘Reale Borbone’ ad opera dei sottotenenti Morelli e Silvati, costrinse il re ad accettare la convocazione di un parlamento e a giurare la Costituzione di Spagna2 . I siciliani che durante questi eventi si trovavano a Napoli per ragioni di ufficio si rifiutarono di prestare tale giuramento, ritenendo che in Sicilia dovesse tornare in vigore la Costituzione del 1812. Tra essi erano anche alcuni tra i componenti della nuova giunta di governo costituita a Napoli: il generale Fardella, il maresciallo principe di Camporeale e il colonnello Staiti 3.

I principi di Villafranca e Cassaro si recarono quindi dal principe ereditario, vicario del sovrano, per chiedere la convocazione del parlamento isolano, in maniera da decidere di comune accordo se adottare la propria costituzione o quella di Cadice. Il principe, secondo Nicolò Palmieri, rispose ai due aristocratici di dover adottare necessariamente la costituzione spagnola.

Quando le prime notizie della rivoluzione napoletana giunsero a Messina, gli ufficiali del presidio tentarono di costringere il luogotenente principe di Scaletta a pubblicare contestualmente la costituzione di Cadice per la Sicilia; al rifiuto di costui sollevarono la popolazione, e costrinsero il rappresentante del sovrano a tale gesto.

Poco dopo la notizia della sollevazione di Napoli e del nuovo regime costituzionale giunse anche a Palermo: «fu sulle prime oggetto di didascalica disputa fra cittadini, se conveniva accettare la costituzione di Spagna data dal re, o ripigliare la costituzione del 1812» 4. Gli ufficiali di stanza in città, in gran parte affiliati alla carboneria, fecero pressione perché non si tornasse alla costituzione isolana ma venisse accolta quella spagnola.

Come ricordava Palmieri, «quindi nasceano due fazioni: da una parte i fautori della costituzione del 1812, che venivano imputati di aristocrazia; dall’altra gli apologisti della costituzione di Spagna, che a miglior dritto erano tacciati d’anarchia»5 .

Nel frattempo il re aveva nominato luogotenente in Sicilia il generale Diego Naselli, che si trovò a gestire la difficile situazione nell’ex capitale: il popolo chiedeva l’indipendenza da Napoli, l’aristocrazia il ripristino della Costituzione siciliana; le truppe forzavano per la pubblicazione di quella spagnola. Le potenti corporazioni artigiane di Palermo, durante la festa patronale di Santa Rosalia, si sollevarono contro le autorità militari, nel nome dell’indipendenza, tentando di costringere il generale Naselli a richiederla formalmente al re. Ottennero intanto la consegna del Castello a mare, svuotato della guarnigione, ma con tutte le armi del presidio.

Il 17 luglio Naselli cercò di capovolgere la situazione e riprendere il controllo della città, ma una dimostrazione di forza dell’esercito si mutò in una sanguinosa sconfitta delle truppe napoletane. Il luogotenente dovette fuggire, lasciando una situazione incandescente: a farne le spese furono i principi di Cattolica e di Aci, ritenuti avversari della Costituzione spagnola, linciati dalla folla perché accusati di connivenza con Napoli6 .

Il 18 luglio venne formata dai consoli degli artigiani una giunta di governo, composta da dieci aristocratici e dieci giuristi; venne quindi nominato il colonnello Emanuele Requesens capitano generale delle armate siciliane. La guerra con Napoli si profilava ormai inevitabile, anche se la giunta non poteva certo contare sull’adesione di tutte le città dell’Isola. Soprattutto Messina e Catania si palesavano ostili al ritorno al passato, avendo beneficiato delle nuove istituzioni della monarchia amministrativa, grazie alla creazione delle Intendenze e delle Gran corti nei capoluoghi delle sette valli minori in cui era stata divisa la Sicilia. Anche altre città di fresca fortuna, come Caltanissetta, non erano certo entusiaste di rischiare il ritorno alla situazione dell’antico regime, segnata dal centralismo palermitano. L’esercito siciliano era formato da ‘guerriglie’, sul modello spagnolo che aveva tenuto in scacco l’armée napoleonica. I vari corpi erano guidati da ufficiali che avevano abbandonato il servizio nell’armata delle Due Sicilie, come Requesens, per militare nell’esercito ‘nazionale’: la gran parte della truppa era però formata da popolani di Palermo, senza alcuna esperienza, insofferenti alla disciplina.

La risposta di Napoli non si fece attendere: a Messina si riunì un corpo di spedizione di tremila uomini guidato dal colonnello Costa. L’esercito si diresse a marce forzate verso Catania, per evitare il rischio del ‘contagio’ rivoluzionario. Costa riuscì a battere sul tempo le truppe indipendentiste, che ancora si attardavano nella Sicilia occidentale dopo aver conquistato e saccheggiato Caltanissetta. L’ufficiale frattanto occupò Caltagirone, proseguendo verso l’interno; a S. Giuliano, nei pressi di Caltanissetta, sconfisse le milizie del colonnello Orlando. La via verso Palermo era spianata: nel frattempo un’altra colonna napoletana, comandata dal generale Florestano Pepe, si dirigeva lungo la costa settentrionale dell’Isola verso Palermo. Le sorti della ‘Guerra di Sicilia’ erano ormai segnate7 . Dopo alterne vicende venne sottoscritta, il 5 ottobre 1820, la capitolazione tra la giunta rivoluzionaria e il generale Pepe, a bordo del cutter inglese Racer ancorato nella rada di Palermo: si riconosceva il vigore della Costituzione spagnola; si permetteva ai siciliani di inviare deputati a Palermo per decidere se aderire al parlamento napoletano o rivendicarne uno proprio.

Qui si apre la fase più singolare di questa storia: il parlamento riunito a Napoli non ratificò i patti conclusi sul Racer, poiché avrebbero provocato la divisione del regno.

Quindi i diritti siciliani vennero nuovamente conculcati da un regime militare gestito da ufficiali fedeli alla Costituzione spagnola e al parlamento ‘nazionale’ sedente in Napoli, e non, come si crede comunemente, dalla solita repressione borbonica.

Pepe venne presto sostituito dal generale Pietro Colletta, il famoso storico, nominato luogotenente e comandante generale delle armi in Sicilia. Colletta, che non lasciò certo un buon ricordo del suo operato, diffuse notevolmente la carboneria nell’Isola, come facevano anche altri ufficiali a vari livelli; e come aveva tentato di fare anche uno dei capi dell’esercito siciliano, lo sfortunato colonnello Gaetano Abela. Colletta fece giurare solennemente fedeltà alla Costituzione spagnola e ordinò alle diverse città di indicare i deputati da inviare al parlamento napoletano.

Ma ecco il colpo di scena: re Ferdinando di Borbone venne invitato al congresso di Lubiana, e partì il 10 dicembre confermando la sua fedeltà alla costituzione. A Lubiana Metternich lo costrinse a rinnegare la carta spagnola, e ad accettare l’intervento delle armate austriache per abbattere il regime costituzionale delle Due Sicilie.

E qui entriamo nel vivo della vicenda che ci interessa: i militari più accaniti nell’adesione alla Costituzione gaditana non accettarono l’intromissione asburgica volta a far tornare un regime di monarchia assoluta nelle Due Sicilie, e tentarono una reazione.

Un’armata austriaca guidata dal generale Frimont si avvicinava intanto al meridione, e nella battaglia di Rieti, il 7 marzo 1821, sbaragliò le truppe ‘costituzionali’ comandante da Guglielmo Pepe, e fece il suo ingresso nel regno del Sud.

Il generale ‘costituzionale’ Rosaroll

Qui fa la sua comparsa il protagonista di queste pagine: il generale Giuseppe Rosaroll. L’ufficiale, nato a Napoli nel 1775 da un capitano del reggimento delle Guardie svizzere, era entrato nel reggimento Estero nel 1795: nominato sottotenente nella guerra contro i francesi del 1798, passò poi dalla parte della rivoluzione, arruolandosi nelle truppe della Repubblica napoletana con il grado di capitano. Combattè contro le bande del cardinale Ruffo: al tragico epilogo del 1799 fu tra gli esuli che si rifugiarono a Marsiglia.

Si arruolò con lo stesso grado nell’esercito della Repubblica cisalpina, per partecipare quindi alla conquista del regno meridionale agli ordini del generale Masséna. Nel 1808 fu inviato in Morea, ove governò alcune isole, fra cui Zante; nel 1809 tornò a Napoli da tenente colonnello, e venne nominato barone. Nel 1812, divenuto maresciallo di campo, era al comando di una brigata napoletana che prese parte alla campagna di Russia.

La restaurazione lo vide ancora ottenere un incarico prestigioso: fu inviato in Sicilia, al comando della settima divisione, Valle di Messina.

Rosaroll, «appena intesa la prima notizia, che un’armata austriaca era entrata nel regno di Napoli per rimettere l’antico ordine di cose… cangia mille colori in quel momento, freme, smania, si adira» 8 e si ribella al re. Depone gli ufficiali che non volevano seguirlo in tale decisione, ed eleva a gradi superiori alcuni sottufficiali fedeli al regime costituzionale. Adunate le autorità amministrative e giudiziarie di Messina, tentò la creazione di un governo provvisorio, dichiarando deposto il luogotenente principe di Scaletta e nominando al suo posto l’intendente barone Mandrascate, che rifiutò; quindi scelse per tale carica il procuratore generale della Gran Corte civile, Luigi Jeni, che ricusò pure lui l’incarico. Rosaroll comprese che doveva usare la forza per raggiungere i suoi scopi, e la mattina del 26 marzo 1821 provocò la sollevazione delle truppe, e al grido di «viva Rosaroll, viva la libertà, viva la Costituzione!» fece mettere fuori uso il telegrafo situato sul palazzo Scaletta, mentre alcuni soldati entravano nell’edificio, intenzionati ad uccidere il principe.

Rosaroll immaginò la sollevazione della Sicilia e della Calabria per formare un’armata e battere gli imperiali, sperando nella forza dei legami carbonari: a tal fine organizzò una spedizione su Reggio per eliminare le autorità civili e militari e spianare la strada per uno sbarco in grande stile, ma l’impresa non ebbe successo, nonostante le vibranti parole di un proclama il cui il generale ricordava ai calabresi di «averli guidati a traverso dell’Europa, dal Jonio al Baltico mare: dove il… quinto reggimento di linea, splendore della patria, e della mia brigata, formava in Danzica, in Konisbergh, l’ammirazione degli uomini del Nord»9 .

Frattanto il generale aveva inviato emissari nelle piazzeforti siciliane per ottenere il sostegno degli altri comandi alla sua impresa, al fine di «liberar Napoli dalla invasione degli austriaci». Spedì a Milazzo una compagnia di carabinieri al comando del capitano Patitari, e inviò missive al colonnello Celentani, di stanza a Palermo con il suo reggimento di cavalleria: ma questo messaggio venne intercettato dalle autorità fedeli ai Borboni. Il 26 marzo 1821 Rosaroll chiese al luogotenente Scaletta la somma di 100.000 ducati per far cessare la ribellione.

A questo punto gli ufficiali della guarnigione lo abbandonarono e si ritirarono nella Cittadella di Messina, alzando i ponti levatoi: deposero il generale ribelle e affidarono il comando al generale principe di Collereale. Rosaroll, furente, comprese allora che la causa in cui credeva era definitivamente compromessa, e che perfino l’unica forza armata su cui poteva ancora contare lo aveva tradito. Vistosi perduto, si imbarcò sulla Concezione, nave comandata dall’ultimo ufficiale a lui fedele, il tenente di fanteria di marina Aniello Jaccarino, che il 3 aprile lo condusse a bordo di una nave da guerra inglese comandata dal capitano Abad, ancorata nel porto; l’indomani il tenente lo reimbarcò sulla Concezione, che salpò per Malta. Giunto a Capopassero Jaccarino virò verso Barcellona, ove sbarcò con il generale fuggiasco e la sua famiglia, rimandando indietro la nave con il suo equipaggio 10.

Il processo al generale Rosaroll

La repressione della rivoluzione siciliana e di quella napoletana venne in gran parte affidata a corti militari che si giovarono di una nuova normativa, lo Statuto penale militare per lo regno delle Due Sicilie, apparso nel 1819 11.

Lo Statuto, nato come codice militare, dovette ben presto diventare operativo su larga scala e venne applicato anche in numerosi casi ai ‘pagani’, cioè a civili non facenti parte dell’esercito12 . Per quel che riguarda l’Isola i tribunali militari furono infatti utilizzati largamente per giudicare molti soggetti coinvolti nella rivoluzione del 1820 e numerosi soldati protagonisti della repressione dei moti isolani, colpevoli a loro volta di aver abbracciato la costituzione.

Un processo veramente emblematico dello stylus procedendi et iudicandi delle Commissioni militari in questa prima fase di applicazione dello Statuto penale militare è quello che si svolse proprio a carico del generale Rosaroll. Il procedimento è molto complesso e articolato, i giudici sono militari ma esperti dello Statuto entrato in vigore da poco, e vengono assistiti dal procuratore generale della Gran Corte civile di Messina, in qualità di ‘uomo di legge’; gli imputati sono difesi da avvocati civili che apprestano difese tecniche di buon livello, spesso utilizzando lo strumento del conflitto di competenza tra corti militari e ordinarie13 . Il processo Rosaroll è fondamentale per comprendere l’utilizzo concreto dello Statuto penale militare e il suo impatto sui procedimenti a carico di membri dell’esercito.

La documentazione è cospicua. La procedura si aprì con atti dell’agosto 1821: il luogotenente generale principe di Cutò inviò al tenente generale Nunziante l’incartamento perché lo trasmettesse alla Commissione militare della Valle di Messina, costituita dallo stesso luogotenente il 9 agosto 1821: presidente il colonnello Luigi Gioja, giudici i capitani di fregata Giovan Battista Espluga e Letterio Natoli, il tenente colonnello di artiglieria Carlo Ros e il tenente Francesco Saverio Martelli, capitano relatore Giovanni Caparelli, uomo di legge il procuratore generale della Gran Corte civile di Messina Luigi Jeni, cancelliere il sergente Gaetano Mira. Nunziante il 13 agosto 1821 rimise la documentazione al capitano Caparelli, il pubblico ministero. Il 25 agosto il direttore di Grazia e Giustizia presso il luogotenente dispose la traduzione degli imputati dalle carceri palermitane della Vicarìa alla piazza di Messina. L’imputato principale, Rosaroll, era latitante. Nella rete erano caduti i ‘pesci piccoli’, imputati soprattutto di complicità per aver trasmesso (o tentato di farlo) messaggi del generale ribelle. Anzitutto Alessio Fasulo, decurione del parlamento di Napoli al tempo della costituzione, fuggito quando il regno venne invaso dagli austriaci, che si era offerto di portare i messaggi sovversivi di Rosaroll a Palermo, e venne catturato su ordine del generale Roth dal tenente colonnello Raffaele Palmieri14 (fratello del celebre Nicolò, nostalgico della Costituzione siciliana del 1812). Poi il maggiore Giuseppe Vista, recatosi a Trapani per prelevarne la guarnigione e condurla a Messina, fermato poco dopo Fasulo dal generale Nunziante; Giovanni Mastrojanni, latore di lettere indirizzate da Rosaroll al generale Guillamatt a Termini e al generale Nunziante in Palermo, che venne arrestato dalla polizia mentre cercava di raggiungere il primo ufficiale partito con il suo reggimento verso Corleone; e altri imputati minori, come ad es. Vincenzo Galletti, che aveva ricevuto a Livorno dalle autorità un plico del re inviato da Lubiana e indirizzato al cardinale Pietro Gravina, nuovo luogotenente15 , e che invece di consegnarlo al prelato lo recapitò a Rosaroll, rendendogli così note le istruzioni segrete del sovrano.

Seguì una minuta istruzione e raccolta di documenti da parte del capitano relatore Caparelli presso le autorità militari e civili, l’amministrazione postale, i corrieri, etc. Il magistrato collocò la propria cancelleria nella Locanda dell’Aquila dOro, sita nel piano della Cittadella, dove alloggiava. L’istruzione venne integrata dal giudice istruttore Siragusa del Tribunale civile di Palermo, su ordine del procuratore di quella Gran Corte civile, per i fatti ivi accaduti.

Di lì a breve iniziarono le citazioni in giudizio: Rosaroll naturalmente era contumace, essendo fuggito. Seguì il ‘costituto degl’inquisiti’, a norma degli artt. 199 ss. dello Statuto, e il loro interrogatorio: Caparelli e il cancelliere si recarono alla Cittadella per ‘costituire’ i detenuti e interrogarli. Il 18 novembre 1822 vennero quindi citati i testimoni a carico degli imputati.

Il 24 novembre il capitano relatore fece scegliere ai detenuti i propri avvocati a norma degli artt. 209 ss. dello Statuto, scelta che venne notificata a questi ultimi in maniera da far decorrere il termine di 5 giorni per la preparazione delle difese. Un nutrito manipolo di legali si cimentò allora nella difficile impresa con le armi offerte dal nuovo Statuto: i nomi sono quelli di Francesco Longo, Angelo Aronne, Giovanni Stillati, Luca De Felice, Giovanni Costa16 .

Il processo entrò quindi nel vivo: a partire dal 17 dicembre iniziò il dibattimento. Il verbale accoglie la requisitoria del pubblico ministero: gli imputati vennero accusati di cospirazione contro la sicurezza interna dello stato; fellonia, alto tradimento. Il Presidente interrogò gli imputati sulle proprie generalità, poi ordinò che il cancelliere leggesse i processi verbali e le dichiarazioni, nonché tutti i documenti dell’istruzione. Quindi rinviò l’udienza al 4 gennaio 1823, ai sensi dell’art. 226 delle Leggi di procedura nei giudizi penali. Il giorno fissato proseguì il dibattimento con la lettura degli atti, per essere rinviato al 9 gennaio. In quest’ultima data, esaurita tale lettura, il presidente ordinò quella degli interrogatori degli imputati da parte del relatore. L’udienza proseguì con queste incombenze per diversi giorni. Il 16 gennaio 1823 continuò il dibattimento: il presidente ordinò di «sentirsi i testimoni dati in nota dal capitano relatore pubblico ministero», al fine di incrociare le dichiarazioni di questi con quelle degli imputati. La discussione continuò con interrogatori e controinterrogatori da parte dei difensori; il 25 febbraio il presidente dispose «di leggersi le… deposizioni (dei testi) nel dibattimento, per mettersi in discussione coll’altre prove raccolte a’ termini dell’articolo 251 dello Statuto».

Terminato il dibattimento e l’escussione dei testimoni il relatore Caparelli presentò le proprie richieste, mentre gli avvocati allegavano gli ultimi mezzi a difesa. La strategia difensiva si incentrò anche sulla nullità degli atti, ritenendo che i costituti non fossero stati formati legalmente, essendo stati redatti dagli ufficiali di polizia e dai militari che avevano catturato i complici di Rosaroll: la corte ritenne invece «col parere uniforme dell’uomo di legge, che ne prese consiglio anche da altri legali, che gl’interrogatorii degli imputati, così legalmente redatti, sono i veri costituti prescritti dalla legge pagana, perché pagano fu il giudice, che compilò il processo»17 .

Il presidente dichiarò sciolta l’udienza, rinviandola al 27 febbraio, e avvertendo che si passava alla deliberazione, ordinando nel contempo che tutti gli accusati venissero ricondotti in carcere.

La fase successiva del procedimento si aprì il giorno stabilito, con la lettura delle imputazioni, dei verbali e degli atti, ai termini degli artt. 237 e 238 dello Statuto. Le conclusioni orali del pubblico ministero chiesero la pena di morte col 3° grado di pubblico esempio per Rosaroll e per il suo complice Fasulo, pene minori per gli altri imputati18 . La parola passò quindi agli imputati e ai loro difensori, poi all’‘uomo di legge’ che assisteva i giudici militari. Il presidente propose gradatamente le questioni di fatto e di diritto: dopo l’ultima discussione venne emanata la sentenza.

Rosaroll e Fasulo furono condannati a morte, gli altri complici a pene minori. Ma in effetti una legge del 7 giugno 1811 disponeva che, nel caso venissero comminate insieme più condanne a morte, dovesse immediatamente eseguirsi solo la prima, mentre i successivi condannati venivano raccomandati alla ‘sovrana clemenza’: grazie a questo escamotage oltre a Rosaroll, contumace, scampò alla morte anche Fasulo 19. La sentenza venne stampata in 800 copie per assicurarne pubblicità e diffusione20 ; vennero infine disposte accurate ricerche per assicurare il generale fuggiasco alla ‘giustizia’. L’eco del processo durò a lungo: Michele Amari ci offre dovizia di particolari su alcuni punti oscuri della vicenda, affermando che fu Giovanni Minutolo principe di Collereale, governatore della Cittadella, consigliato da Francesco Sollima, a convincere gli altri ufficiali, dopo una cena sontuosa, a serrarsi nella fortezza e a respingere le profferte di Rosaroll (supplendo così alla assenza del luogotenente Scaletta e del generale Clary). Lo stesso Collereale avrebbe poi favorito la fuga del generale ribelle, consegnandogli una somma di denaro e convincendolo ad imbarcarsi sulla nave inglese21 .

Uguale fortuna non arrise invece agli imputati del processo che si svolse parallelamente a carico di altri soggetti coinvolti nella sollevazione di Rosaroll. La stessa Commissione militare infatti con sentenza del 28 febbraio 1822 condannò il sacerdote Giuseppe Brigandì, Salvatore Cesareo, il sottotenente Vincenzo Fucini, Francesco Cespes, e gli assenti contumaci Giuseppe Natuzzi, Giuseppe Saija, Giuseppe Cofino, «prevenuti di cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato» alla pena di morte con il 3° grado di pubblico esempio; alla stessa pena vennero condannati il bersagliere Camillo Pisano, reo di avere attentato alla vita del luogotenente Scaletta, e il contumace Michele Di Marco, che aveva mutilato la statua marmorea del sovrano eretta nel cortile del Collegio Carolino. Altri 35 sventurati vennero condannati «all’ergastolo, reclusione e relegazione». La Commissione raccomandò Cespes, «professore di belle lettere», alla clemenza sovrana, che commutò la pena di morte in pena detentiva. Le sentenze capitali vennero eseguite il 2 marzo alle ore 18, sul piano di Terranova, sotto la stretta sorveglianza delle truppe austriache comandate dal generale barone Klopstein, comandante la guarnigione di Messina22 .

La polizia borbonica seguì a lungo le tracce del generale ribelle: a Barcellona Rosaroll si arruolò nelle truppe del generale liberale Francisco Espoz y Mina, raggiungendo il comando di una legione nella guerra del 1822 contro i realisti; dopo la caduta di Cadice si rifugiò a Maiorca, per recarsi quindi a Malta e raggiungere l’isola di Zante, già da lui governata nel 1808. Entrò infine a far parte dell’esercito che lottava contro i turchi per l’indipendenza della Grecia; morì di tifo il 2 dicembre 1825 a Nauplia23 .

Recibido el 30 de octubre de 2013 y aceptado el 12 de noviembre de 2013.

* Professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno, Università di Messina (Italia).

1 Sul rapporto tra la Costituzione siciliana del 1812 e la Costituzione di Cadice cfr. Andrea Romano, “Cadice come modello costituzionale per l’Europa liberale e antinapoleonica. Nota introduttiva”, in Costituzione politica della monarchia spagnola, introduzione di Andrea Romano, nota bibliografica di Bartolomé Clavero, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000, p. XVII ss.

2 Sulle vicende della rivoluzione napoletana cfr. la sintesi di Angelantonio Spagnoletti, Storia del regno delle Due Sicilie, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 182 e ss.

3 Nicolò Palmieri, Saggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia infino al 1816:con un'appendice sulla rivoluzione del 1820, S. Bonamici e compagni, Losanna, 1847, p. 319.

4 Ivi, p. 323.

5 Ivi, p. 318.

6 Il processo agli uccisori del principe di Aci in Napoli, Archivio di Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Affari di Sicilia, Affari penali (d’ora in avanti citato come Affari penali), b. 6158.

7 Antonino De Francesco, La guerra di Sicilia. Il distretto di Caltagirone nella rivoluzione del 1820-21, Bonanno, Acireale, 1992. Il titolo di questo saggio è debitore di quello suggestivo del volume di De Francesco.

8 Cfr. infra, nt. 18.

9 Su Rosaroll cfr. Mariano D’Ayala, Biografia di Giuseppe barone Rosaroll, maresciallo di campo napolitano, Tip. G. Cannavacciuoli, Napoli, 1848.

10 Affari penali, b. 6158.

11 Sullo Statuto mi sia consentito rinviare a Giacomo Pace Gravina, Il Codice insanguinato. Lo “Statuto penale militare per lo Regno delle Due Sicilie” del 1819 e la repressione delle insurrezioni siciliane dell’Ottocento, in corso di stampa.

12 Sul contesto storico è fondamentale Gaetano Cingari, “Gli ultimi Borboni”, in Storia della Sicilia, vol. VIII, Soc. Ed. Storia di Napoli e della Sicilia, 1977, p. 1 ss. Sulla rivoluzione siciliana del 1820 cfr. le p. 11 ss. Sulla vicenda cfr. anche De Francesco, La guerra di Sicilia, cit.; Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, cit., p. 207 e ss.

13 Archivio di Stato di Messina, Magistrature speciali, vol. I, fasc. 2, “Appartiene alla causa di Rosaroll e compagni, accusati di complicità nella cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato 1821-1823”.

14 Palmieri, Saggio storico e politico, cit., p. 419.

15 Come ricordava Palmieri, «vi fu allora un momento in cui erano in Sicilia quattro luogotenenti: Scaletta, Nunziante, Rosseroll e Gravina. Ma i primi due si dimisero tosto dalla carica, e Rosseroll, mancatogli il colpo, ebbe la sorte di fuggire e sottrarsi così alla pena»: Nicolò Palmieri, Storia della rivoluzione di Sicilia nel 1820, opera postuma di Nicolò Palmieri con note critiche di Michele Amari, Palermo, 1848, p. 79. Il cardinale Pietro Gravina dei duchi di S. Michele fu nunzio apostolico in Spagna dal 1803 al 1816, anno in cui fu creato cardinale, quindi nominato arcivescovo di Palermo. Fu luogotenente generale di Sicilia dal 24 marzo al 10 luglio 1821. Era fratello di Federico Carlo Gravina, ammiraglio della flotta spagnola a Trafalgar.

16 Archivio di Stato di Messina, Magistrature speciali, vol. I, fasc. 2, fol. 210 e ss.

17 Affari penali, b. 6158.

18 La requisitoria venne stampata: Conclusioni finali del capitano d. Giovanni Caparelli, comandante della piazza di Messina, prodotte in Consiglio di guerra il giorno 25 febbraio 1823, in Messina, a carico dell’ex generale Giuseppe Rosaroll, e suoi complici, in Messina, presso Giuseppe Pappalardo, 1823.

19 La condanna di Fasulo venne commutata dal re nell’ergastolo in S. Stefano, quindi il 16 agosto 1825 nella relegazione a vita; il 12 ottobre 1827 la pena fu ridotta a 30 anni; il 10 febbraio 1832 Fasulo implorò la riduzione della condanna a 10 anni, come per il correo Raffaele Pepe. Ancora nel settembre 1832, da Pantelleria, chiese al sovrano la libertà, che non venne accordata (Affari penali, b. 6158).

20 Numerose copie a stampa della sentenza si conservano in Affari penali, b. 6149.

21 Michele Amari, Studii su la storia di Sicilia dalla metà del XVIII secolo al 1820, Palermo, 2010, a cura di Amelia Crisantino, p. 89 e ss: «I carbonari di Catania che non ebbero alcuno straordinario istigatore dopo molti dibattimenti furono d’accordo nel cedere; ma in Messina il generale Roseroll avea messo su tutti gli spiriti della setta. Questo era un uomo di idee smisurate, anzi matte, intorno a bravura e libertà; e mandato che fu a comandare la guarnigione di Messina attizzò maravigliosamente il fuoco di quelle carbonaie. In quella città, com’era fors’anche in Catania, non si potea vivere che carbonaro: e chi non era si risguardava come reale e calderaro, o per forza si scrivea nella setta; consiglio peggio che sciocco. E tutti i negozi, tutti gli affari pubblici e non pubblici si trattavano nelle vendite: si rivedeva a modo loro il conto d’ognuno. Roseroll gavazzava in questa vita civilissima. Intendendo i casi di Napoli, e vantandosi ch’egli se fosse stato in quelle regioni avrebbe saputo governar altrimenti la fortuna, si die’ ad istigare i carbonari militari e cittadini, ed a far con loro le più pazze dimostrazioni di zelo costituzionale e di guerra repubblicana ferocissima. Le autorità pubbliche di Messina che per forza eran tutte carbonare ma in cuore pendeano la più parte al solito per la monarchia si ristringeano sempre con lui a consigliar non so che sugli affari pubblici; dove Roseroll schiamazzava, sgridava, minacciava non parendogli scorger in quelli lo stesso zelo. Tra i quali era Sollyma, uomo onesto e savio, come che non molto popolano: il quale vedendo già finita la commedia di Napoli non avea desiderio di perder l’uffizio con una stolta resistenza, né le sostanze in mezzo ad una pazza sollevazione. Gli altri barbassori andavano a seconda de’ suoi divisamenti e Collereale ricco, e riputato molto nella città e governatore della cittadella seguiva le parti regie. Collereale per consiglio di Sollyma in quel frangente pensò di attraversare i disegni di Roseroll mentre Scaletta Luogotenente Generale e Clary comandante la valle, spaventati dalle dimostrazioni e dalle minacce di Roseroll e de’ suoi, si eran rifuggiti in villa ed aveano abbandonato la città, e il governo a discrezione di quel forsennato. Convitati a splendido desinare tutti gli uffiziali della guarnigione senza saputa di Roseroll, né forse l’uno dell’altro, Collereale fece intender loro la sommissione della città e del regno di Napoli dove tutti i carbonari gittate le armi si erano sobbarcati; tanto che nessuna speranza restava di salvezza se non nella sommissione alla guarnigione ed alla città di Messina, sola oramai ne’ due regni a resistere. Que’ napoletani fecero senno; e dispensando ai soldati a spese di Collereale il soldo doppio e vino quanto sapessero tracannare disposero tutti i soldati allo stesso proposito. Il dì appresso Roseroll andando alla cittadella a compier suoi disegni trovò chiuse per lui le porte; si vide abbandonato da tutti. Ondeché ito da Collereale, e forse chiamato da lui vide fallito il colpo, e non isdegnò l’offerta di una somma di danaro e di un legno per fuggirsi dai regni di Ferdinando, e salvar la vita dopo un attentato che dovea toccare il re molto nel vivo. Nunziante avvisato del caso die’ ordini severissimi per tutta l’isola a non ubbidire il ribelle Roseroll, a ributtarlo, ad esser fedeli al Re già rientrato nel possesso di piena signoria. Così fu quetato un movimento che potea riuscir molesto al nuovo governo. Il quale fremendo di rabbia al corso pericolo fece grande romore e cominciò una inquisizione rigorosissima della congiura come la chiamarono di Roseroll e per molto tempo afflisse e spaventò non poca gente con questo processo; e premiò ed accarezzò Scaletta e Clary, i quali nascondendosi vilmente lungi dal loro posto, avean dato comodità a quel pazzo disegno».

22 Affari penali, bb. 6125, 6158.

23 Anche il figlio Cesare condivise il destino tragico e romantico del padre. Tornato a Napoli dopo la morte di questi, si arruolò nella cavalleria: prese parte alla congiura di Vito Romano del 1839 e venne carcerato. Liberato nel 1848, si arruolò nel corpo di spedizione guidato da Guglielmo Pepe che venne in aiuto all’esercito sardo che combatteva contro gli austriaci; Cesare passò quindi a difendere Venezia, dove cadde in combattimento a Marghera nel 1849 (D’Ayala, Biografia di Giuseppe barone Rosaroll, cit., p. 17 e ss.).


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