MACHIAVELLI NELLE "OSSERVAZIONI" DI MELCHIORRE DELFICO

Gabriele CARLETTI*





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Gabriele Carletti (2013): "Machiavelli nelle 'Osservazioni' di Melchiorre Delfico", en Revista europea de historia de las ideas políticas y de las instituciones públicas, n. 6 (noviembre 2013), pp. 167-186. Puede verse en http://www.eumed.net/rev/rehipip/06/gc.pdf en línea.


ABSTRACT: The return of the French to the Kingdom of Naples (in February 1806) marked the beginning of a new political season, in which Melchiorre Delfico (1744-1835) imagined the possibility of a recovery of that "power of reason and moderation" to which he believed politics had to be brought back after the fin-de-siècle crisis: in his opinion, that was the best possible way towards development, against the excesses both by rebels and reactionaries. He feared that the latter, driven by an overwhelming desire for revenge, could prevent administrative, economic and budgetary reforms from being implemented: in fact, even though put into practice over the last decade, such reforms, which were causing the dissolution of the Neapolitan Ancien Régime, were the result of a long-term process. From a cultural perspective, illiberal tension over the annihilation of revolutionary results conveyed a manipulated re-proposal of political prejudices – some of which dated back to famous writers such as, not least, Niccolò Machiavelli. Such a context was, in Delfico's opinion, a chance (or maybe only an excuse) for a re-reading of the "great philosopher of politics" whose works had influenced his early thought in some way. Thus, since the need of facing the writer from Florence about certain subjects – such as religion, liberty, the constitutional issue, equality – arose in Melchiorre Delfico, not only roughly marked differences or incisive opinions but also similarities and positive evaluations came sometimes to light. His rejection of an idea of politics completely parted from ethics was among the causes of Delfico's disagreement with Machiavelli, as well as his interpretation of Machiavellian theories in light of certain historical, political and cultural needs and experiences gained between the end of 1700s and the beginning of 1800s. However, he considered many Machiavellian theories – such as the identification of the origin of class conflicts with legal and economic inequalities, or the blame for the so-called «gentlemen's» antisocial role – still substantial and living matters. Above all, Delfico paid tribute to Machiavelli for having connected the "military question" to the political one as well as for having considered strictly linked the solutions of such issues. That correlation assumed and implied a new relationship between rulers and the ruled based on a mutual commitment: ensuring its own "affection" towards the State in order to guarantee greater stability on the part of people; fulfilling the citizens' expectations by improving their economic and social conditions on the part of governments. A constitutional monarchy, seen by Melchiorre Delfico as the ideal solution between revolution and conservativism, was also the most suitable background for the development of such a commitment.

KEY WORDS: Niccolò Machiavelli, Melchiorre Delfico, Political Thought, Political Fortune, Religion, Liberty, Equality, Constitutional Monarchy, Military question.

RIASSUNTO: Il ritorno dei Francesi nel Regno di Napoli (febbraio 1806) segna l'inizio di una nuova stagione politica nella quale Melchiorre Delfico (1744-1835) intravede la possibilità di un recupero di quello «spirito di ragione e di moderazione» a cui riteneva necessario ricondurre la politica dopo la crisi di fine secolo, che costituiva l'unica via possibile di sviluppo, sia contro gli eccessi dei rivoluzionari, sia contro le intemperanze dei reazionari. Di questi ultimi teme che il desiderio di revanche possa vanificare quelle riforme amministrative, economiche e finanziarie che stavano provocando la dissoluzione dell'Ancien Régime napoletano e che, sebbene attuate durante l'ultimo decennio, rappresentavano il risultato di un processo di più lunga durata. La tensione reazionaria alla cancellazione dei risultati rivoluzionari si traduce sul piano culturale in una riesumazione strumentalizzata di pregiudizi politici, alcuni dei quali fatti risalire a grandi autori, non ultimo Niccolò Machiavelli. Questo clima è per Delfico l'occasione (o forse soltanto il pretesto) per una rilettura del «gran politico pensatore», di cui in gioventù aveva subito qualche influenza. Nasce così l'esigenza di confrontarsi con lo scrittore fiorentino intorno ad alcuni temi, come la religione, la libertà, il problema costituzionale, l'uguaglianza. Da questo confronto emergono talora divergenze più o meno accentuate o giudizi critici, ma anche affinità e valutazioni positive. Il dissenso è riconducibile in parte al rifiuto di una concezione della politica completamente disgiunta dalla morale, in parte ad una interpretazione delle tesi machiavelliane alla luce di esigenze ed esperienze storiche, politiche e culturali maturate tra il Sette e l'Ottocento. Molte sono tuttavia le idee di Machiavelli che egli considera ancora valide e attuali, come l'identificazione dell'origine dei conflitti sociali con l'ineguaglianza giuridica ed economica o la condanna del ruolo antisociale dei cosiddetti «gentiluomini». Ma, soprattutto, Delfico riconosce al Fiorentino il merito di aver legato la «questione militare» alla «questione politica», di aver ritenuto la soluzione dell'una imprescindibile da quella dell'altra. Tale correlazione presuppone ed implica un nuovo rapporto tra governanti e governati basato sul reciproco impegno, da parte del popolo, di assicurare la propria «affezione» allo Stato, così da garantire una maggiore stabilità; da parte dei governi, di soddisfare le aspirazioni dei sudditi, migliorandone le condizioni economico-sociali. Lo sviluppo di questo vincolo è concepito da Delfico all'interno di una monarchia costituzionale, considerata la giusta soluzione tra rivoluzione e reazione.

PAROLE CHIAVE: Niccolò Machiavelli, Melchiorre Delfico, Pensiero politico, Fortuna politica, Religione, Libertà, Uguaglianza, Monarchia costituzionale, Questione militare.

«Il dono che volete farmi è troppo caro al mio cuore perché io possa ricusarlo. Oʼ come potrei ricusare ciò che dal vostro ingegno mi viene per mano vostra, in pegno della vostra amicizia? Io lo collocherò nelle mie cose più care piacendo lʼanimo mio dei profondi pensieri con cui avete saputo svolgere quello del gran Fiorentino giacché son certo che sarà opera degna di voi e piena dʼaltissima filosofia». Così il marchese milanese Gian Giacomo Trivulzio ringraziava il 7 gennaio 1824 lʼamico Melchiorre Delfico1 del dono di un «preziosissimo manoscritto» su Niccolò Machiavelli degli inizi degli anni Venti. Dopo la morte di Trivulzio, avvenuta nel marzo del 1831, Delfico inviò il manoscritto al marchese aquilano Luigi Dragonetti 2 che ne caldeggiò la pubblicazione; cosa che non avvenne perché il suo autore riteneva di dovervi «aggiungere qualche cosa» 3.

Rimasto inedito, il testo definitivo è tuttora irreperito, ma di esso si conservano due stesure, entrambe preparatorie, dal titolo Osservazioni sopra alcune dottrine politiche del Segretario fiorentino, pubblicate di recente, che per comodità espositiva citeremo come Osservazioni I e Osservazioni II4 .

Le Osservazioni acquistano un rilievo critico consistente nella storia della fortuna di Machiavelli in Italia nei primi decenni dellʼOttocento. Non soltanto perché esse si collocano in un periodo, quello tra la fine del Settecento e gli inizi degli anni Quaranta del secolo successivo, di relativa stasi degli studi machiavelliani nel Paese, eccezion fatta per le brevi note di Cuoco5 , i Pensieri di Ridolfi6 e gli appunti sparsi di Foscolo 7; quanto soprattutto perché offrono una lettura di Machiavelli operata non attraverso lʼanalisi di una sua singola opera, ma della sua intera produzione: dal Principe ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, dalle Istorie fiorentine al Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze, allʼArte della guerra.

Che cosa spinge Delfico, ormai ottuagenario, a confrontarsi con il pensiero del Fiorentino, definito un «profondo» e «gran politico pensatore», un uomo che aveva «sentimenti degni di stima», di cui ammirava la «sublimità dei talenti» e a proposito del quale si rammaricava che erano stati trascurati «gli avvisi della sua saggezza»? Prima di allora, egli lo aveva criticato, così come aveva fatto con Montesquieu e Rousseau, nei Pensieri su lʼistoria e sullʼincertezza ed inutilità della medesima, per la sua ammirazione per lʼantica Roma 8, pur avendo in gioventù riecheggiato alcuni suoi motivi 9. Unʼattenzione, quella delficina, che tuttavia non si era tradotta, fino al saggio che stiamo considerando, in unʼanalisi sistematica delle teorie di Machiavelli, nonostante, nella seconda metà del Settecento, si fosse verificata in Italia una ripresa dʼinteresse per la figura e lʼopera del Fiorentino10 , del quale, sulla scia della voce machiavelisme pubblicata sullʼ«Enciclopédie»11 , si diffuse anche unʼinterpretazione in chiave antitirannica e repubblicana12 . Né Delfico aveva seguito lʼesempio dellʼamico Giuseppe Galanti autore, nel 1779, di un Elogio di Machiavelli, in cui, confutate le tesi dellʼantimachiavellismo tradizionale, aveva accettato lʼinterpretazione repubblicana, ravvisando nei Discorsi «una dottrina equa, ragionevole e giudiziosa, tutta opposta a quella del Principe»13 .

A indurre lʼintellettuale meridionale a scrivere le Osservazioni è il nuovo assetto politico determinatosi in Europa dopo il crollo napoleonico. A Napoli era risalito sul trono Ferdinando IV (dallʼ8 dicembre 1816 Ferdinando I, re delle Due Sicilie), dopo un decennio di dominio francese, durante il quale i Napoleonidi avevano avviato, collateralmente ad un certo decollo economico-sociale, un rinnovamento della struttura amministrativa del Regno14 , a cui lo stesso Delfico aveva partecipato15 . Con la restaurazione dei Borboni egli teme non soltanto la rivalsa delle forze reazionarie, ma soprattutto che si interrompa quel processo di sviluppo economico e di trasformazione sociale che lentamente ‒ aveva scritto ad un amico16 ‒ stava facendo «risorgere» il Paese. Il timore si trasforma presto in certezza allorché Ferdinando I chiede lʼintervento austriaco per porre fine allʼesperienza costituzionale del 1820-ʼ21, in cui era stato coinvolto anche il nostro autore17 , e dà vita ad un nuovo governo reazionario. Delfico, che già dal 1815 aveva diradato il suo impegno nella vita politica, si allontana definitivamente dagli ambienti governativi 18.

In questa azione di ripristino dellʼantico, che si svolge allʼinsegna della ricomposizione della vecchia alleanza tra trono e altare, lo scrittore teramano vede profilarsi la minaccia di «rendere il mondo stazionario» se non addirittura di «farlo a grandi passi o salti retrogradare»19 . La tensione reazionaria alla cancellazione dei risultati rivoluzionari si traduce sul piano culturale in una riesumazione strumentalizzata di pregiudizi politici, alcuni dei quali fatti risalire a grandi autori, che precludono al genere umano quel progressivo avanzamento verso «lʼumana perfettibilità» cui sembra invece essere destinato. Machiavelli è uno dei pensatori privilegiati dal pensiero reazionario italiano della prima metà dellʼOttocento 20. A lui si richiama uno dei maggiori rappresentanti di tale corrente, il napoletano Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa21 , nella sua opera I piffari di montagna del 1820, scritta per denunciare i «tanti errori» commessi a Napoli dai «partitanti» della rivoluzione e del liberalismo, fra i quali include lo stesso Delfico22 , responsabili di aver considerato lʼuomo non «quale è nel fatto», ma come potrebbe essere o «ci figuriamo poter diventare»23 . Questo impianto realistico assume nel Principe di Canosa una valenza negativa, divenendo il presupposto del suo atteggiamento reazionario e antipopolare, dal momento che alla realtà egli si richiama unicamente per legittimare politiche restauratrici o per contrastare tendenze innovatrici.

In queste sue considerazioni Canosa incontra Machiavelli, tra i pochi a suo giudizio a non essersi mai ingannato in politica 24, con le cui tesi dichiara di concordare. In realtà, ne I piffari di montagna lʼex ministro di polizia non fa che estrapolare frasi dalle opere del Fiorentino e alterarne il senso per avallare pratiche politiche repressive. Così, riferendosi al passo dei Discorsi in cui il Segretario fiorentino vede nellʼintervento di un uomo «virtuoso», munito di estrema forza e di mezzi straordinari, lʼunica possibilità per debellare la «corruzione» che si era generata nelle città di Milano e di Napoli a causa della profonda «inequalità» esistente25 , Canosa conclude in modo perentorio che dove cʼè «poca moralità» e «poca religione» occorre che ci sia «poca libertà nel popolo» e «molta forza», «molto terrore» da parte di chi comanda «perché comandare deve dispoticamente» 26. Sempre al Fiorentino egli ricorre per difendere lʼutilità dei corpi intermedi, dellʼaristocrazia ereditaria e, soprattutto, della classe baronale, che costituiscono le «vere barricate sociali» contro lʼazione devastatrice della «canaglia democratica», che trama per rovesciare i troni legittimi 27.

È in questo clima culturale che Delfico rilegge Machiavelli per smascherare alcuni pregiudizi che si sono formati sotto la sua «potente autorità» 28 e per soffermarsi su alcune idee del pensatore fiorentino «poco favorevoli ai progressi della politica ragione»29 , senza tuttavia tralasciare alcune sue verità che potrebbero risultare ancora utili per le civili società. Da questo confronto emergono talora divergenze più o meno accentuate e giudizi critici, ma anche affinità e valutazioni positive, a testimonianza dellʼammirazione che Delfico nutre per Machiavelli30 .

Convivono e si alternano nelle Osservazioni due contrapposti atteggiamenti: da un lato, una valutazione storicistica del pensiero machiavelliano, considerato in relazione al suo tempo e come sua espressione, già emersa negli scritti di Hegel e di Fichte, di cui però difficilmente Delfico ha avuto conoscenza31 , e in quelli a lui più familiari di Cuoco e di Ridolfi; dallʼaltro, la tendenza a ricondurlo allʼepoca presente per poi giudicarlo sulla base delle proprie esperienze e convinzioni.

Machiavelli è, per Delfico, uomo del suo tempo dal cui spirito riceve «le impressioni» e prende «il carattere». Per lʼanziano illuminista, sostenitore della superiorità dei moderni sugli antichi, è, quella tra il Quattro e il Cinquecento, unʼepoca piena di atrocità e di frode, di corruzione e delitti politici. In essa «tutto compariva problematico, contenzioso, disputabile» essendo la filosofia ancora «rugginosa» e scarsi ed imperfetti i metodi della ricerca, tanto che i suoi ingegni sarebbero da riguardare con «venerazione» e insieme con «compatimento»32 . Lo stesso Fiorentino sarebbe stato in più di unʼoccasione, nei suoi pensieri, «mal assistito» dal secolo e dalle circostanze. Ciò nonostante egli lo considera, come già il Cuoco33 , «superiore al [suo] secolo» per essere riuscito, malgrado le difficoltà, ad «innalzarsi al vero», ponendosi spesso in contrasto con «potenti interessi» e «dominanti opinioni» 34.

Dellʼ«illustre autore» Delfico sottolinea il realismo politico e lʼaderenza alla realtà effettuale. Nato in una repubblica e repubblicano egli stesso, desideroso di conoscere le cause dellʼorigine e della conservazione degli Stati liberi, Machiavelli avrebbe inizialmente indirizzato i suoi sforzi allo studio delle repubbliche, sulle quali avrebbe scritto anche un Trattato, «sventuratamente» andato perduto. Molto probabilmente Delfico è indotto a credere allʼesistenza di un «Trattato delle Repubbliche» dallʼaffermazione dello stesso Machiavelli contenuta nel II capitolo del Principe: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perché altra volta ne ragionai a lungo»35 .

Ma, avendo successivamente intuito che quelle forme di civili società «non erano quasi più di moda» e, soprattutto, che erano allora assai difficili da riprodurre, il Fiorentino avrebbe volto il suo interesse alle altre forme politiche più diffuse, di cui si sarebbe occupato nel trattato De principatibus. In esso egli concepirebbe lʼidea di una rigenerazione dellʼItalia, che in lui si identifica, secondo il Teramano, con la conquista dellʼindipendenza nazionale.

Delfico guarda dunque il libro non come unʼastratta speculazione politica, bensì come uno scritto dʼoccasione contenente una particolare proposta operativa, in relazione ad un obiettivo politico contingente. Ma senza farne un precorritore del Risorgimento o un assertore dellʼunità nazionale, secondo unʼinterpretazione del Fiorentino allora assai diffusa36 , egli ammira in lui la «viva passione», la disperata ricerca di soluzioni politiche capaci di porre fine alla grave crisi della società italiana del Cinquecento. Che la rigenerazione dellʼItalia fosse «la mira principale di quel politico lavoro» appare chiaro, afferma Delfico, a chiunque ne legga lʼExhortatio dellʼultimo capitolo; né vi è alcun dubbio che Machiavelli fosse «ansioso», con il suo opuscolo, «di avervi parte», come egli stesso spiega nella lettera a Francesco Vettori 37. Tutta lʼopera sarebbe finalizzata a questo obiettivo e la strategia politica in essa delineata risulterebbe essere la sola realmente praticabile. Destinatario dellʼExhortatio non avrebbe potuto essere che un principe, non certo i popoli, fra i quali nessuno, ritiene Delfico condividendo una tesi di Cuoco 38, aveva allora per Machiavelli le qualità necessarie per divenire «il rigeneratore della grandezza Italiana»39 .

La scelta machiavelliana del Valentino quale liberatore degli Stati italiani appare come lʼipotesi estrema e necessitata, lʼunica alternativa allʼimmobilismo e alla rassegnazione di fronte alla decadenza politica e civile dellʼItalia allʼinizio del XVI secolo. Questa radicalità autorizzerebbe Machiavelli, osserva Delfico, a transigere sui mezzi e permette di comprendere come le stesse massime machiavelliane «più infami», (perfino quelle che lo avrebbero reso un autore esecrabile) siano da intendere più che come suoi intimi convincimenti, come lʼextrema ratio per il conseguimento di un ideale politico, altrimenti inattuabile40 .

Il quadro storico di decadenza in cui si inserisce la proposta machiavelliana non porta lo scrittore teramano a condividere interamente tutte le tesi del Segretario fiorentino: «Se si possono giustificare le sue intenzioni, e la persona» scrive «questo non vale per le sue dottrine» 41. Infatti, se da un lato egli comprende le preoccupazioni di Machiavelli e fa proprie le sue speranze di una prossima rigenerazione, attuabile questʼultima solo attraverso mezzi eccezionali, dallʼaltro manifesta più di una perplessità di fronte al suo realismo politico. Come lʼautore del Principe, Delfico ammette lʼesistenza di una Ragion di Stato, che prescinda per la salute della patria da qualsiasi considerazione di giusto e ingiusto, per negarne però subito dopo il carattere assoluto e limitarne le estreme implicazioni, non riuscendo di fatto ad accettare la dissociazione machiavelliana tra etica e politica. Netto è poi il rifiuto di quelle massime del Principe ispirate al detto che «per regnar tutto lice», sublimi per la «politica deʼ Gabinetti», ma «vilissime e dannabilissime» per la morale42 , poiché ingenerano nellʼopinione pubblica lʼidea che si possa violare il diritto e la giustizia a vantaggio di personali benefici. Lʼosservanza della morale, fondata sulle leggi eterne della Natura e giammai sulle leggi o sulle convenzioni storicamente determinate dalla società, costituisce, per il Teramano, la condizione essenziale per qualsiasi politica concepita in funzione del bene comune e la migliore garanzia contro il pericolo di una gestione personalistica del potere.

Dopo averlo collocato nella sua epoca, Delfico valuta il pensiero machiavelliano alla luce delle esigenze del XIX secolo. Suo obiettivo prioritario resta quello di sradicare, come abbiamo detto, alcuni pregiudizi politici, ad arte mantenuti in vita per ostacolare qualsiasi progresso economico-sociale del Paese. Tale intento traspare sin dalla prime pagine delle Osservazioni, quando Delfico si sofferma sulla concezione religiosa di Machiavelli. Sorvolando sullʼinsieme degli aspetti problematici che il tema della religione assume nellʼopera del Fiorentino 43, egli prende in considerazione il giudizio sul cristianesimo e rimprovera a Machiavelli di aver identificato (confuso) la religione in sé, la sua dottrina, i suoi principi fondati sullʼ«umana fratellanza» e sui «più nobili sentimenti», con la Chiesa come istituzione politica. Se solo invece egli avesse provato a distinguere questʼultima dalla religione si sarebbe certamente avvicinato più al vero, perché avrebbe capito (come pure una volta riconobbe nei Discorsi44 ) che era la condotta politica della curia romana la vera causa della rovina degli Stati45 .

Non è escluso che, attraverso lʼaccusa a Machiavelli, lo scrittore abruzzese avesse come obiettivo non quello di stigmatizzarne una presunta confusione che, almeno nei termini da lui rilevati non esiste, essendosi egli espresso in modo assai critico contro il dominio temporale della Chiesa e gli abusi perpetrati dai suoi ministri, bensì quello di ammonire i contemporanei a mantenere netta la distinzione tra la religione, quale valore morale e profonda esigenza dellʼanimo umano, e il suo impiego politico. Questo non perché egli avesse particolarmente a cuore lʼinteresse o il futuro del cristianesimo, ma perché voleva mettere in guardia contro la appena avvenuta legittimazione governativa dellʼantico ordine, operata in nome della religione e con lʼavallo delle autorità ecclesiastiche. La polemica politica lo conduce a rinfacciare a Machiavelli la presunta eccessiva benevolenza nei confronti dei ministri del culto e a rimproverargli di non aver sufficientemente colto quelle «miserabili astuzie» (messe in atto dallʼ«impostura sacerdotale»), delle quali i governi si erano avvalsi e continuavano ad avvalersi «per ingannar i popoli e gravarli di nuovo giogo» ed «indurli ai loro voleri» 46. Non solo Delfico condivide lʼatteggiamento antiecclesiastico di Machiavelli (nessun rilievo egli muove alle sue critiche o ai suoi giudizi sferzanti), ma attribuisce alla curia romana colpe storiche e politiche altrettanto gravi, anche nel corso del Settecento, per aver essa accresciuto i propri privilegi e rivendicato «false» e «insussistenti» pretese giurisdizionali 47.

Altrettanto critico lo scrittore teramano si mostra nei confronti della concezione machiavelliana della libertà perché priva, a suo giudizio, di una precisa e corretta definizione. Di tale termine il Fiorentino si sarebbe avvalso per identificare situazioni storiche e momenti politici differenti come il cambiamento di una forma di governo, lʼindipendenza dal dominio straniero, il trionfo di un partito, lʼintroduzione di una qualsiasi riforma, senza però riuscire a cogliere «le cause, le condizioni e gli effetti» della libertà.

Per lʼanziano illuminista, che ha seguito lʼintera dinamica rivoluzionaria in Francia e in Italia, la libertà assume il duplice significato sia di riconoscimento del diritto del cittadino ad essere giuridicamente protetto dagli abusi del potere statale, sia di affermazione di uno Stato che tuteli il cittadino da ogni forma di arbitrio e di sopraffazione da parte di forze sociali nostalgiche dellʼAncien Régime. La questione principale quindi per lui non è quella posta da Machiavelli di stabilire «dove più sicuramente si ponga la guardia della libertà», se nel «popolo» o nei «grandi» 48, bensì quella di riempire la libertà di un contenuto nuovo, di fare in modo che essa dipenda da forme politiche basate sulla divisione dei poteri e sulle distinte attribuzioni dei medesimi, e soprattutto che sia protetta da «leggi fondamentali o costitutive», la cui importanza ‒ intuita dallo stesso Machiavelli 49 ‒ egli aveva colto sin dai tempi dellʼAssemblea Costituente, quando aveva considerato la costituzione «il maggior riparo» contro il pericolo controrivoluzionario. Le costituzioni rappresentano «le condizioni necessarie per la buona esistenza delle civili società»50 , poiché impediscono qualsiasi abuso di potere e permettono di assicurare i diritti individuali e la tutela dei cittadini e dei loro beni sotto la legge.

Della necessità ed urgenza di un regime costituzionale Delfico è fermamente convinto. Le sue idee costituzionali, tuttavia, non hanno nulla di eccessivo, non la pretesa di una «perfezione astratta», bensì la ricerca di una soluzione «conveniente e proporzionata alle circostanze» 51. Fedele ad una convinzione maturata sin dagli anni giovanili, egli rivendica un governo moderato, monarchico più che repubblicano, che non segua il principio nefando divide et impera, ma finalizzi la propria azione al conseguimento dellʼuguaglianza politica, «condizione necessaria al ben vivere politico»52 .

Dellʼuguaglianza, come già della libertà, il Segretario fiorentino non avrebbe avuto che unʼidea vaga e imprecisa, dal momento che con quel termine egli sembrava volesse indicare particolarmente lʼuguaglianza delle ricchezze, mentre avrebbe mostrato di tenere in poco conto lʼuguaglianza dei diritti, ignorando così che compito precipuo dello Stato è quello, se non di «distruggere», almeno di «limitare» le differenze politiche esistenti tra i cittadini. Credette Machiavelli di poterla scorgere nella Roma repubblicana e non si accorse invece che non può esserci mai eguaglianza laddove la qualità di cittadino è «distinta in classi», essendo tale distinzione «distruttrice delle civili egualità». In mancanza di tali idee, non ci si meravigli, afferma Delfico, come egli riuscisse «poco felice» nellʼimpresa affidatagli da Leone X di presentare un piano di riforma della sua città natale.

Da molti considerato, alla sua uscita, lʼAntiprincipe per antonomasia, il testo che più di tutti rivelava lʼanimo repubblicano di Machiavelli53 , il Discursus florentinarum rerum, scritto tra il 1520 e il 1521 54, ma pubblicato la prima volta nel 1760 col titolo Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze ad istanza di Leone X 55, non sembra invece conquistare pienamente Delfico. Il progetto di realizzare «una Repubblica perfetta» gli appare infatti lacunoso e perfino criticabile. Lacunoso perché in esso il Fiorentino passerebbe sotto silenzio tutta una serie di problemi relativi alla formazione, allʼorganizzazione e alla durata del corpo sociale, quali ad esempio le condizioni che formano «le caratteristiche del cittadino, quali siano i suoi diritti, quali i titoli ed i modi di esercitarli, quale la maniera di esprimere la volontà generale nella formazione delle leggi, e nella delegazione deʼ poteri; quale la divisione e le attribuzioni deʼ medesimi»56 . Criticabile, invece, perché nel Discursus Machiavelli non porrebbe i cittadini tutti sullo stesso piano, per distinguerli successivamente secondo funzioni e ruoli necessari per il buon funzionamento dello Stato, ma li dividerebbe in tre classi permanenti («primi, mezzani ed ultimi»57 ), legittimando così una politica costituzionale fondata sullʼineguaglianza «legale», che precluderebbe la possibilità di trasformare Firenze in «un vero corpo politico», per piantarvi invece il germe malefico «della disunione, della discordia, della distruzione»58 , proprio lui che pure aveva osservato che «il più terribile fomite delle civili disunioni era lʼineguaglianza»59 .

Nei confronti della concezione machiavelliana dellʼuguaglianza Delfico alterna rilievi critici e apprezzamenti positivi. La sua valutazione si serve ora di una versione giuridica, ora di un contenuto economico. Se nei riguardi dellʼuguaglianza giuridica però il suo giudizio è abbastanza uniforme, nel senso che considera la parità dei diritti una componente imprescindibile della moderna politica costituzionale, non altrettanto avviene nei confronti di quella economica. Infatti, mentre da un lato si dichiara contrario ad una assolutizzazione del principio di eguaglianza economica, in linea con unʼidea già manifestata negli Indizi di morale del 1775, in cui si era espresso a favore soltanto di un eguale diritto alla proprietà; dallʼaltro, avverte la necessità di una maggiore uguaglianza delle ricchezze, ritenendo opportuno se non doveroso superare il rigido dualismo tra proprietari e abbienti da una parte, nullatenenti e indigenti dallʼaltra. La proprietà costituisce per lui «il primo e più saldo principio della Società», poiché crea nei proprietari «sempre affezione» 60 nei confronti dello Stato, a cui essi chiedono di riconoscere e tutelare i loro diritti, interessati come sono, più di ogni altra classe, al buon funzionamento delle istituzioni e alla corretta applicazione delle leggi.

La moltiplicazione del numero dei proprietari avrebbe non solo risposto ad un criterio di uguaglianza, ma anche allontanato il pericolo di eventuali sconvolgimenti politici. Forte di questo convincimento, Delfico concorda con Machiavelli sullʼorigine delle discordie negli Stati, ricondotta non ad una divinità malefica o allʼavverso destino, e neppure alla presunta malvagità umana, né tanto meno al mancato perfezionamento della specie, bensì a «quella ineguaglianza di diritti e di beni» a cui le leggi non seppero o non vollero porre riparo. A tal proposito egli cita un passo delle Istorie fiorentine in cui si afferma lʼassoluta inconciliabilità tra gli «umori» del popolo (che non vuol «essere comandato né oppresso dai grandi») e quelli dei grandi (che vogliono «comandare ed opprimere il popolo») 61. Una contrapposizione, quella tra popolo e potenti, che rappresenta una fonte di notevole preoccupazione per lo scrittore teramano, che la vede, sebbene attenuata, continuare ad esistere negli anni della Restaurazione.

La tesi del conflitto tra le tendenze del popolo e quelle dei grandi era stata formulata dal Fiorentino nel capitolo nono del Principe, dedicato al «principato civile», al quale si perviene o con il consenso del popolo o con quello dei nobili, dando luogo così, a seconda dei casi, o a un principato «civile-popolare» o a un principato «civile-ottimatizio». In questo capitolo Machiavelli prende in considerazione la possibilità di instaurare un principato popolare62 , ritenendo egli il desiderio del popolo (di «non esser comandato né oppresso dai grandi») un fine assai «più onesto» di quello dei grandi (di «comandare ed opprimere il popolo»). Una convinzione, questa, che lo aveva portato a credere che anche nel caso in cui il principe fosse giunto al potere con lʼaiuto dei potenti, avrebbe dovuto sin dallʼinizio «cercare di guadagnarsi il popolo», di farselo amico, pigliando «la protezione sua»63 ed esercitando il potere in suo favore.

È, questʼidea del potere concepito in nome e nellʼinteresse del popolo, la ragione che spinge Delfico a definire il capitolo nono del Principe «eccellente». Ugualmente eccellenti giudica le osservazioni contenute nel capitolo sedicesimo del I libro dei Discorsi in cui è ribadita la necessità per i principi, per tutti i principi, compresi quelli che per regnare hanno bisogno di ricorrere a «vie straordinarie», di fondare il loro principato sul consenso della «moltitudine», di guadagnarsi il popolo e di farselo amico64 .

Come Machiavelli, Delfico considera oltre che necessario anche possibile assicurarsi il favore popolare e se non condivide il radicalismo della proposta machiavelliana, di «tagliare a pezzi tutti gli ottimati» 65, nessun dubbio però egli nutre sulla necessità da parte del sovrano di renderli innocui, di tenere a freno la loro ambizione di dominio. In proposito, di grande attualità egli trova il capitolo cinquantacinquesimo del I libro dei Discorsi in cui Machiavelli tratta dei cosiddetti «gentiluomini», di quegli uomini che «oziosi vivono dei proventi delle loro possessioni abbondantemente, senza avere alcuna cura o di coltivare o di alcunʼaltra necessaria fatica a vivere» e che, in quanto tali, sono «al tutto nimici dʼogni civiltà»66 e quindi «perniciosi» in qualsiasi società. Ma, dopo aver condiviso le tesi di Machiavelli (che nelle Osservazioni suonano come atto di accusa implicita nei confronti della situazione politica in cui vive), Delfico sottace la conclusione consequenziale a cui giunge il Segretario fiorentino:

Trassi adunque di questo discorso questa conclusione, che colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e che colui che dove è assai equalità vuole fare uno regno o un principato, non lo potrà mai fare, se non trae di quella equalità molti dʼanimo ambizioso ed inquieto. […] Costituisca adunque una repubblica colui dove è, o è fatta una grande equalità, e allʼincontro ordini un principato dove è grande inequalità, altrimenti farà cosa senza proporzione, e poco durabile67 .

Machiavelli fissa in questo passo la duplice, stretta, correlazione tra «equalità» e repubblica da un lato, e «inequalità» e principato dallʼaltro68 . Egli identifica inoltre la «inequalità» e la «equalità» con la presenza o lʼassenza nello Stato dei «gentiluomini». Ne consegue che voler «spegnere» i gentiluomini equivale a tendere verso lʼ«equalità» e quindi, in definitiva, alla costituzione di una repubblica; al contrario, mantenere o fare «gentiluomini in fatto» significa optare per lʼ«inequalità» e quindi avere come obiettivo la conservazione o la creazione di un principato. Non sono chiare le ragioni per le quali Delfico sorvola sulle ultime implicazioni della riflessione machiavelliana, se considera cioè quelle equazioni prospettate nei Discorsi, e di lì a poco ripresentate nel Discursus florentinarum rerum69 , troppo rigide e schematiche, o se giudica, invece, una piena adesione a quelle soluzioni teoriche troppo compromettente nei confronti del potere costituito. Se da un lato, infatti, egli è sempre attento a non oltrepassare con i suoi scritti i limiti della tollerabilità, dallʼaltro considera il «bene pubblico» eseguibile sotto qualunque specie di governo, sebbene le sue preferenze siano per la monarchia, definita «la più vera forma di governi umani» 70. Dallʼanalisi machiavelliana, pertanto, più che la tesi della contrapposizione fra lʼeguaglianza della repubblica e lʼineguaglianza del principato, Delfico riprende la critica incisiva, la ferma condanna di una struttura sociale caratterizzata da forti e profonde sperequazioni socio-economiche. Rimuovere o anche semplicemente ridurre queste disuguaglianze equivale per lui ad agire in direzione del «bene pubblico». La stessa esigenza di «spegnere» i gentiluomini gli appare non come un passaggio esclusivo della repubblica, bensì di qualsiasi forma politica.

Dei Discorsi, che, sebbene apprezzati, gli appaiono mancanti «di principio e di fine», poco compatti e ordinati, quasi fossero una serie di pensieri distinti «arbitrariamente disposti», Delfico prende in esame il primo capitolo del III libro, in cui Machiavelli afferma: «A volere che una Setta o una Repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio» 71. Il postulato sarebbe in contraddizione con quanto affermato dallo scrittore fiorentino nel capitolo diciottesimo del I libro dei Discorsi circa la necessità di cambiare «gli ordini e le leggi» nel corso del tempo: «verità importantissima ‒ commenta Delfico, alludendo alla realtà in cui vive ‒ che i legislatori ed i governi sovente con grave danno trascurano» 72. È questo lʼargomento su cui le posizioni dei due autori divergono maggiormente. Le ragioni del dissenso derivano da una concezione illuministica del divenire storico a cui il Teramano rimane fedele anche negli anni della Restaurazione. La tesi di ritirare gli Stati verso il loro principio (apparsa ad alcuni come una «trasposizione» sul piano profano del mito del «rinnovo» 73 dei grandi movimenti religiosi medievali) nasce, a suo giudizio, da un equivoco di fondo generato da una fatalistica e malintesa concezione dello sviluppo delle società civili 74, che porterebbe Machiavelli a credere che nel loro succedersi esse corrano necessariamente più verso la «corruzione» che verso il «miglioramento». Da questo punto di vista, ritirar gli Stati al loro principio non significherebbe altro che creare le condizioni per farli ritornare alla loro ottimale forma originaria.

Se si considera però che le prime società, scrive Delfico, «nacquero quasi sempre sotto gli auspici dellʼignoranza e della violenza» e che esse non poterono col tempo che migliorare, è evidente che voler mettere in pratica la teoria machiavelliana equivarrebbe a respingere quelle società verso «lʼoriginale barbarie, privarle di ogni civile miglioramento e rinunciare agli effetti di quella perfettibilità che fu il più singolare dono che la Provvidenza facesse allʼuman genere» 75. Per poter convenire con Machiavelli bisognerebbe che le società avessero un carattere originario di «perfezione», per cui ogni successivo allontanamento dallo stadio iniziale costituirebbe «un pubblico danno». Ma di tali società nella storia non cʼè traccia, ad eccezione di quelle «monastiche e fratesche», la cui dinamica, osserva lo scrittore teramano, è completamente opposta a quella delle società civili. Difatti, mentre queste ultime, nate «imperfettissime», non possono che migliorare; le altre, al contrario, nate «perfette», inevitabilmente degradano, nonostante le riforme che «si sforzano a ricondurle ai principi»76 .

Alla teoria machiavelliana della storia come «progressiva necessaria corruzione» (argomento sempre ripetuto «dai vari ipocriti lodatori del passato, e naturalmente disgustati del presente»77 ), Delfico contrappone la sua visione di un processo storico continuo e indefinito. Condividere quella concezione piuttosto che questa significherebbe per lui ritardare il progresso del genere umano e precludere quel naturale miglioramento delle società, cui sembrano invece essere destinate.

Dissenso, infine, Delfico esprime anche nei confronti della filosofia della storia, per il suo carattere progressivo e regressivo al tempo stesso, che Machiavelli espone allʼinizio del V libro delle Istorie Fiorentine:

«Perché non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come elle arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino, e similmente scese che le sono, e per gli disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che salghino, e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene. Perché la virtù partorisce quiete, la quiete ozio, lʼozio disordine, il disordine rovina; e similmente dalla rovina nasce lʼordine, dallʼordine virtù, da questa gloria e buona fortuna» 78.

Ma lʼaspetto della riflessione machiavelliana più a lungo dibattuto nello scritto delficino è la questione militare, a testimonianza dellʼimportanza che la problematica assume per il Teramano e della sua preferenza per il Machiavelli scrittore politico-militare rispetto sia al Machiavelli storico (Discorsi) che al Machiavelli politico del suo tempo (Il Principe). Le vedute militari del Fiorentino gli appaiono estremamente utili e meritevoli «di essere portate ad una maggiore luce». Di fronte ad esse lo scrittore meridionale approva perfino il richiamo di Machiavelli alle antiche istituzioni romane e ne ammira la «grande conoscenza» storica, della quale sembra qui ammettere, alla fine, lʼutilità.

Prima di allora, Delfico si era occupato del problema militare nel Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale del 1782, lasciando intravedere alcune affinità con le teorie del Segretario fiorentino, come nel caso dellʼavversione per le truppe mercenarie o della condanna del «perpetuus Miles». Ma delle tesi machiavelliane egli non sembra cogliere fino in fondo le implicazioni politiche, preso comʼè, negli anni che precedono la Rivoluzione francese, a distruggere lo spirito di corpo dei militari, quel «sentimento dissociale» che li portava a disprezzare la vita civile e che faceva di loro una classe di privilegiati distinta dal corpo sociale e come tale avversata dalla popolazione, stanca di continui soprusi ed angherie.

Quando nelle Osservazioni ritorna sul problema, Delfico ha presente non soltanto lʼArte della guerra, opera, a differenza del Principe e dei Discorsi, ancora poco nota e apprezzata agli inizi dellʼOttocento 79, ma anche gli scritti di argomento militare precedenti 80, di cui ammira in particolare le due Provvisioni per istituire Milizie nazionali nella Repubblica fiorentina del 1506 e del 1512. Chiara è in lui la consapevolezza della duplice valenza, militare e politica, del pensiero del Segretario fiorentino, il cui merito è quello di aver considerato la guerra non solo «nella multeplicità deʼ suoi rapporti», ma anche, soprattutto, «in quelli che la legano strettamente alla politica» 81.

Più che gli aspetti tecnico-militari 82, è il nesso, più volte sottolineato, tra organizzazione militare e costituzione politica83 ad attirare lʼattenzione del Teramano, che condivide lʼenunciato machiavelliano dei Discorsi, presente anche nel Principe, secondo cui «il fondamento di tutti gli Stati è la buona milizia» e «dove non è questa, non possono essere né leggi buone, né alcuna altra cosa buona»84 .

Distaccandosi da unʼimpostazione puramente militaristica, Machiavelli salda la questione militare alla questione politica, consapevole che «buoni ordini» hanno origine da «buone armi» e che queste costituiscono un fattore determinante per lʼesistenza e la grandezza di uno Stato. È compito del principe riorganizzare il potere militare sulla base di un nuovo rapporto fondato sulla reciproca solidarietà tra il popolo, che vede nel principe la realizzazione dei propri interessi, ed il principe, che trae dal consenso del popolo una maggiore stabilità del proprio potere85 .

Della fondatezza delle tesi militari dello scrittore fiorentino Delfico è pienamente convinto, tanto da ritenerle ancora valide per il suo tempo, quando continua a sussistere il problema della formazione di una milizia nazionale, «fornita di forza fisica ed animata da una forza morale» 86.

Pertanto, se è indispensabile munire i soldati di «particolare istruzione ed educazione» perché acquisiscano nuove abitudini e qualità sia fisiche che mentali, lo è ancor di più infondere loro sentimenti di amor patrio e offrire motivi di attaccamento allo Stato e alla società civile, i soli in grado di legare i militari in modo permanente alla causa per cui combattono, perché in tal modo essi verrebbero a identificare la loro lotta con la difesa o il miglioramento del proprio «ben essere» e dei «beni della vita civile» 87.

Trae da qui origine la polemica delficina contro gli eserciti mercenari il cui limite di fondo consiste, come aveva affermato Machiavelli, nel non avere alcuna «affezione» verso colui per cui essi combattono, tale da farli diventare suoi «partigiani», senza la quale «non mai vi potrà essere tanta virtù, che basti a resistere ad uno nimico un poco virtuoso» 88. Prive come sono di un vero interesse e di un «nobile sentimento», le soldatesche mercenarie non danno, per Delfico, quella affidabilità propria delle truppe animate da una «vera forza morale», spesso motivo, assai più dellʼonore e della fedeltà, di coraggio e di straordinarie imprese. Scartata lʼipotesi di un ricorso alle forze mercenarie, il compito di salvaguardare e sviluppare le istituzioni civili e politiche spetta, a suo avviso, unicamente alle milizie proprie, caratterizzate non più dai vecchi quadri militari, bensì da una nuova figura che implica una continua e profonda immedesimazione tra il cittadino e il soldato.

Il problema diviene a questo punto prevalentemente politico. Perché sorga nei cittadini lʼaffezione verso il proprio principe e diventino essi soldati a lui fedeli, occorre, secondo lo scrittore teramano, procedere ad una ridefinizione del rapporto tra sudditi e principi, che presupponga da parte di questi ultimi un cambiamento radicale del modo con cui avevano fino ad allora regnato e che abbandonino il principio, criticato anche da Machiavelli, che bisogna «governarsi coʼ sudditi avaramente e superbamente»89 per cercare, invece, come aveva ammonito ancora il Fiorentino, di «guadagnarsi il popolo», di «satisfare al popolo, e tenerlo contento» 90, interpretando le sue aspirazioni e traducendole in programmi politici.

Quando dunque ‒ conclude Delfico ‒ i Governi con le buone istituzioni, colle buone leggi ed ordini rendono piacevole la vita, quando una istituzione militare ben immaginata è eseguita da corrispondenti istruzioni ed ordinanze, quando il militare può riguardarsi come un essere dotato di più utili qualità che prima non aveva, e quando può essere condotto a tale da stimar la sua condizione, e conoscersi in grado da poter adempiere le publiche mire per la sua destinazione, e ciò con tutte le cure corrispondenti, che gli ne faccino nascere il sentimento, allora lʼuomo della guerra dovrà considerarsi come un funzionario dello Stato, e pronto ad eseguire i doveri che si avrà imposti verso la patria e il Sovrano i quali dal canto loro avranno contribuito alla sua formazione. Ma se ‒ continua egli con accenti machiavelliani ‒ le condizioni del ben vivere politico mancano in uno Stato, se lʼineducazione da una parte e la miseria e lʼoppressione dallʼaltra rendono poco gradita la civile coesistenza […] e non fanno nascere i nobili sentimenti di affezione per i governi, né il desiderio di accrescere le proprie forze fisiche e morali, e che lʼuomo quasi si vergogni di appartenere alla sua specie, quali speranze che un essere di tal fatta possa godere di tali qualità impossibili a nascere da sì trista semenza. […] E se veggiamo talora che il bastone, le catene, ed i più severi castighi prendono il luogo di una ragionevole educazione, è facile il giudicare che da essi potranno sorgere piuttosto deʼ satelliti della Tirannia, che deʼ difensori di quella libertà, cui sempre usarono ospitalità gli umani governi 91.

Delfico pone qui esplicitamente il problema di una riforma dello Stato, delle sue istituzioni e di una nuova visione della politica, che concepisca la gestione del potere a vantaggio non esclusivamente del principe, ma anche dei cittadini. Come Machiavelli, egli è convinto che dove gli uomini «non sono soldati» ciò si verifica per «difetto del Principe» 92 (inteso come «Principato» e non come «persona») e non per altra ragione. Dalla capacità o meno dei governanti di creare «le condizioni del ben vivere politico» dipendono, a suo avviso, la coesione allʼinterno dello Stato, la nascita nei cittadini di sentimenti di solidarietà e di «affezione» o, al contrario, di assoluta apatia nei confronti dei governi. A seconda, dunque, delle finalità politiche che si perseguono possono determinarsi due diversi, contrapposti, risultati: la trasformazione dei sudditi-soldati o in «satelliti della tirannia» o in paladini della libertà. In tal modo egli indica le direttive, sollecitandone lʼattuazione, affinché i governi possano uscire dallʼimpasse illiberale in cui sono venuti a trovarsi dopo la Restaurazione.

Nonostante lʼinvito allʼazione, non si può tuttavia non avvertire il tono distaccato dellʼesortazione, un certo disincanto nei confronti delle possibilità dei governanti. Se si paragona lʼatteggiamento pacato delle Osservazioni con quello appassionato e ottimistico delle Memorie giovanili o degli scritti dei primi anni della Rivoluzione francese si ha lʼimpressione che Delfico ripercorra la parabola che era stata propria del Segretario fiorentino quando era passato dalla fiducia totale (nel Principe) in una rigenerazione della politica italiana allʼamara constatazione (nellʼArte della guerra) della «negatività della situazione»93 alla quale era ormai impossibile opporsi.

In realtà, pur alimentando in Delfico molti dubbi e perplessità, il clima politico degli anni in cui scrive il saggio su Machiavelli non incrina la sua fiducia nel progresso, sempre configurato come un processo ineluttabile verso forme e condizioni di vita politica e civile più elevate. Ma la loro attuabilità dipende, diversamente dal passato, assai più che dal favore delle circostanze o di un principe illuminato, da una ridefinizione dei fondamenti della «vera politica» e dei suoi contenuti. E in ciò consiste la novità maggiore delle Osservazioni.

Come già aveva fatto negli scritti giovanili, Delfico condanna ogni forma di potere politico arbitrario e repressivo, che operando in funzione e nellʼinteresse di una ristretta minoranza rende «retrograda lʼumanità […], vietandole ogni avanzamento» 94. Un disegno politico, quello di mantenere in condizioni retrograde lʼumanità, che sul piano culturale si traduce in un rifiuto della filosofia, ad arte accusata di essere la causa «di tutti gli errori passati, presenti e futuri»95 .

A rafforzare in lui lʼavversione verso qualsiasi gestione superficiale del potere vi è invece la convinzione, consolidata dalla lettura di Machiavelli, che «la politica è una scienza, e non altro che la pratica della universale filosofia, che si propone il bene di tutti, di chi comanda e di chi obbedisce», dei governanti come dei governati. Può accadere che la politica non vada avanti, ma è compito dellʼintellettuale, conclude Delfico, «rimetterla su la buona strada»96 .

Recibido el 17 de agosto de 2013 y aceptado el 19 de septiembre de 2013.

* Professore straordinario di Storia delle dottrine politiche. Università di Teramo (Italia).

1 La lettera è conservata presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, Aut. B. VIII n. 78/2. Storico, economista, filosofo e uomo politico, allievo di Antonio Genovesi e seguace di Locke e Condillac, Melchiorre Delfico (1744-1835) è considerato «uno dei più veramente cosmopoliti» e al tempo stesso «dei più autenticamente provinciali tra i riformatori meridionali nel secondo Settecento» (Franco Venturi, “Nota introduttiva” [a M. Delfico], in Illuministi italiani, t. V, Riformatori napoletani, Ricciardi, Milano-Napoli, 1962, p. 1161). Con lʼarrivo a Teramo dei Francesi, lʼ11dicembre 1798, è nominato dal generale Duhesme presidente della Municipalità cittadina per poi essere chiamato, il 12 gennaio 1799, dal generale Coutard a presiedere a Pescara il Consiglio Supremo, lʼorgano politico più importante esistente in Abruzzo. Il 23 gennaio, il comandante in capo Championnet, occupata Napoli, lo nomina membro del Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana. Ma nella Capitale egli non potrà recarsi mai a causa delle insorgenze antifrancesi. Il 28 aprile 1799, in seguito alla partenza dei Francesi dallʼAbruzzo, Delfico preferisce, prima ancora della caduta della Repubblica napoletana, lasciare Pescara e sotto il falso nome di Carlo Cauti riparare via mare nelle Marche, per poi raggiungere nel settembre successivo San Marino. Nella piccola Repubblica rimarrà fino al 1806, quando Giuseppe Bonaparte, divenuto re di Napoli, in giugno lo chiamerà al suo fianco con la carica di Consigliere di Stato, raggiungendo nel decennio successivo lʼapice della sua carriera politica. Per le notizie biografiche si veda Gregorio De Filippis-Delfico, Della vita e delle opere di Melchiorre Delfico. Libri due, Angeletti, Teramo, 1836, arricchita di unʼelencazione degli scritti editi ed inediti del Nostro (alcuni dei quali successivamente pubblicati), nonché di quelli non terminati e dei frammenti. Per una ricostruzione della sua biografia intellettuale cfr. Gabriele Carletti, Melchiorre Delfico. Riforme politiche e riflessione teorica di un moderato meridionale, ETS, Pisa, 1996. Sul suo impegno riformatore cfr. Vincenzo Clemente, Rinascenza teramana e riformismo napoletano (1777-1798). Lʼattività di Melchiorre Delfico presso il Consiglio delle Finanze, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1981. Spunti critici anche in Giovanni Gentile, Dal Genovesi al Galluppi, Edizioni della “Critica”, Napoli, 1903, p. 18-87; Gaetano Capone Braga, La filosofia francese e italiana del Settecento, Edizioni delle “Pagine critiche”, Arezzo, 1920, vol. II, soprattutto il paragrafo Il Delfico e glʼideologi, p. 184-203; Carlo Ghisalberti, “La giurisprudenza romana nel pensiero di Melchiorre Delfico”, Rivista italiana per le scienze giuridiche, a. VIII, vol. VII, parte II (1954), p. 423-455; Armando Di Nardo, Storia e scienza in Melchiorre Delfico. (Studi e ricerche), Libera Università Abruzzese degli Studi «G. DʼAnnunzio», Facoltà di Lettere e Filosofia, Chieti 1978; Aldo Garosci, San Marino. Mito e storiografia tra i libertini e il Carducci, Edizioni di Comunità, Milano, 1982, p. 165-226; Giustino Broccolini, Il pensiero pedagogico di Melchiorre Delfico, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1987; Aldo Marroni, Maître à sentir. Melchiorre Delfico e il problema del bello, Noubs, Chieti, 2001; Mario Agrimi, “La vicenda rivoluzionaria e le riflessioni sulla storia: Mechiorre Delfico”, Itinerari, a. XXIII, n° 3 (1984), p. 75-108, ripubblicato nella stessa Rivista, nuova serie, a. L, n° 1 (2011), p. 15-48. Per una ricognizione critica degli studi delficini si veda il mio saggio, “Recuperi, oblii e prospettive. Per una storia critica della storiografia delficina”, Trimestre, a. XX, n° 1-2 (1987), p. 5-40.

2 Cfr. la lettera di Delfico a Dragonetti del 21 settembre 1831, Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti, a cura del marchese Giulio Dragonetti suo figlio, Ufficio della Rassegna Nazionale, Firenze, 1886, p. 139.

3 Lettera di Delfico a Dragonetti del 20 settembre 1832, Spigolature, cit., p. 149.

4 Le Osservazioni I sono state pubblicate da Adelmo Marino in Aprutium, II, n° 2 (1984), p. 34-61 e successivamente riedite dallo stesso autore assieme alla pubblicazione delle Osservazioni II nel volume Scritti inediti di Melchiorre Delfico, Solfanelli, Chieti, 1986, rispettivamente p. 19-42 e 59-79. Sia per struttura che per stile e argomentazioni riteniamo che la stesura delle Osservazioni II sia quella più vicina alla versione definitiva.

5 Vincenzo Cuoco, “La politica di Niccolò Machiavelli” [gennaio 1804], in Scritti vari, a cura di Nino Cortese e Franco Nicolini, vol. I, Laterza, Bari, 1924, p. 45-48.

6 Angelo Ridolfi, Pensieri intorno allo scopo di Niccolò Machiavelli nel libro Il Principe, Stamperia Destefanis, Milano, 1810.

7 Si tratta di una serie di abbozzi e di frammenti su Machiavelli i quali, concepiti come risposta al libro di Ridolfi e a quello di William Roscoe, Vita e pontificato di Leone X del 1805, che avevano confutato lʼinterpretazione in chiave repubblicana del Principe, saranno pubblicati postumi, col titolo Frammenti sul Machiavelli, nelle Prose politiche e letterarie dal 1811 al 1816, a cura di Luigi Fassò, Edizione nazionale delle opere di Ugo Foscolo, vol. III, Le Monnier, Firenze, 1933, p. 1-63.

8 Cfr. Melchiorre Delfico, “Pensieri su lʼistoria e sullʼincertezza ed inutilità della medesima” [Forlì 1808], in Opere complete, a cura di Giacinto Pannella e Luigi Savorini, vol. II, Fabbri, Teramo, 1903, p. 85, 86, 106, 117, 122, 130, 142, 176. Per una disamina dei Pensieri, considerati lʼespressione più radicale dellʼantistoricismo italiano cfr. Gabriele Carletti, Melchiorre Delfico. Riforme politiche e riflessione teorica, cit., p. 147-175; Gisela Schlüter, “Historische Skepsis um 1800: Melchiorre Delfico”, Das Achtzehnte Jahrhundert, Historischer Pyrrhonisnus, hg. von Gisela Schlüter,a. XXXI, n° 2 (2007), p. 213-233.

9 Cfr. Melchiorre Delfico, “Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale” [Teramo 1782], in Opere complete, cit., vol. III, p. 159-162.

10 Sulla rinascita in Italia degli studi machiavelliani nel XVIII secolo cfr. Giuliano Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, Istituto storico italiano per lʼetà moderna e contemporanea, Roma, 1965, p. 337 ss. Spunti critici anche in Carlo Curcio, Machiavelli nel Risorgimento, Giuffrè, Milano, 1953, p. 3-18; Franco Gaeta, “Appunti sulla fortuna del pensiero politico di Machiavelli in Italia”, Atti del convegno internazionale Il pensiero politico di Machiavelli e la sua fortuna nel mondo, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, Firenze, 1972, p. 21-36.

11 «Lorsque Machiavel ‒ si legge nellʼEncyclopédie ‒ écrivit son traité du prince, cʼest comme sʼil eût dit à ses concitoyens, lisez bien cet ouvrage. Si vous acceptez jamais un maître, il sera tel que je vous le peins: voilà la bête féroce à laquelle vous vous abandonnerez. Ainsi ce fut la faute de ses contemporains, sʼils méconnurent sont but: ils prirent une satyre pour un éloge» (Encyclopédie ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, tome neuvième, Friedrich Frommann Verlag, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1966, p. 793).

12 Sullo sviluppo in Italia nella seconda metà del Settecento di una lettura del Fiorentino in chiave repubblicana cfr. Giuliano Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, cit., p. 354 ss.; Mario Rosa, Dispotismo e libertà nel Settecento. Interpretazioni «repubblicane» di Machiavelli, Laterza, Bari, 1964, p. 49 ss., e, per quanto riguarda il triennio 1796-99, Vittorio Criscuolo, “Appunti sulla fortuna del Machiavelli nel periodo rivoluzionario”, Critica storica, a. XXVII, n° 3 (1990), p. 475-492.

13 Giuseppe Maria Galanti, Elogio di Niccolò Machiavelli cittadino e Segretario fiorentino con un Discorso intorno alla costituzione della società e al governo politico, [Napoli], 1779, p. 33.

14 Per un quadro dʼinsieme dellʼattività amministrativa e dellʼopera legislativa dei Napoleonidi nel Regno napoletano, oltre al volume, notevolmente arricchito e ampliato rispetto alla prima edizione del 1941, di Angela Valente, Gioacchino Murat e lʼItalia meridionale, Einaudi, Torino, 1976, p. 231-332, cfr. Pasquale Villani, Il decennio francese, in Storia del Mezzogiorno, vol. IV, t. II, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Edizione del Sole, Roma, 1986, p. 575-639; Studi sul Regno di Napoli nel decennio francese (1806-1815), a cura di Aurelio Lepre, Liguori, Napoli, 1985; Il Mezzogiorno fra ancien régime e Decennio francese, a cura di Antonio Cestaro e Antonio Lerra, Quaderni della Rassegna Storica Lucana, n°1, Edizioni Osanna, Venosa, 1992.

15 Nominato da Giuseppe Bonaparte Consigliere di Stato il 3 giugno 1806, era stato assegnato alla sezione delle Finanze, per poi passare nel 1809 alla Presidenza della sezione dellʼInterno, divenendo uno dei quattro presidenti del Consiglio di Stato. Sullʼattività di Delfico nellʼamministrazione francese cfr. Giorgio Palmieri, Melchiorre Delfico e il decennio francese (1806-1815), Edizioni del Gallo Cedrone, LʼAquila, 1986; Raffaele Feola, La monarchia amministrativa. Il sistema del contenzioso nelle Sicilie, Jovene, Napoli, 1985, p. 125-135; Franco Venturi, Nota introduttiva [a M. Delfico], cit., p. 1186; Aldo Garosci, San Marino, cit., p. 215.

16 Cfr. la lettera di Delfico a Friedrich Münter del 16 febbraio 1810, in Armando Di Nardo, Storia e scienza in Melchiorre Delfico,cit., p. 148-149.

17 Allʼindomani dello scoppio insurrezionale del 1820, Ferdinando I aveva affidato a Delfico lʼincarico di tradurre la Costituzione spagnola del 1812 e subito dopo, il 9 luglio 1820, lo aveva nominato (assieme ad altri 14) membro della Giunta provvisoria di governo, chiamata a sostituire il Parlamento fino al suo insediamento. Successivamente fu uno degli 89 deputati di quel Parlamento che, costituitosi il 1° ottobre 1820, visse solo fino al marzo 1821, quando lʼesercito austriaco mise fine al regime costituzionale.

18 Nel maggio del 1822 Delfico torna a Teramo, ma nellʼautunno successivo si reca di nuovo a Napoli dove rimane per alcuni mesi, fino alla primavera del 1823, quando lascia la Capitale per non farvi più ritorno. A Teramo, dove trascorre il resto della sua vita, senza mai più allontanarsi, continuando a studiare e a scrivere, morirà il 21 giugno 1835, allʼetà di novantun anni.

19 Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 41.

20 Cfr. Nicola Del Corno, Gli «scritti sani». Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione allʼUnità, Angeli, Milano, 1992, p. 24-25.

21 Antonio Capece Minutolo (1768-1838), sostenitore della dinastia borbonica, divenne nel gennaio del 1816 ministro della Polizia a Napoli, ma fu licenziato nel giugno successivo per la sua azione particolarmente repressiva contro la Carboneria, alla quale oppose la setta sanfedista dei Calderari, sorta durante il Decennio. Nominato di nuovo ministro della Polizia nellʼaprile del 1821, fu dapprima esonerato (luglio 1821) e poi, nel maggio dellʼanno successivo, allontanato dal Regno. Cfr. Walter Maturi, Il principe di Canosa, Le Monnier, Firenze, 1944.

22 Cfr. Canosa, I piffari di montagna, s.e., Parigi, 1832, 6a ed., p. 13.

23 Ivi, p. 117.

24 Cfr. ivi, p. 123.

25 Cfr. Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in Opere di Niccolò Machiavelli Cittadino e Segretario fiorentino, Italia 1813, vol. III, lib. I, cap. XVII, p. 69. Lʼedizione, stampata a Firenze in otto volumi presso il Piatti, a cura di Francesco Tassi, e arricchita di una lunga introduzione, in cui vengono passati in rassegna molti dei giudizi fino ad allora espressi sul Fiorentino, e comprensiva della raccolta di massime machiavelliane pubblicata a Roma nel 1771 da Stefano Bertolini col titolo La mente di un uomo di Stato, è quella utilizzata da Delfico per la stesura delle Osservazioni.

26 Canosa, I piffari di montagna, cit., p. 123-124.

27 Cfr. ivi, p. 156-158.

28 Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 20.

29 Ivi, p. 21.

30 Non mi sento pertanto di condividere la tesi di chi ha visto nelle Osservazioni solo una critica del pensiero machiavelliano. Cfr. Giulio Gentile, La Repubblica virtuosa. Rousseau nel Settecento politico meridionale, Morano, Napoli, 1989, p. 156-166.

31 Comʼè noto, le pagine di Hegel su Machiavelli fanno parte del capitolo IX della sua opera Über die Verfassung Deutschlands, composta tra il 1799 e il 1802 ma pubblicata postuma nel 1893. Lo scritto di Fichte, invece, pur essendo apparso nel giugno del 1807 sul 1° volume della rivista «Vesta» non viene mai citato dallo scrittore teramano, né dʼaltro canto esso sembra aver avuto riscontro nella letteratura machiavelliana in Italia negli anni precedenti la stesura delle Osservazioni delficine. Il saggio fichtiano fu tradotto in italiano da Antonio Buoso che lo pubblicò, col titolo Su Machiavelli scrittore con brani dai suoi scritti, in appendice al suo volume Il Machiavelli nel concetto del Fichte, Castion, Portogruaro, 1920.

32 Cfr. Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 20-21, e Osservazioni II, cit., p. 60-61.

33 Per Cuoco, Machiavelli «vide i costumi e gli ordini deʼ suoi tempi, e ne giudicò con una mente la quale era superiore ai tempi suoi», che venne ammirata o biasimata «sempre senza ragione, perché non era mai ben compresa» (Vincenzo Cuoco, “La politica inglese e lʼItalia” [gennaio 1806], in Scritti vari, cit., vol. I, p. 204). Su Cuoco interprete di Machiavelli, cfr. Carlo Curcio, Machiavelli nel Risorgimento, cit., p. 19 ss. Per unʼaltra valutazione cfr. Luigi Russo, “La critica machiavellica dal Cuoco al Croce” [1949], in Machiavelli, Laterza, Roma-Bari, 1988, p. 234-245.

34 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, p. 75.

35 Niccolò Machiavelli, Il Principe, in Opere, cit., vol. IV, p. 2. In realtà, il passo non allude a nessuna opera andata perduta, bensì ai primi capitoli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio che, comʼè noto, furono interrotti ad un certo punto della loro compilazione per poi essere completati dopo che il suo Autore ebbe scritto il Principe. Sulla datazione delle opere maggiori di Machiavelli cfr. Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, vol. I, Il pensiero politico, il Mulino, Bologna, 1993, p. 349 ss.

36 Sullʼinterpretazione del Fiorentino come antesignano dellʼunità nazionale cfr. Carlo Curcio, Machiavelli nel Risorgimento, cit., p. 23-33. Unʼutile rassegna di moderni interpreti favorevoli e contrari a Machiavelli profeta dellʼUnità dʼItalia è in Rodolfo De Mattei, Dal premachiavellismo allʼantimachiavellismo, Sansoni, Firenze, 1969, p. 89 ss.

37 La lettera, datata 10 dicembre 1513, fu pubblicata la prima volta nel 1810 da Ridolfi in appendice ai suoi Pensieri intorno allo scopo di Niccolò Machiavelli, cit., p. 61-72.

38 Cfr. Vincenzo Cuoco, La politica di Niccolò Machiavelli, cit., p. 47.

39 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 66.

40 «Le ingiuste dottrine» del Fiorentino, afferma Delfico riecheggiando le tesi di Cuoco e di Ridolfi, si dovrebbero riguardare «non come precetti, ma come mezzi a pervenire, nel caso che le circostanze li avessero resi necessari, non tanto al fine particolare del nuovo principato, quanto al grande scopo finale della grandezza, felicità ed effettiva integrità della Italia, cui erano sempre diretti i suoi voti». Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 67. Cfr., inoltre, Vincenzo Cuoco, La politica di Niccolò Machiavelli, cit., p. 48; Angelo Ridolfi, Pensieri intorno allo scopo di Niccolò Machiavelli, cit., p. 25. Lo stesso concetto è espresso anche a p. 11.

41 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 67.

42 Cfr. Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 29; Osservazioni II, cit., p. 70.

43 Sullʼidea della religione in Machiavelli cfr. Giuliano Procacci, “Introduzione” a Niccolò Machiavelli, Il Principe e Discorsi, a cura di Sergio Bertelli, Feltrinelli, Milano, 1960, p. LVIII-LXII; Alberto Tenenti, “La religione in Machiavelli”, Studi storici, a. X, n° 4 (1969), p. 709-748; Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, p. 549-558.

44 Delfico cita in proposito il cap. XII del primo libro, p. 55, in cui Machiavelli denuncia la responsabilità storica della Chiesa per aver tenuto e continuato a tenere lʼItalia divisa: «Non essendo dunque stata la Chiesa potente da potere occupare lʼItalia, né avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto un capo, ma è stata sotto più principi e signori; daʼ quali è nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si è condotta ad esser stata preda, non solamente deʼ barbari potenti, ma di qualunque lʼassalta».

45 Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 22; Osservazioni II, cit., p. 62.

46 Ibidem.

47 Un atteggiamento anticuriale e giurisdizionalistico, di ascendenza giannoniana e di eredità genovesiana, il nostro autore manifesta nei due lavori, con i quali inaugura nel 1768 la sua attività di scrittore, in difesa dei diritti del Regno di Napoli sui territori di Benevento, dal 1077 sotto il dominio pontificio, e di Ascoli Piceno, anchʼesso dal 1266 annesso allo Stato ecclesiastico. Le due Memorie, dal titolo Intorno aʼ dritti sovrani di Napoli sulla città di Benevento e Saggio istorico delle ragioni dei Sovrani di Napoli sopra la città dʼAscoli dʼAbruzzo oggi nella Marca, furono commissionate a Delfico dallʼavvocato della Corona Ferdinando De Leon. Della prima, tuttora inedita, esiste una copia autografa presso lʼArchivio di Stato di Teramo, «Fondo Delfico», B.16, fasc. 178, dal titolo Del territorio beneventano. La seconda, invece, fu pubblicata la prima volta su La Rivista abruzzese di scienze e lettere nel 1890 (a. V, fasc. I, p. 22-30; fasc. III-IV, p. 142-168; fasc. V-VI, p. 248-261; fasc. VII, p. 305-322, e fasc. VIII, p. 358-365), preceduta dalle Notizie di Luigi Volpicella sulle vicende del manoscritto. Il Saggio istorico è stato riedito nelle Opere complete, cit., vol. III, p. 9-80.

48 Cfr. Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., lib. I, cap. V, p. 23. Sulla concezione machiavelliana della libertà cfr. le osservazioni di Luigi Russo, Machiavelli, cit., p. 189-203, e di Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, p. 511-527.

49 Delfico cita, in proposito, alcuni passi machiavelliani tratti dai capp. XVI e LVIII del lib. I dei Discorsi, cit., p. 67 e 165-166.

50 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 77.

51 Melchiorre Delfico, “Opinioni politiche”, in Adelmo Marino, Scritti inediti di Melchiorre Delfico, cit., p. 126, col titolo redazionale Idee per una costituzione.

52 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 64.

53 Sul «repubblicanesimo» del Discursus cfr. Rodolfo De Mattei, Dal premachiavellismo allʼantima-chiavellismo, cit., p. 77-88, il quale sottolinea lʼastrattezza e il carattere «antistorico» della proposta istituzionale di Machiavelli, tutta incentrata sulla mitica figura del «fondatore». Per una diversa lettura cfr. Guidubaldo Guidi, “Niccolò Machiavelli e i progetti di riforme costituzionali a Firenze nel 1522”, Il Pensiero politico, a. II, n° 3 (1969), p. 580-590.

54 Per la composizione dello scritto, il cui titolo per esteso è Discursus florentinarum rerum post mortem iunioris Laurentii Medices, cfr. Roberto Ridolfi, Vita di Niccolò Machiavelli, Sansoni, Firenze, 1978, 7a ed., p. 547-548; Giorgio Inglese, “Il «Discursus florentinarum rerum» di N. Machiavelli”, La Cultura, a. XXIII, n° 1 (1985), p. 203-213; Guidubaldo Guidi, “Niccolò Machiavelli e i progetti di riforme costituzionali”, cit., p. 583, nota 14.

55 Il testo fu incluso in un volume dal titolo Opere inedite di Niccolò Machiavelli, pubblicato a Firenze con la falsa indicazione di Londra, per iniziativa di Giovanni Maria Lampredi.

56 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 69.

57 Niccolò Machiavelli, Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze fatto ad istanza di papa Leone X, in Opere, cit., vol. IV, p. 113.

58 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 69.

59 Ivi, p. 70.

60 Melchiorre Delfico,“Discorso sul Tavoliere di Puglia e su la necessità di abolire il sistema doganale presente e non darsi luogo ad alcuna temporanea reforma” [Napoli 1788], in Opere complete, cit., vol. III, p. 370.

61 Cfr. Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, in Opere, cit., vol. I, lib. II, cap. XII, p. 79. Sul contrasto tra i due diversi «umori» cfr. Alfredo Bonadeo, Corruption, Conflict, and Power in the Works and Times of Niccolò Machiavelli, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London, 1973, p. 41-71.

62 Lʼipotesi verrà però abbandonata nei capitoli diciassettesimo, diciottesimo e, soprattutto, cinquantacinquesimo del I libro dei Discorsi, nonché nel Discursus florentinarum rerum. Sullʼevoluzione della teoria machiavelliana del principato popolare cfr. Gennaro Sasso, “Principato civile e tirannide”, La Cultura, a. XX, n° 2 (1982), p. 213-275, e a. XXI, n° 1 (1983), p. 83-137. Una diversa valutazione è in Giorgio Cadoni, “Il principe e il popolo”, La Cultura, a. XXIII, n° 1 (1985), p. 124-202. Dello stesso autore si veda anche Machiavelli. Regno di Francia e «principato civile», Bulzoni, Roma, 1974, p. 110-129.

63 Niccolò Machiavelli, Il Principe, cit., cap. IX, p. 35.

64 Cfr. Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., lib. I, cap. XVI, p. 65.

65 Ivi, lib. I, cap. XVI, p. 66.

66 Ivi, lib. I, cap. LV, p. 159.

67 Ivi, lib. I, cap. LV, p. 160-161.

68 Per un approfondimento di questi nessi cfr. Gennaro Sasso, Principato civile e tirannide, cit., p. 115 ss.; Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, p. 561-568; Giorgio Cadoni, “Il principe e il popolo”, cit., p. 190-202; Machiavelli. Regno di Francia e «principato civile», cit., p. 136-143.

69 Per unʼanalisi comparata dei due testi cfr. Gennaro Sasso, Studi su Machiavelli, Morano, Napoli, 1967, p. 139-159.

70 Frammento delficino dal titolo redazionale “Quale sia la migliore costituzione per lʼItalia”, in Adelmo Marino, Scritti inediti di Melchiorre Delfico, cit., p. 131.

71 Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., p. 301.

72 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 74.

73 Cfr. Federico Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino, 1968, p. 218-220.

74 Sul fatalismo che pervade il primo capitolo del lib. III dei Discorsi, cfr. le osservazioni di Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, p. 617-622.

75 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 73.

76 Ivi, p. 73-74. Delfico allude al passo in cui Machiavelli, pur apprezzando lʼazione di san Francesco e di san Domenico di ridare nuovo impulso e prestigio alla religione cristiana, commenta negativamente lʼesito da loro prodotto. (Cfr. Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., lib. III, cap. I, p. 306).

77 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 71-72.

78 Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine, cit., vol. II, lib. V, cap. I, p. 1-2. Il brano è interamente riprodotto da Delfico negli Appunti sulle opere del Machiavelli, cit., p. 84.

79 Per una storia della fortuna dellʼArte della guerra nel secolo XVIII cfr. Rodolfo De Mattei, Dal premachiavellismo allʼantimachiavellismo, cit., p. 313-331.

80 Sulla composizione e datazione di questi scritti e sulla loro importanza per la conoscenza del pensiero machiavelliano si veda il volume di Jean-Jacques Marchand, Niccolò Machiavelli. I primi scritti politici (1499-1512), Antenore, Padova, 1975.

81 Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 35.

82 Sulle teorie militari di Machiavelli cfr. Piero Pieri, Guerra e politica negli scrittori italiani, Ricciardi, Milano-Napoli, 1955, p. 1-71.

83 Sulla correlazione nellʼArte della guerra tra questione militare e questione politica cfr. Antonio Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno, Einaudi, Torino, 1966, 6a ed., p. 14-15; Federico Chabod, Scritti su Machiavelli, cit., p. 220-222;Felix Gilbert, Niccolò Machiavelli e la vita culturale del suo tempo, il Mulino, Bologna, 1972, p. 193 ss.; Giuliano Procacci, Introduzione, cit., p. LXVIII-LXXV; Vitilio Masiello, Classi e Stato in Machiavelli, Adriatica Editrice, Bari, 1971, p. 125 ss.; Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, p. 623 ss.

84 Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., lib. III, cap. XXXI, p. 409; Il Principe, cit., cap. XII, p. 43.

85 «Non basta adunque in Italia ‒ scrive Machiavelli ‒ il sapere governare un esercito fatto, ma prima è necessario saperlo fare, e poi saperlo comandare. E di questi bisogna siano quelli principi, che per avere molto stato ed assai soggetti, hanno comodità di farlo. Deʼ quali non posso essere io che non comandai mai, né posso comandare se non ad eserciti forestieri, e ad uomini obbligati ad altri, e non a me. Neʼ quali sʼegli è possibile o no introdurre alcuna di quelle cose da me oggi ragionate, lo voglio lasciare nel giudizio vostro. Quando potrei io fare portare ad uno di questi soldati, che oggi si praticano, più armi, che le consuete; ed oltre allʼarme, il cibo per due o tre giorni, e la zappa? Quando potrei io farlo zappare, o tenerlo ogni giorno molte ore sotto le armi negli esercizj finti, per potere poi neʼ veri valermene? Quando si asterrebbe egli daʼ giuochi, dalle lascivie, dalle bestemmie, dalle insolenze, che ogni dì fanno? Quando si ridurrebbero eglino in tanta disciplina, in tanta ubbidienza e riverenza, che un arbore pieno di pomi nel mezzo degli alloggiamenti vi si trovasse, e lasciasse intatto, come si legge che negli eserciti antichi molte volte intervenne? Che cosa possʼio promettere loro, mediante la quale eʼ mi abbiano con riverenza ad amare o temere, quando finita la guerra ei non hanno più in alcuna cosa a convenire meco?» (Niccolò Machiavelli, DellʼArte della guerra, in Opere, cit., vol. IV, lib. VII, p . 418-419).

86 Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 35.

87 Ivi, p. 36.

88 Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., lib. I, cap. XLIII, p. 130.

89 Niccolò Machiavelli, DellʼArte della guerra, cit., lib. VII, p. 421.

90 Niccolò Machiavelli, Il Principe, cit., cap. IX, p. 35, e cap. XIX, p. 69.

91 Melchiorre Delfico, Osservazioni I, cit., p. 36-37.

92 Niccolò Machiavelli, Discorsi, cit., lib. I, cap. XXI, p. 79.

93 Cfr. Giorgio Bàrberi Squarotti, “Lʼ«Arte della guerra» o lʼazione impossibile”, Lettere italiane, a. XX, n° 3 (1968), p. 281-306. Sul diverso atteggiamento di Machiavelli nel Principe e nellʼArte della guerra interessanti osservazioni in Giuliano Procacci, Niccolò Machiavelli, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, diretta da Luigi Firpo, vol. III, Umanesimo e Rinascimento, Utet, Torino, 1987, p. 276-281; Gennaro Sasso, Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, p. 646 ss.

94 Melchiorre Delfico, Osservazioni II, cit., p. 75.

95 Ivi, p. 71.

96 Lettera di Delfico a Dragonetti del 13 settembre 1832, in Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti, cit., p. 147.


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