LE DIVERSE POSIZIONI DELLA SANTA SEDE NEI CONFRONTI DELLE LEGGI RAZZIALI

Gaia PINTO*


Para citar este artículo puede utilizarse el siguiente formato:

Gaia Pinto (2016): “Le diverse posizioni della Santa Sede nei confronti delle legge raziali”, en Kritische Zeitschrift für überkonfessionelles Kirchenrecht, n. 3 (2016). En línea puede consultarse el presente artículo en el sitio: http://www.eumed.net/rev/rcdcp/03/gpf.pdf.


Abstract: This study is intended to offer considerations about the reaction of the Holy See in general, just before the creation of what was called the greatest of crimes against humanity: the Holocuast, and the reactions of Pope Pius XI and Pius XII before the racial and anti-Semitic law. This study high lights, also, on the antecedents historical ideological, considered the basis and foundation of the same, as well as their development and implementation and on the devastating impact of the racial myth on the peoples and on all races.

Key words: Pius XI, Pius XII, Anti-semitism, Racial law, Racism of spirit, Biological Racism, Racism of soul, Holy See, Holocaust, Nazism, Fascism, Benito Mussolini

Resumen: El presente artículo se marca como objetivo principal ofrecer una serie de consideraciones sobre la reacción de la Santa Sede ante el holocausto nazi y la persecución fascista contra los judíos. Se resalta la importancia de las diversas teorías sobre la raza. Se hace mención de la Encíclica que no vio la luz, pero se conserva buena parte del texto y la intención de Pío XI de publicarla, en la que se resaltaba la incompatibilidad de la religión católica y el antisemitismo.

Palabras clave: Pío XI, Pío XII, Ansimetimismo, Derecho sobre las razas, Racismo de espíritu, Racismo biológico, Santa Sede, Holocausto, Nacionalsocialismo, Fascismo, Benito Mussolini.

1. Premessa: la posizione della Santa Sede prima dell’olocausto

L’antisemitismo sebbene sempre più diffuso si presentava con intensità e con modalità differenti da paese in paese. La Chiesa, dal canto suo, non si pronunciò mai apertamente nei confronti degli ebrei, se non sotto il pontificato di Pio XI. Così, l’atteggiamento della Santa Sede sembrò ribaltarsi, ma ciò durò poco. Infatti con Pio XII esso ritornò così come sempre era Stato, nella solita diplomazia. Nel 1928 il Vaticano sotto la direzione di Pio XI contestò apertamente qualsiasi espressione di razzismo in generale e di antisemitismo in particolare.

Nove anni dopo, sullo spirito di quanto asserito nel 1928, vide la luce l’enciclica Mit Brennender Sorge, con la quale Pio XI condannava nuovamente qualsiasi forma di antisemitismo e lo faceva sempre più apertamente.

L’ingresso di Hitler a Vienna, divenuta ormai città tedesca, fu accolto dal suono delle campane e dall’esposizione della bandiera tedesca per ordine del cardinale Innitzer. Pio XI, adirato come non mai da tale iniziativa richiamò duramente il cardinale mostrando così a tutto il mondo la sua forte ostilità nei confronti del nazismo hitleriano. Quando Hitler in occasione di una visita di Stato, arrivò in una Roma tappezzata da svastiche per ordine stesso di Mussolini, Pio XI lasciò la città rendendo ancora più evidente la sua posizione estremamente ostile e contrarietà.

Intanto, le prime righe dell’Osservatore Romano condannavano dichiaratamente le idee naziste della purezza razziale e ne vietavano l’insegnamento da parte dei cattolici. L’Osservatore Romano, giornale del Vaticano riportò anche tutte le considerazioni di Pio XI in merito all’incompatibilità del razzismo con i principi dettati dalla morale cristiana. Così il pontefice prese la decisione di opporsi apertamente e senza indugi all’antisemitismo chiedendo a La Farge, gesuita americano, di iniziare a preparare le basi per un’enciclica che condannasse apertamente e senza scrupolo ogni forma di razzismo ed ogni sentimento di antisemitismo. Enciclica, questa, che, però, non venne mai pubblicata1.

Pio XI non riuscì mai a concluderla e subito dopo la sua morte, il documento fu secretato come tutti quelli inpectore presenti nello studio personale del Pontefice in Vaticano2.

Pio XII non continuò la strada intrapresa dal suo predecessore. A tal proposito, il Gundlach ricordò a La Farge che con Pio XII la giustizia sarebbe passata in secondo piano rispetto alla diplomazia3. E proprio Pio XII, mentre il Governo lavorava al testo delle leggi antisemite, si riferì agli ebrei descrivendoli come «quel Popolo che ancora oggi maledice Cristo con le labbra e lo rifiuta con il cuore»4.

La Santa Sede reagì al primo provvedimento antiebraico, varato in Francia nel 1940 e avente ad oggetto l’esclusione degli ebrei dalle cariche pubbliche in modo non omogeneo: alcuni esponenti ecclesiastici lo accettarono, altri lo contrastarono fermamente. Ad un ulteriore provvedimento antisemita la reazione ecclesiale si mostrò più sicura tanto da spingere il governo ad indagarne le intenzioni. Il Berard, ambasciatore francese, riportò al proprio governo dopo aver chiarito con la Santa Sede che la stessa non aveva alcuna intenzione di creare eccessivi problemi circa la nuova legislazione antisemita5.

Un anno dopo in Slovacchia furono varati altri provvedimenti antiebraici il cui testo imponeva esplicito divieto di contrarre matrimonio fra ebrei e non ebrei. Così, per la prima volta la Santa Sede sotto il nuovo pontificato dichiarò esplicitamente la propria contrarietà6. Fino a tale momento essa rimase in silenzio perché i precedenti provvedimenti non toccavano l’ambito matrimoniale, bensì riguardavano la tematica razziale a cui il nuovo Papa non attribuiva grande rilevanza. Così, l’Oesterreicher e il Thieme, interpretarono la successione di Pio XII a Pio XI come un’interruzione del pensiero fortemente contrario al razzismo e all’antisemitismo che caratterizzava il vecchio papa7.

Pio XII, terrorizzato dal Nazismo, decise di percorrere la strada della conciliazione e del dialogo. L’Oesterreicher trovava inconcepibile tale scelta, non accettava che Pio XII «continuasse con gli approcci diplomatici invece di parlare con franchezza»8.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Pio XII si impegnò unicamente per tutelare gli interessi del Vaticano. Il cardinale Tisserant descrisse così la politica del nuovo Papa: «ciò è estremamente triste, soprattutto per chi aveva conosciuto il pontificato di Pio XI»9. Proprio durante l’occupazione della Polonia, mentre la Germania diffondeva terrore e paura, il ministro inglese Francis Osborne affermò a proposito di Pio XII: «sembra che il Santo Padre abbia deciso di adottare la politica dello struzzo verso queste note atrocità. Come conseguenza di questo comportamento esasperante si avverte che la grande autorità morale goduta da Pio XI in tutto il mondo è oggi giorno notevolmente offuscata»10.

Ad ogni modo, le ondate di antisemitismo si respiravano in quasi tutta l’Europa, in quell’Europa cattolica la cui percezione degli ebrei, ed in particolare degli ebrei snaturalizzati, ossia costretti ad una emigrazione continua o rimasti senza patria, si presentava diversa da Paese in Paese. Diversità, questa, dovuta anche e principalmente alle posizioni non omogenee assunte dallo stesso Vaticano. Alcuni esponenti ecclesiastici, infatti, si adoperarono a favore degli ebrei, altri invece rimasero completamente estranei alla questione.

1. L’idea di una legge sulla razza e la reazione della Curia Romana

La decisione di realizzare una legge che regolamentasse in via definitiva l’espulsione degli ebrei dall’Italia, scandisce uno fra i principali passi nell’evoluzione della legislazione razziale. Nel 1940, fu fatta comunicazione al presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane della presa decisione11. Le reazioni del presidente si leggono in un suo scritto: “in che cosa hanno demeritato gli ebrei italiani perché possa essere loro inflitto un così iniquo trattamento?”12. Ad ogni modo, egli fece presente al partito le difficoltà per gli ebrei derivanti da un tale trattamento. Difficoltà dovute a svariate ragioni: alcuni fra essi non avevano sufficienti mezzi economici, altri, non erano in possesso di passaporti, infatti già da qualche tempo dato vi era l’ordine di non rilasciarli più agli ebrei o di ritirarli a quelli che già ne erano in possesso, alcuni paesi non concedevano più visti di ingresso.

Il capo della polizia comunicò tali perplessità a Mussolini, il quale rassicurò il presidente che tale soluzione sarebbe stata attuata molto lentamente, nel giro di 10 anni. Mussolini, in virtù della realizzazione di tale provvedimento, ordinò alla commissione la cessazione dei lavori inerenti le richieste di discriminazione per meriti eccezionali. Scriveva il Nunzio in Vaticano: «in questi 16 mesi, da che fu sancito il Decreto legge sulla razza, vennero prese in esame soltanto 185 istanze, delle quali non più di 125 ricevettero responso affermativo. Tutte le migliaia restanti sono inesorabilmente condannate, se non si fa macchina indietro, a subire la stessa sor che ebbero le 60 delle 185 esaminate. È inutile che trattenga Vostra Eminenza per descriverle la desolazione, se non pure la disperazione, di questi 5000 infelici israeliti e delle loro famiglie»13. Continua: «la gran parte dei discriminati sono ebrei che vivono dei loro cospicui patrimoni, mentre quelli che hanno pochi beni piangono»14.

Ad ogni modo, molti ebrei lasciarono l’Italia per l’estero. Si conta l’8% degli ebrei italiani15, prima della guerra. Tuttavia l’entrata in guerra obbligava Mussolini alla sospensione del suo progetto. La Direzione Generale per la Demografia e la Razza lavorava costantemente alla legge sulla purezza per la razza, al fine di renderne più agevole la realizzazione pratica e più coerente possibile all’ideologia razzista, a cui il Governo era profondamente ispirato.

Obiettivo principale consisteva nel netto e definitivo isolamento della componente non ariana in generale, ebraica in particolare. L’ideologia alla base dell’indirizzo razziale del momento era quella celebrata dal Manifesto della razza, così come successivamente ampliata da Giacomo Acerbo, il quale sosteneva vivamente: «la dottrina fascista in materia di razza pretende sia data la preferenza ai fattori spirituali della tradizione e del costume. Nella volontà di preservare la vitalità fisica e la purezza della stirpe è connesso l’intento di rispettarne il tipo morale e materiale e di sempre più perfezionarlo fino a farne un modello umano. Nello sforzo di ripercorrere a ritroso il cammino della stirpe per accettarne la purezza, non si può tener conto soltanto dell’elemento somatico, riducendo l’uomo al solo dato biologico o zoologico, ma anche di quelle progressive elaborazioni spirituali, di cui è composto il sentimento di un destino unitario»16.

Tale prospettazione razziale non era appoggiata da tutti gli esponenti del regime. Alcuni di essi seguivano integralmente le idee dell’eugenetica tedesca, la quale, basandosi sul mero dato biologico, voleva dare dimostrazione dell’esistenza di una razza superiore che per sua stessa natura era idonea a dominare, ma anche di una razza inferiore che per sua stessa natura non aveva altra scelta se non sottostare alla dominazione della prima. Il Farinacci sosteneva questa teoria in maniera piuttosto imprecisa e sbrigativa: «lo stesso concetto di uomo non si può applicare ugualmente a tutti gli esser che la scienza zoologica potrebbe definire, e talvolta ha definito ominidi, in ogni caso non hanno tutti la stessa anima»17. Quindi le razze umane risultano diverse naturalmente l’una rispetto all’altra, pertanto diretta conseguenza è che non possano godere dei medesimi diritti. «Tutti i diritti, il diritto di vivere non escluso, sono una faticosa conquista e una espressione di valori dimostrati obbiettivamente nella storia»18.

La Santa Sede dichiarò che Farinacci utilizzando, nel suo discorso, l’espressione uomini e ominidi e affermando che quest’ultimi sono sprovvisti di anima, palesava principi in netta opposizione rispetto a quelli di cui la dottrina della Chiesa si rendeva portatrice19.

Nelle sue conferenze Mussolini descriva la tematica razziale ricalcando le posizioni espresse dal Manifesto della Razza, perfezionando quest’ultime con l’argomento Nazionalista. Per il duce risultava fondamentale dimostrare l’originalità della sua teoria razziale rispetto a quella germanica20, sebbene molto spesso abbia concesso il proprio appoggio alle tendenze razziali più drastiche e radicali. Aiutò riviste le cui posizioni razziali erano radicali e si contornò di antisemiti, sostenitori di un antisemitismo totale e risolutivo21.

2. Il dialogo con il Fascismo e il ruolo di padre Tacchi Venturi

Mentre l’Italia entrava in guerra al fianco della Germania di Hitler, la Direzione Generale per la Demografia e Razza si rivolgeva alla Chiesa al fine di ottenere il suo sostegno nel miglioramento della legislazione razziale.

Così, il direttore della Direzione generale si rivolse al p. Tacchi Venturi, sottolineando egli stesso le incongruenze presenti nel testo del decreto del 17 novembre del 1938 in ambito matrimoniale. Raccontava in un suo scritto il p. Tacchi Venturi, riferendosi al direttore: «dicevami di stare preparando opportuni emendamenti a questa parte della legge al fine di stabilire che i figli nati da un ebreo e un’ariana, o viceversa, se sono cristiani, vengano tutti dichiarati ariani senza alcun riguardo al tempo nel quale fu loro amministrato il battesimo»22. E per questa motivazione il direttore chiedeva l’appoggio della Santa Sede. Tacchi Venturi continuava il suo scritto: «non esitai a rispondergli che poteva ben presumere che l’appoggio non poteva mancare. La Santa Sede, la persona stessa del Santo Padre, non potrebbe non vedere favorevolmente un così giusto provvedimento»23.

La Direzione Generale impegnata, a sua volta, sottopose presto all’attenzione del Capo del Governo alcune modifiche necessarie al fine di migliorare la legislazione razziale esistente. A tal fine si chiedeva: «1) la parificazione giuridica degli ebrei che per matrimonio con ariani, per educazione cristiana della prole, per conversione religiosa offrano garanzia sufficiente di svolgere senza pericolo la loro attività nelle organizzazioni e nelle istituzioni del Regime, 2) eliminazione assoluta dalla Nazione di tutti gli altri ebrei, italiani e stranieri, che non rientrano nel numero 1. Per ottenere questo scopo, che sembra non facile, si potrebbe stabilire un periodo di tempo, graduando in vantaggio (patrimoniali, valute, ecc.) per quelli che lasciano l’Italia più rapidamente, 3) divieto assoluto di ingresso nel regno ad ebrei già allontanatisi»24.

Questo scritto non fu portato mai all’attenzione del p. Tacchi Venturi, il quale, dal canto suo, si stava adoperando affinché la lettera inviatagli dal Segretario di Stato in materia di matrimoni misti, fosse sottoposta, al più presto, al vaglio di Mussolini. La Chiesa continuava a battersi fortemente per far sì che il Governo cedesse a qualche sua richiesta. Mussolini, invece, continuava ad ignorarla. Nell’ambito razziale, egli era sempre deciso a non scendere a patti con la Chiesa. Non voleva e non poteva concederle nulla, proprio nel momento in cui stava entrando in guerra a fianco di Hitler. Non intendeva sminuire il suo indirizzo razziale e antisemita di fronte agli occhi di quest’ultimo. Nonostante la Direzione stesse ancora lavorando al fine di apportare svariate modifiche al testo legislativo razziale, quest’ultimo veniva applicato con più rigore e durezza che mai.

Il Ministero dell’Interno dava inoltre l’ordine di internare in tempo di guerra i sudditi degli Stati avversari e tutti gli ebrei stranieri. Un’altra circolare disponeva che: «in caso di emergenza oltre gli ebrei stranieri, sarà necessario internare quegli ebrei italiani che per la loro pericolosità fosse necessario allontanare da abituali loro residenze»25. Pericolosi erano coloro i quali esprimevano o un indirizzo contrastante a quello professato dal partito o sostenevano quello professato dai partiti di sinistra. Così, venne reso noto al Capo della Polizia Bocchini che «il Duce desidera si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei italiani»26. Gli ebrei vennero in tal modo privati anche della possibilità di ribellarsi27.

Il rettore della Casa Romana dei Catecumeni e Neofiti, attraverso uno scritto indirizzato al Vaticano, metteva al corrente quest’ultimo di essere internati in un campo di concentramento, implorandone l’aiuto28. La Santa Sede, attraverso la voce del Tacchi Venturi, sottoposte la questione a Buffarini, il quale negò fortemente: solo gli ebrei pericolosi correvano il rischio di essere internati. Si legge in una missiva che il Tacchi Venturi inviò agli esponenti ecclesiastici: «se dicessi di starmene contento ad una siffatta risposta mancherei troppo di sincerità. Per dirmene soddisfatto occorrerebbe non potessi muovere dubbio circa la rettitudine di coloro cui spetta accertarne i pericoli, discernendo fra i veri e gli immaginari, tra i reali e gli apparenti. Nel fatto recenti casi mi provano ad evidenziare che si sentenzia e manda al confino quando si ha, non dirò la probabilità, ma la sola possibilità che questo o quello possano essere riuscire dannosi per il regime in tempo di guerra, e ciò soltanto perché nelle vene gli scorre il sangue di Abramo»29. Chiedendo alla Chiesa di porre le sue perplessità all’attenzione del regime, la lettera continua: «ciò avrà l’effetto di un efficace freno, consigliando di andare più a rilento, e servirà per mostrare al mondo che essa (la Santa Sede), fedele alla sua tradizione, vuol essere in ogni occasione sostenitrice e vindice di tutte le giuste cause»30.

3. Decisione di definitiva espulsione degli ebrei dall’Italia e l’entrata in guerra

Intanto la Direzione continuava nel suo lavoro di modifica. Il progetto ultimato avallava le richieste della Chiesa in materia di matrimoni misti, la dove obbligava all’espulsione di tutti gli ebrei non convertiti al cattolicesimo31. La sorella di Mussolini voleva che della questione se ne occupassero gli aiutanti diretti del Santo Padre, mons. Tardini e mons. Tedeschini. Il primo dichiarò al secondo: «il Governo sa benissimo quello che vuole la Santa Sede: i principi della Chiesa Cattolica sono stati detti e ridetti molte volte. Di più non credo che, mentre l’influsso tedesco è così forte, possa la legislazione italiana esser molto mitigata riguardo agli ebrei; temo anzi che un intervento diretto della Santa Sede potrebbe più pregiudicare che facilitare una conveniente soluzione. Del resto la Santa Sede già sa che è in preparazione una nuova legge e, nei modi possibili, già si è interessata al riguardo per mezzo del p. Tacchi Venturi»32.

Difatti, la decisione di Mussolini di sospendere la presentazione del progetto di legge al Consiglio dei Ministri non sorprese più di tanto la Chiesa. Mussolini non aveva alcuna intenzione di attenuare il rigore della legislazione razziale nei confronti degli ebrei, in un momento in cui la guerra diveniva sempre più impegnativa e l’alleanza con Hitler sempre più necessaria. Tuttavia, la Chiesa vide nella sospensione della presentazione del progetto di riforma una nuova sconfitta. La Santa Sede allora, decise di scendere a patti con il regime nell’ambito di una materia come quella dei matrimoni misti che le stava particolarmente a cuore. Accettò quello che nel 1938 Papa Pio XI rifiutò categoricamente, ossia decise di riprendere il discorso dal punto in qui questo era stato interrotto.

Si legge in una relazione della Segreteria di Stato: «il Governo italiano potrebbe emendare le vigenti disposizioni in modo che per legittimare la prole, viene permessa la trascrizione di tali matrimoni agli effetti civili. Se poi a questa eccezione si aggiungesse l’altra di permettere la celebrazione degli stessi matrimoni in pericolo di morte, mi pare che praticamente la grave questione sarebbe sciolta e anche il vulnus al Concordato di molto diminuito. Ciò non dovrebbe essere impossibile dal momento che già nel 1938, quando erano in preparazione le leggi razziali, il Regio Governo italiano dichiarò di essere disposto a permettere la celebrazione dei matrimoni tra ariani e non ariani nei casi su accennati. Però Pio XI si rifiutò, perché il vulnus al Concordato, sia pure in forma ridotta, restava sempre»33.

Ma il vero motivo che spinse al rifiuto Pio XI fu tutt’altro. Accettare, infatti, significava approvare anche se non esplicitamente, quel principio biologico, che illuminava l’intera legislazione razziale, distruggere la morale cristiana, o meglio quei valori da questa professati, e vanificare quella legge, che per sua stessa natura, riconosce l’eguaglianza fra gli uomini, fra tutti gli uomini34. La Santa Sede, però, talmente assorta nella questione, scendendo a patti con il regime, perdeva di vista la portata reale delle possibili conseguenze. Difatti se da un lato, l’accettazione governativa delle proposte ecclesiastiche comportava effetti estremamente positivi per gli ebrei battezzati o cattolici, dall’altro non risparmiava effetti altrettanto negativi per tutti gli altri, i quali sarebbero stati costretti ad abbandonare definitivamente il territorio italiano35.

4. Evola e la dottrina razziale

Julius Evola sosteneva l’inadeguatezza della politica razziale in Italia, essendo questa ancora ferma al suo stadio primordiale. Si legge: «i fattori che ritardano l’avanzamento del razzismo nella coscienza generale della nazione sarebbero tre: la borghesia, l’elemento intellettuale e l’atteggiamento di certi cattolici. I cattolici italiani con grandi sforzi sono riusciti a digerire il Nazionalismo; dopo di esso, sia pure con reticenze varie, il fascismo. Di fronte al razzismo avvertono però un vero non possum. Una conciliazione fra i principi razzisti e le loro opinioni, la ritengono impossibile»36.

Il pensiero di Evola parte dalla considerazione che «quando la teoria della razza si applica all’uomo e non alla specie animale, è evidente che essa dipenda dalla concezione che si ha dell’essere umano in genere»37. Egli pone quest’ultimo al centro di tutto, discostandolo sia dalla mera teoria “evoluzionistica” in virtù della quale l’uomo è considerato il discendente diretto delle scimmie, sia da quella sostenuta da Marx, secondo la quale la dimensione spirituale dell’uomo sarebbe una “superstruttura” in virtù della quale: «il superiore esisterebbe solo in funzione dell’inferiore, l’intellettualità solo in funzione dell’istinto, la civiltà in funzione di convenzioni, la moralità sarebbe null’altro che animalità addomesticata o impotente»38. L’autore interpreta in modo assoluto il problema razziale, considerando la manifestazione di idee universali ma mai universalistiche, di convinzioni comuni ma mai equivalenti.

Si inizia così a preparare il terreno culturale su cui affonderà le proprie radici la concezione ariana tipica del Nazionalsocialismo, e quella ad essa opposta dell’antisemitismo.

Un’impostazione totalitaria del problema razziale non può prescindere dall’intrinseco significato dei concetti di Nazione, Stato e Razza39.

Il primo, inteso nel suo autentico significato di razza, si riferisce ad un insieme di fattori disuniti ma fra loro accomunati, siano essi di natura antropologica, etnica, storica, sociale, culturale, linguistica e infine religiosa. Così percepita la Nazione diviene quel punto in comune presente in una determinata società, capace di creare uno spirito comune, che a sua volta troverà la sua più alta realizzazione nell’istituzione di un solo ed unico Stato40. Alla luce di tale pensiero, il concetto di Razza conferisce una reale e fondata consistenza alla coesione nazionale41, quello di razzismo maggiore forza e vigore alla Nazione stessa.

Anzitutto, l’autore afferma che la questione razziale, affrontata nell’ambito del razzismo biologico o di primo grado, inerisce all’aggregazioni umane primarie, in particolare alla loro differente caratterizzazione in seno alla comunità42, precisando anche che il concetto di razza è profondamente diverso rispetto a quello più intimo e autentico di razza pura, quest’ultima intesa come immagine ideale la cui realizzazione risulta possibile solo in presenza di date circostanze, prima fra tutte la purezza del Sangue43. In caso contrario, il risultato derivante da mescolanza, incrocio o ibridazione possiede in sé le qualità e la natura di tutte queste razze, anche quando risultino all’esterno palese solo i tratti tipici e specifici di una sola di esse. Diretta conseguenza è il tramonto del mito del sangue.

Ciò per Evola è completamente inaccettabile. Egli infatti vede proprio nel sangue l’unico elemento in grado di creare e preservare la purezza della razzia, che sarebbe profondamente compromessa da una certa mescolanza, un certo incrocio o una certa ibridazione44. Il sangue è esso stesso forza ispiratrice e creatrice delle “razze pure”, inteso nel suo più autentico senso germanico. Il razzismo di primo grado diviene così un processo discriminatorio e selettivo che, agendo secondo «la legge del simile che discrimina, attrae e ridesta il simile»45, abbatte e svilisce le razze inferiori e riconosce e innalza quelle superiori. Queste ultime corrisponderanno, sia spiritualmente che fisicamente, al gene ariano, dominatore e guerriero46.

Il razzismo di secondo grado, spingendosi oltre il mero dato biologico, si immerge nella più intima dimensione dell’anima47, che diviene oggetto di una scienza specifica dell’anima delle razze48, e il massimo esponente il Clauss. Studia l’essenza interiore dei membri di una determinata razza, il loro modo di agire, di pensare, di sentire e di percepire il mondo. Realtà questa straordinaria e irrepetibile, profondamente diversa da razza a razza49.

Il popolo semita riceve, alla luce della dottrina sostenuta da Evola, una duplice connotazione. Esso rientra certamente nell’ambito di applicazione del razzismo di primo grado in quanto riceve da quest’ultimo un esplicito riconoscimento in termini biologici, ma ciò non risulta di per sé sufficiente. Non si può non prendere in considerazione anche il loro aspetto più intimo; i loro pensieri, il loro modo di agire, il loro modo di pensare e di comportarsi, le loro idee, la loro visione della realtà circostante, quindi il loro spirito profondamente cospiratore, ribelle ed eversore, dannoso e contrario ai più autentici valori e principi ariani.

Quindi è anche e soprattutto nella dimensione tipica del razzismo di secondo grado (e non solo in quella basata unicamente sul mero dato biologico che comunque rileva giustamente nel sangue ebraico le fondamenta di una brutale contaminazione della purezza razziale) che si rinviene la reale e autentica minaccia semita50. La razza diviene così sinonimo del proprio modo di essere, di esistere, di vedere e sentire il mondo, dell’agire e del pensare. Diviene il modo di esprimere la propria interiorità.

Secondo l’autore, il razzismo di secondo grado considera: «l’esteriore una funzione dell’interiore, la forma fisica è una espressione, uno strumento, un simbolo di quella psichica»51. Ove per razza si intende «non un certo aggregato di qualità o di caratteristiche fisiche, ma lo stile dell’esperienza vissuta compenetrante di sé l’interezza di una forma umana»52. Così quando essa riesce a trovare una dimensione corporea capace di darle attuazione, si sviluppano i tipi di «razza pura in senso superiore».

La mescolanza, l’incrocio e l’ibridazione rischiano di provocare danni irreparabili anche sul piano del razzismo di secondo grado. L’anima di una razza rischia di entrare nel corpo di un’altra, modificando sia l’una che l’altra, provocando un’inesorabile deterioramento della più intima essenza umana. La razza dell’anima, rimanendo così vittima di attriti e contrasti di qualsiasi natura, corre il pericolo di trovarsi in un corpo, non più puro, quindi totalmente inadatto a darle autentica e completa attuazione. Un corpo vuoto e decadente53. Il razzismo dell’anima accresce e consolida definitivamente il naturale principio della diseguaglianza, sostenuto fortemente anche dal razzismo del corpo: “gli uomini sono diseguali non solo nel corpo ma anche nell’anima”54. Al fine di un impostazione totalitaria della cultura razziale bisogna prendere in considerazione non solo il razzismo imperniato sul mero dato biologico, o quello tipico della dimensione intima dell’anima, ma anche quello intermedio dello spirito o di terzo grado, così come definito da Evola. Alla luce di quest’ultimo la razza diviene essa stessa razza dello spirito, illuminata dalla visione del mondo e d quei valori e principi tipici delle grandiose civiltà primordiali55.

La dimensione dei valori più alti è universale ma non universalistica, ogni essere umano ne ha percezione diversa, il suo animo vive le sensazione e le manifesta con le proprie particolarità. Particolarità che caratterizzano le razze dello spirito, in cui si palesa il modo di sentire lo spirito stesso, il sovrannaturale e il sacro.

Questa è la verità su cui è generata la primordiale unità, grandezza e purezza della razza ariana e la loro contrarietà alle razze inferiore in generale ed ai semiti in particolare. Si ha così una percezione ariana del tutto che si assapora in tutti gli aspetti del culto, dell’etica, della morale, dell’esistenza, della legge, della politica, dell’economia e cosi via56.

Secondo la più antica concezione ariana per essere tali era necessaria una stretta correlazione fra la purezza dello spirito e quella del sangue. Da un lato bisognava nascere ariano, dall’altro bisognava confermare tale qualità. Ario è una qualità di razza, ci si nasce e si eredita, passa con il sangue da padre in figlio. Esisteva un codice speciale che disciplinava tutte le misure idonee a preservare e mantenere pura questa eredità biologica insostituibile57.

Inoltre la razza ariana doveva sottoporsi ad un cammino iniziatico, che le permetteva di rinascere a livello soprannaturale, innalzandosi così a razza dello spirito58. La dimensione spirituale si rinviene sia nell’aspetto olimpico che in quello eroico59. Il primo è sinonimo di una “naturale soprannaturalità” serena e padrona, che si impone senza lotta. Il secondo è sinonimo di recupero e redenzione dell’autentica purezza primordiale.

Tipicamente ariani sono il valore della personalità, della purificazione, della libertà, della verità, dell’onore, della guerra, della fedeltà, dell’obbedienza assoluta a chi loro stessi hanno scelto come capo supremo60. Alla luce di questo, si può affermare senza dubbio che l’essenza spirituale della razza ariana è caratterizzata da: «un classicismo dell’azione e del dominio, un amore per la chiarezza, per la differenza e per la personalità, un ideale olimpico della superumanità eroica, insieme ad un amore per la fedeltà, per l’onore e per la verità»61.

Solo quando si considera la razza esistente non solo nel corpo ma anche nell’anima e nello spirito si può comprendere fino in fondo il suo eventuale declino62.

L’intera razza, così come l’individuo, corre il rischio di collassare dall’interno. Ciò accade quando la forza interna, spirituale e morale, cede. «Affinché una mescolanza o un incrocio possano ledere e pregiudicare la purezza di una razza occorre che quest’ultima sia predisposta a tale pericolo, ovvero a tal fine occorre che la stessa, già, sia interiormente lesa, sia, cioè, decaduta rispetto alla sua originaria tensione»63.

Il razzismo deve adempiere a due compiti fondamentali. Il primo si definisce difesa passiva, il secondo resistenza attiva. Il primo risponde alla funzione di preservare la razza da eventuali atti esterni quali incroci, ibridazioni e mescolanze. il secondo la tutela da eventuali attacchi, riducendo al minimo il rischio di degenerazione64. Questo secondo compito, il cui scopo risiede nell’innalzare la razza preservando intatta la sua primordiale forza, sia fisica sia spirituale, risulta molto più difficile in quanto diverge da caso in caso. Consiste essenzialmente nel difendere la dimensione interiore dell’anima.

Recibido el 30 de julio de 2016 y aceptado el 12 de noviembre de 2016

* Prof.ssa Gaia Pinto, docente a contratto, Cattedra di Diritto Ecclesiastico, Diritto Canonico, Storia del Diritto Canonico. Dipartimento di Economia e Giurisprudenza, Università degli Studi di Cassino, Italia.

1 Cfr. G. Passelecq ‒ B. Suchecky, L’encyclique Cachéé de Pie XI. Une occasion manqueé de l’église face a l’antisémitisme, Paris, Éditions La Decouverte, 1995, capitolo 5. (trad. it. L’enciclica nascosta di Pio XI. Un’occasione mancata dalla Chiesa cattolica nei confronti dell’antisemitismo, Milano, Corbaccio, 1997). Il Papa chiese a La Farge di preparare le basi su cui costruire un’enciclica contro il razzismo: Humani Generis Unitas. La Farge diede l’enciclica nella mani del superiore Ledochowski, Generale della Compagnia di Gesù. Quando Gundlach, altro preparatore della bozza, chiese a Ledochowski le motivazioni per le quali l’enciclica in questione ancora non fosse arrivata al Papa, non ricevette risposta. Così, si rivolse a La Farge esprimendo la paura di un complotto causato dalla vicina morte del pontefice. Allora si attivarono, nonostante Ledochowski, per fare arrivare la bozza nelle mani del Papa. Ci riuscirono, ma fu troppo tardi. Essa infatti giunse a Pio XI pochi giorni prima la sua morte. Così, egli non riuscì a concluderla.

2 Cfr. J. T. Mcgreevy, Parish Boundaries: The Catholic Encfounter with Race in the Twentieth Century Urban North, Chicago, University of Chicago Press, 1996, p. 51. Anni dopo la morte di Pio XI il documento contenente la bozza dell’enciclica venne ritrovata. Le parole di condanna nei confronti del razzismo e dell’antisemitismo suonano durissime, tanto da arrivare alla scomunica della persona di Mussolini e di Hitler, ricalcando la medesima linea del non expedit di Pio IX. In una di esse si leggono parole amare, ossia l’antisemitismo e il razzismo non consentivano alla Chiesa di divenire: «la casa di Dio… per tutte le razze».

3 Ibidem.

4 Cfr. Moshe Y. Herczl, Christianity and the Holocaust of Hungarian Jewry, New York University Press, New York, 1993, p. 93.

5 Cfr. M. R. Marrus ‒ R. O. Paxton, Vichy France and the Jews, New York Basic Books, New York, 1981, p. 202.

6 Cfr. J. F. Morley, Vatican Diplomacy and the Jews during the Holocaust, 1939-1943, KTAV, New York, p. 75.

7 Sono loro due pionieri che tentarono di distendere i rapporti fra ebrei e cattolici. Entrambi furono costretti alla fuga dai Nazisti. Il primo ottenne la cittadinanza americana, il secondo quella svizzera.

8 Cfr. la corrispondenza fra Oesterreicher e Thieme, di aprile e maggio 1939, presso l’Institut für Zeitgeschichte (IZG), ed. 63/59.

9 La lettera di Tisserant a Suhard, suo connazionale, fu recuperata dalle forze germaniche che occupavano la Francia durante una perquisizione al quartier generale del cardinale.

10 Cfr. Memorandum 85, 16 giugno 1942, Myron C. Taylor Papers, US National Archives and Records Administration (NARA).

11 Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino 2005, p. 338.

12 Cfr. il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, D. Almansi, La progettata espulsione. Contributo alla storia delle persecuzioni razziali in Italia, in Israel, 10 ottobre 1945.

13 Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, op. cit., p. 641.

14 Ibidem. Si legge in un memoriale del nunzio stilato nel 1939, riferendosi all’alto funzionario del ministero dell’Interno: «egli mi ha detto un po’ timidamente, quasi per timore di offendermi, ma nell’interesse, come egli diceva, di fomentare i buoni rapporti fra la S. Sede e l’Italia, che tali interventi, specialmente di persona diplomatica, avrebbero irritato i membri della Commissione che non sono certo favorevoli alla S. Sede per l’atteggiamento da questo assunto nella questione della razza e avrebbero dato l’impressione che la S. Sede si è fatta protettrice degli ebrei. D’altra parte mi osservava che la legge è quella che è e non dà possibilità alla Commissione di variare il suo giudizio perché i criteri di discriminazione sono tassativi. Gli ho domandato se segnalazione della S. Sede fatte per tramite di persone non diplomatiche, potrebbero essere accolte. Mi ha risposto: sarebbero meno irritanti, ma sempre irritanti, quindi le sconsiglio».

15 Cfr. M. Sarfatti, Leggi razziali, in Dizionario del fascismo, Torino, Einaudi, 2002, p. 23.

16 Cfr. G. Acerbo, Origine e purezza della razza italica, in Il Giornale d’Italia del 30 gennaio 1940. In una sua dichiarazione sul Messaggero di Roma, si legge: «lungi da me rinnegare o sminuire il valore del dato bio-antropologico, l’orientamento ideologico, su cui si regola l’azione politica del Fascismo, vi si attiene non già per farne l’unico cardine di essa, e forse neppure un cardine, sebbene uno degli elementi coordinati in una valutazione integrale, che ammette altri elementi di ben altra natura». Cfr. il Messaggero di Roma del 12 marzo 1940.

17 Radioconferenza alle scuole medie, 23 gennaio del 1940.

18 Cfr. R. Farinacci, I motivi essenziali della difesa della razza, in Regime fascista, 24 gennaio 1940.

19 Ibidem.

20 Cfr. V. Gayda, Il razzismo italiano, in Il Giornale d’Italia, 27 febbraio 1940. Un articolo uscito sul Giornale d’Italia esponeva il tema dell’originalità del razzismo italiano rispetto a quello tedesco: l’articolo, la cui pubblicazione è stata espressamente richiesta da Mussolini, affermava: «già in un’ampia nota documentata del 6 agosto 1938 abbiamo illustrato questo sviluppo della ideologia e della politica razziale mussoliniana, che arrivava all’affermazione di una fiera coscienza della razza italiana e di una ferma politica difensiva prima ancora che il Nazionalsocialismo in Germania prenda forma e poi governo. Fin dal 1917, nella oscura ora di Caporetto, Mussolini evoca la qualità della razza italiana». L’articolo citava testualmente le parole di Mussolini nel 1927 a tale proposito: «Bisogna vigilare seriamente sul destino della razza». Cfr. G. Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita, Garzanti, Milano, 2005. Su Mussolini ebbero, ad ogni modo, grande influenza quegli autori di stampo razzista, ed in particolare, antisemita che esaltavano la volontà di potenza del singolo (volontà di potenza: termine utilizzato da Nietzsche). Tali teorie contribuirono a colorare il suo pensiero di antisemitismo, esso latente ma incessante. Antisemitismo, questo, che lo condusse all’adozione delle leggi razziali, anzi leggi dichiaratamente e palesemente antisemite, in Italia nel 1938.

21 Cfr. F. Cassata, La difesa della razza, Torino, Einaudi, 2008. Mussolini diede il suo appoggio a riviste quali: Il Tevere, Il regime fascista, La vita italiana. Diede il suo sostengo anche a quei giornali portatori di un indirizzo bio-naturalistico, da egli stesso fortemente desiderate al fine di estendere la dottrina razziale in Italia, quale, ad esempio, La difesa della razza.

22 Cfr. ADS, p. 316-317

23 Ibidem. La risposta del Vaticano, stilata dal p. Tacchi Venturi si concludeva affermando: «ella pertanto farà opera utilissima non solo alla religione, ma anche alla società civile se per quelle vie, che si rimettono alla sua prudenza, s’industriasse di ottenere che i saggi e lodevoli propositi, dei quali Le è piaciuto informarmi, maturino quanto prima a confronto e consolazione di tanti padri e di tante madri i quali non cessano di inviare al Santo Padre commoventi suppliche invocanti il suo paterno aiuto in mezzo ai dolori che li opprimono per la futura sorte dei figli professanti con essi la medesima religione cattolica». Ivi, 322.

24 Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, op. cit., p. 643.

25 Cfr. la circolare del 27 maggio del 1940.

26 Cfr. C. S. Capogreco, I campi di internamento fascisti per gli ebrei, 1940-1943, in Storia Contemporanea, IV, 1991.

27 Cfr. C. Di Sante, I campi di concentramento in Italia, dall’internamento alla deportazione, Milano, 2001; cfr. M. Rende, Ferramonti di Tarsia, Roma, 2009. Il più conosciuto fra i campi di internamento per gli ebrei stranieri fu quello di Ferramonti di Tarsia. Il campo aprì nel giugno 1940 e ospitò più di 3000 ebrei. Successivamente, ne furono aperti molti altri. Il campo di Terramonti fu il primo ad essere liberato dagli alleati. Ad ogni modo, i campi di concentramento italiani furono meno duri rispetto a quelli della Germania nazionalsocialista, per quanto possibile. Ci si interroga sulla motivazione circa la natura più “umana” dei campi italiani. In particolare, gli storici si chiedono se questa fosse dovuta ad una minore rigorosità della politica razziale italiana o se il fatto stesso di arrivare alla soluzione dei campi segnasse, di per sé, un grande passo avanti nella politica razziale voluta dal regime.

28 Acc, Fondo non ordinato.

29 Cfr. la lettera del p. Tacchi Venturi del 5 maggio 1941.

30 Cfr. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, op. cit., documento n. 25, p. 645. La Santa Sede continuò ad impegnarsi a favore di singoli ebrei e ad inviare lettere in cui si domandava una riforma nella materia dei matrimoni misti. Questione che da sempre provocava molto malcontento nella Santa Sede stessa.

31 Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, op. cit., documento n. 25, p. 645. Al progetto di legge così come ultimato dalla Direzione e presentato a Mussolini.

32 Cfr ADS, VIII, p. 199.

33 Ibidem.

34 Ibidem.

35 Cfr. V. De Cesaris, Vaticano, fascismo e questione razziale, Guerini e Associati, 2010; cfr. G. Sale, Le leggi razziali in Italia e il Vaticano, Milano, 2009. Sulla problematica dei matrimoni misti, Santa Sede e Governo fascista.

36 Cfr. J. Evola, La situazione del razzismo in Italia, in La vita italiana, 18 febbraio 1941. Scrive ancora Evola: «Gli ostacoli opposti da certi ambienti cattolici alla formazione di una coscienza razzistica non sono tuttavia privi di una certa relazione col fatto che il razzismo in Italia non ha ancora una sua propria, precisa fisionomia. Così, i cattolici temono che esso vada ad assumere lo stesso aspetto di alcune forme estremiste di razzismo tedesco».

37 Cfr. J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, Metodologia razzista: I tre gradi del problema della razza il razzismo uno e due, a cura di P. Di Vona, II 5 (5 gennaio 1939), p. 143.

38 Cfr. J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, Metodologia razzista: I tre gradi del problema della razza, I tre elementi dell’entità umana, a cura di P. Di Vona, II 5 (5 gennaio 1939), p. 144.

39 Cfr. J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, Razza: Realtà del mito, a cura di P. Di Vona, II 5 (20 gennaio 1939), p. 148.

40 Ibidem. Secondo l’ideologia Fascista antidemocratica, la Nazione trova la sua massima espressione solo nello Stato. Il paragrafo 1 della Carta Fascista del Lavoro dichiara: «la Nazione Italiana si realizza integralmente solo nello Stato». Così «lo Stato, fascisticamente inteso, attua la Nazione, è il suo motore, la forza formatrice di essa, l’anima della sua anima». Come si evince palesemente poi, nel paragrafo 12 della Dottrina del Fascismo: «senza lo Stato non c’è Nazione».

41 Ibidem, p. 149. Dalla tornata del 6 ottobre del Gran Consiglio, il mito del sangue diviene parte della dottrina ufficiale del Fascismo.

42 Ibidem.

43 Ibidem. «Non vi è razzista, il quale non abbia ammesso, che i vari popoli europei di oggi sono dei composti etnici più o meno stabili, in cui l’una o l’altra razza può essere prevalente. Chi poi crede che le leggi di Mendel sulla eriditarietà siano estensibili all’essere umano, trae da cioè ulteriori conseguenze. Secondo tali leggi, l’elemento eterogeneo che una data mescolanza o un incrocio ha introdotto in un dato sangue, non scompare mai del tutto: anche se in forma invisibile o latente, esso permane come un’eredità, pronta a manifestarsi e a riemergere o secondo il ritmo di certe leggi cicliche, dopo alcune generazioni, ovvero in determinata circostanza».

44 Ibidem, p. 150: «Si possono addurre, nel riguardo, vari esempi storici. A prescindere dai tempi antichi, ricordiamo l’America: sotto l’influenza di una stessa civilizzazione e di uno stesso modo di sentire sta formandosi, negli Stati Uniti, un tipo comune, ben riconoscibile, lo yankee, dal più inverosimile miscuglio etnico». La dove «col fascismo sta svolgendosi il processo di creazione di un tipo comune nuovo e di una razza nuova. L’uomo di Mussolini non è una metafora: un determinato ideale, congiunto a precise discipline, è in via di enucleare perfino nel corpo un tipo comune nuovo della sostanza etnica complessiva costituente la nazione italiana».

45 Ibidem.

46 Cfr. J. Bachofen, Die Sage von Tanaquil, Heidelberg, 1870; cfr. A. Piganiol, Essai sur les origines de Rome, Paris, 1971; H. F. K. Guenther, Rassengeschichte des hellenischen und romischen Volkes, München, 1929; cfr. J. E. Harrison, Prolegomena to the study of greek religion, Cambridge, 1903; cfr. J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Hoepli, Milano 1934.

47 Cfr. J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, Razzismo di “secondo grado”, La Razza dell’Anima, a cura di P. Di Vona, II 5 (5 febbraio 1939), p. 152.

48 Ibidem.

49 Ibidem: «Quando si parla di razza italiana, è chiaro, infatti, che nessuno potrà seriamente sostenere che un tipo ligure e un tipo sardo, un tipo romano e uno siciliano un tipo veneto e uno toscano o romagnolo siano tanti fac-simile di una identica forma umana. Ma, in parti tempo, nessuno, che abbia una certa sensibilità o se studia il modo di comportarsi di un italiano in genere, di quale regione egli pur sia, con quello di uno straniero, o di un uomo di una altra razza, nessuno mancherà di rilevare qualcosa di comune, di sufficientemente uniforme, di individuato e di individuabile in fatto di stile, al di là dalla maggiore o minore diversità semplicemente etnica e antropologica degli italiani delle varie regioni».

50 Ibidem, p. 153.

51 Ibidem.

52 Ibidem, p. 154.

53 Ibidem, p. 155.

54 Ibidem, p. 156. Il Clauss scrive: «nella misura in cui una conoscenza scientifica può esercitare una influenza sulla storia, il compito che la psicantropologia ha a tale riguardo, è il seguente: essa deve individuare quelle frontiere, che nessun Popolo, nessuna comunità, di sangue e di cultura, può sorpassare o aprire, senza incorrere alla propria distruzione. La ricerca delle frontiere dell’anima oggi costituisce dunque un compito storico». Clauss distingue poi sei tipi generali «l’uomo affermativo corrispondente alla razza nordica; l’uomo statico e tenace corrispondente alla razza falica; l’uomo dell’espressione corrispondente alla razza mediterraneo-occidentale; l’uomo della rilevazione corrispondente alla razza levantina o armenoide e agli elementi predominanti del Popolo ebraico; l’uomo che evada corrispondente alla razza alpina o dinarica».

55 Cfr. J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, Supremi valori della Razza, a cura di P. Di Vona, II 5 (5 febbraio 1940), p. 201.

56 Ibidem.

57 Ibidem, p. 202. Il codice veniva chiamato Codice di Casta che considerava sia il dato fisico, sia il comportamento, sia lo stile di vita, sia la posizione sociale e cosi via.

58 Ibidem. L’iniziazione era possibile solo per chi nasceva ariano. «È il suo diritto. Impartirla ad altri è un crimine». Tale idea di razza supera la concezione cattolica perché «ignora un sacramento atto a esser somministrato a chiunque, tanto da condurre ad una democrazia dello spirito». Essa supera in pari tempo il razzismo materialistico perché «mentre si adeguava alle esigenze di questo, portandolo anzi fino al limite estremo di una casta chiusa, considerava insufficiente la sola nascita fisica; aveva in vista l’arianità anche come razza dello spirito, da raggiungere, partendo dalla base e dall’aristocrazia di una dato sangue, con una rinascita, definita dal sacramento ario».

59 Ibidem, p. 203.

60 Ibidem, p. 206.

61 Ibidem.

62 Cfr. J. Evola, I testi de La Difesa della Razza, La Razza e la Guerra, a cura di P. Di Vona, II 5 (20 ottobre 1939), p. 175.

63 Ibidem, p. 176.

64 Ibidem.


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