DIRITTO NATURALE E DIRITO DI RESISTENZA NELLA POLEMISTICA LUTERANA DI METÀ CINQUECENTO

Merio SCATTOLA *


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Merio Scattola (2015): “Diritto naturale e dirito di resistenza nella polemistica luterana di metà cinquecento”, en Revista crítica de Derecho Canónico Pluriconfesional, n. 2 (febrero de 2015), pp. 83-108. En línea en puede verse: http://www.eumed.net/rev/rcdcp/02/ms.pdf.


Resumen: Teorización de Martín Lutero, Melanchton, Merius y Monner, entre otros, sobre las guerras de religión y la legítima defensa y el envío de dineros y soldados por el papa a Alemania para defender la religión católica. La ley natural es justa y eterna tal y como está escrita en el Decálogo.

Palabras clave: Melanchton, Confesión de Magdeburgo, Martín Lutero, Johann Oldendorp, Justus Menius, Basilius Monner.

Resum: Teorització de Martí Luter, Melanchton, Merius i Monner, entre uns altres, sobre les guerres de religió i la legítima defensa. El romà pontífex va enviar diners i soldats a Alemanya per defensar la religió catòlica. La llei natural és justa i eterna tal com està escrita en el Decàleg.

Paraules clau: Melanchton, Confessió de Magdeburg, Martí Luter, Johann Oldendorp, Just Menius, Basili Monner.

1. Un diritto naturale a resistere

Lo scoppio della guerra di Smalcalda (1546–1547) e l’entrata in vigore il 30 giugno del 1548 dell’Interim di Augusta, il compromesso che provvisoriamente avrebbe dovuto regolare i rapporti tra le confessioni del Sacro Romano Impero in attesa di una soluzione definitiva, provocò un’ondata di scritti polemici a sostegno del partito protestante1. I difensori delle città e dei principi luterani, sconfitti da Carlo V e da Maurizio di Sassonia, utilizzarono in questa occasione tutte le forme e tutti i generi messi loro a disposizione dal repertorio letterario2 e svilupparono o ripresero dalla tradizione un’ampia serie di argomenti che ben presto entrarono a far parte di un patrimonio intellettuale comune e ai quali poterono riferirsi tutte le successive opere sulla resistenza, a cominciare dalla famosa Confessione di Magdeburgo (1550)3. A questa letteratura fiorita attorno alla guerra di Smalcalda appartengono anche una serie di scritti, composti tutti a Wittenberg e nella cerchia intellettuale di Melantone, che esplicitamente discutono il problema che a quei tempi maggiormente assillava il partito sconfitto: se e a quali condizioni si possa disubbidire agli ordini di un principe legittimo4. Tra queste opere sono da menzionare: 1. La Prefazione con cui Filippo Melantone corredò nel 1546 la sua ristampa dell’Ammonimento ai miei amati tedeschi di Martin Lutero (1531)5; 2. La Prefazione di Melantone alla Dichiarazione del dottor Martin Lutero relativa alla questione della legittima difesa, un’opera redatta dal riformatore nel 1539, ma data alle stampe solo in quel momento difficile, nel 15476; 3. Il libro del pastore Justus Menius Lezione sulla legittima difesa (1546), che nella seconda edizione dello stesso anno venne ampiamente rimaneggiato da Melantone7; 4. Il libro del giurista Basilius Monner Della difesa e dell’autodifesa (1546)8; 5. L’anonima Dichiarazione della divina e onnipotente maestà del 15469, che molto probabilmente risale alla penna del teologo Georg Maior10.

Tutti questi scritti giustificano l’«autodifesa» (Gegenwehr)11 dei ceti contro l’imperatore con l’aiuto di due idee, che possono essere sinteticamente indicate come ‹argomento della legittima difesa› e ‹argomento dell’ordine naturale›. In primo luogo viene dunque fatta valere l’idea che la legittima difesa contro la violenza di un’autorità degenere sia un diritto naturale, che Dio ha impresso nell’anima umana fin dalla creazione. Melantone chiarisce questo principio nel modo seguente.

«E qualcuno sostiene che l’autodifesa sarebbe un torto contro l’autorità. E sebbene si possa rispondere senza tanti sofismi che il papa, i preti e i monaci sono i primi istigatori e capi di questa guerra giacché si sa che il papa ha inviato soldi e soldati in Germania, è d’altronde altrettanto certo che i governi sono un’istituzione ordinaria nella quale sia l’autorità sia i sudditi hanno il loro fine e che la naturale autodifesa è un’opera giusta, che Dio ha infuso nella natura. Autodifesa e ribellione sono perciò molto diverse. Se per strada o a casa tua un assassino prova ad assalire te o tua moglie o i tuoi figli, in tal caso è un’opera giusta e grata a Dio proteggersi e difendersi, anche se l’assassino rimane ucciso. Infatti il Vangelo, che viene predicato dalla giustizia eterna, non intende sopprimere la legge naturale e il governo ordinario in questa vita terrena. Come infatti conserva il matrimonio, il padre e la madre in quanto stati giusti e graditi a Dio, così vuole anche mantenere la protezione ordinaria come un’opera assai gradita a Dio. E fino a che punto ciò si applichi ai gradi ordinati della potestà superiore e inferiore, su ciò possono giudicare persone dotte e assennate [...]. Da tutto questo chiunque sia dotato di senno può ben rammentare che cosa sia giusto anche nel caso presente. Infatti contro la nostra parte è stata decisa una guerra senza formarsi prima un’equa conoscenza ed è violentia manifesta, rovina di matrimoni, instaurazione di idolatria pubblica. E c’è da aspettarsi che gli spagnoli e gli italiani e forse anche i turchi invadano le città tedesche»12.

Nel modo più approfondito questa concezione viene sviluppata nelle diverse edizioni dell’opera pubblicata con il nome di Justus Menius, il quale in molteplici occasioni ricorda il diritto naturale è un’opera divina, dotata di un valore proprio e mai abolita dalla Rivelazione13. Di conseguenza anche il diritto all’autodifesa e alla difesa dei figli, dei famigliari e dei sudditi, che al diritto naturale appartiene, deve essere legittimo. In determinati casi anzi, quando qualcuno è minacciato da un’ingiuria gravissima e irreparabile e non può invocare il soccorso dell’autorità pubblica, tale difesa non è solo un diritto legittimo, ma è anche un dovere inderogabile.

«E tutti gli uomini e quindi anche i sudditi godono di un diritto naturale, che è un diritto divino, cioè un raggio di luce, che Dio stesso ha impresso sulla ragione umana, ovvero in caso di pericolo, quando qualcuno subisce una crudeltà evidente, una atrox iniuria, e l’autorità non gli viene in aiuto, allora gli è concesso da Dio di salvarsi difendendosi con le proprie mani. Anzi ci sono molti casi nei quali questa difesa non solo è permessa, bensì anche è comandata, come quando un marito difende la moglie, il padre i figli, un signore i suoi sudditi»14.

Anche nella Prefazione alla Dichiarazione del dottor Martin Lutero relativa alla questione della legittima difesa Melantone ribadisce che l’intelletto umano è in grado di ricavare l’idea dell’autodifesa senza altro ausilio che quello fornito dal diritto naturale, che infatti, essendo una creazione di Dio, vige immediatamente e non viene in alcun abrogato o sospeso dall’annuncio del Vangelo15.

A rafforzare l’idea secondo la quale i ceti imperiali avrebbero potuto, anzi dovuto, legittimamente difendersi contro le ingiuste pretese del loro signore potevano essere invocati anche le relazioni e le perizie giuridiche e teologiche, i consilia, rapporti e referti composti nel campo protestante dopo il 1530, i quali a partire dal 1539 ricorrono sempre più esplicitamente ad argomentazioni giusnaturalistiche16. Infine bisogna ricordare che anche Martin Lutero aveva sostenuto posizioni simili nella disputazione circolare sul diritto di resistenza pubblicamente discussa nel 1539 presso l’università di Wittenberg.

«Il papa è una bestia tanto mostruosa che non è né un’autorità né un tiranno, ed è una bestemmia contro Dio quando sostiene di essere il signore di tutti i signori. Infatti un tiranno almeno è per lo più sottoposto alle leggi, ma il papa è il diavolo perché vuole che si veneri la sua pubblica blasfemia al di sopra delle leggi e contro di esse [...]. E come Cristo è Dio fatto uomo, così il papa è il diavolo in persona. Bisogna credere che il papa sia ben diverso da un tiranno perché innanzitutto rapisce le anime di tutto il mondo, come il turco ghermisce il corpo. Infatti ci sono due bestie negli ultimi tempi, dopo di che arriverà il giudizio universale. E questo è un buon paragone: come tutti quanti siamo tenuti a correre in soccorso quando scoppia un incendio in città, allo stesso modo siamo sempre tenuti a combattere il lupo mannaro, perché la legittima difesa è naturale. Quando dunque l’imperatore ignora quale sia la chiesa, si può ancora tollerare; ma quando vuole proteggere il lupo mannaro, non si può più sopportare, bensì bisogna opporgli resistenza»17.

Da questo e da altri passi si può ottenere un quadro complessivo consistente in cinque punti. 1. La resistenza contro l’autorità è permessa solo come autodifesa, quando il suddito viene ingiustamente assalito dall’autorità pubblica, che dovrebbe garantire protezione. Bisogna perciò distinguere con grande precisione resistenza da sedizione18. 2. Tale diritto di resistenza proviene da un generale diritto all’autodifesa che impone di conservare la propria vita quando si viene assaliti dai nemici e l’autorità legittima non può intervenire in tempo. 3. Questo diritto universale all’autodifesa o all’autoconservazione appartiene alle norme del diritto naturale. 4. I comandi del diritto naturale sono quelli che Dio, durante la creazione, ha iscritto nell’animo degli uomini. Si tratta perciò di norme «innate» o di notitiae inditae (Melantone). 5. Queste idee innate formano una «legge naturale» universale, che è stata promulgata dalla «giustizia eterna» e include sia il «governo ordinario» sia la «vera chiesa»19. In questo modo vengono fuse due precedenti tradizioni, una giuridica e una filosofica: l’una aveva riconosciuto l’autodifesa come una regola del diritto naturale o, meglio, del diritto delle genti; l’altra aveva concepito il diritto naturale come una serie di idee innate.

Il principio secondo cui gli uomini possono difendere la propria vita in base a un comandamento del diritto naturale apparteneva ai fondamenti del diritto romano e viene presentato all’inizio del Digesto.

[I, 1, 1, 4.] Ius gentium est, quo gentes humanae utuntur. quod a naturali recedere facile intellegere licet, quia illud omnibus animalibus, hoc solis hominibus inter se commune sit. [I, 1, 2.] Veluti erga deum religio: ut parentibus et patriae pareamus: [I, 1, 3.] ut vim atque iniuriam propulsemus: nam iure hoc evenit, ut quod quisque ob tutelam corporis sui fecerit, iure fecisse existimetur, et cum inter nos cognationem quandam natura constituit, consequens est hominem homini insidiari nefas esse20.

In questa formulazione resta tuttavia incerto se l’autodifesa appartenga effettivamente allo ius naturale oppure allo ius gentium. Il passo citato conferma la prima possibilità, mentre Cicerone e altri luoghi del Corpus iuris civilis convalidano l’altra interpretazione21. Ancora nel sedicesimo secolo la giurisprudenza dedicò molta attenzione alla discussione di questo problema e sostenne entrambe le posizioni inclinando tuttavia per lo più per la seconda soluzione. La questione, apparentemente secondaria, di come si debba classificare il diritto all’autodifesa rinviava infatti immediatamente a problemi ben più ampi perché poteva essere effettivamente risolta solo dopo che si fosse chiarito che cosa siano il diritto naturale e delle genti e quali rapporti intervengano tra di essi. Da un lato alcuni giuristi del sedicesimo secolo presero le mosse dalla constatazione che ogni essere vivente o addirittura ogni essere in generale ricerca la propria conservazione e che, di conseguenza, in ogni animale agisce un istinto alla sopravvivenza, donde conclusero che l’autodifesa degli uomini è una conseguenza di tale inclinazione naturale e deve di conseguenza spettare al diritto di natura22. D’altra parte – argomentò una diversa tradizione – un mero istinto non rappresenta di per sé alcun diritto perché il concetto di quest’ultimo richiede sempre e necessariamente l’intervento di un riconoscimento razionale. Che un delinquente possa di fatto difendersi fuggendo e combattendo chi tenta di arrestarlo o di punirlo è fuori discussione, ma sarebbe ingiusto dire che egli abbia un diritto legittimo alla fuga e alla resistenza violenta. Ora, il riconoscimento di cui il diritto necessita può avere luogo solo tra gli uomini e solo per intercessione della ragione, ma questo è l’ambito che il diritto romano assegna allo ius gentium, al quale deve dunque deve essere attribuita anche la legittima difesa23. Si può tuttavia introdurre anche un’ulteriore distinzione, in modo da proporre una terza soluzione, e pensare che l’autodifesa appartenga in quanto istinto allo ius naturale e in quanto diritto allo ius gentium24.

All’interno della tradizione giuridica, che era interessata in primo luogo al problema dell’imputabilità e del giudizio, le conseguenze appena enunciate risultavano inevitabili e coerenti e facevano in effetti parte di una più generale discussione sull’essenza del diritto di natura25. La tradizione filosofica conosceva invece non soltanto il concetto di diritto di natura, ma anche quello di legge di natura e attribuiva grande importanza all’indagine circa la giustizia che dà ordine al mondo umano. In tal senso la Scolastica medievale poteva concepire il diritto naturale come una determinazione fondamentale implicata dall’essenza stessa dell’anima umana. Tommaso d’Aquino e i commentatori della Seconda Scolastica classificarono perciò i principi che governano la nostra vita in una scala gerarchica in considerazione del fatto che ciascuno di noi è non solo uomo, ma anche essere vivente ed ente in generale. In quanto enti noi tendiamo infatti a conservare noi stessi, in quanto animali siamo spinti a riprodurci e in quanto uomini aspiriamo a esercitare la nostra ragione26. Il diritto naturale, che in tal senso comprende queste tre determinazioni, può dunque essere definito come il principio e la norma dell’essenza umana, i cui precetti devono essere ‹naturalmente› presenti nell’anima dell’uomo fin dall’inizio, cioè fin dal primo istante della sua creazione, e devono dunque essere innati. Così anche Tommaso d’Aquino, che altrimenti difese sempre l’idea «Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», quando indaga le proprietà della legge di natura, ammette l’esistenza di idee innate o quasi-innate27, enunciando così le linee generali di una dottrina che venne poi sviluppata e chiarita in tutte le sue conseguenze dai commentatori spagnoli della Seconda Scolastica cinquecentesca28.

2. Il diritto naturale di Filippo Melantone

La legittima difesa naturale del diritto romano e la dottrina filosofica delle notitiae inditae, quando vengono riunite nell’idea di un ‹diritto naturale innato all’autodifesa›, fornirono un primo argomento per giustificare la disobbedienza che, indipendentemente dalla scelta confessionale, risulta fondato soltanto sulla natura dell’uomo e sull’idea generale dell’ordine divino e che in quanto tale venne percepito anche dagli scritti polemici della guerra di Smalcalda29. D’altra parte, la stessa idea, secondo la quale il diritto umano sarebbe ancorato nella giustizia divina, rappresenta anche il nucleo del secondo argomento in favore della resistenza, che giustifica la lotta contro il tiranno perturbatore dell’ordine divino e che crebbe sulla base teoretica fornita dalla dottrina giusnaturalistica di Melantone. Nei suoi Luoghi comuni teologici il praeceptor Germaniae accordò infatti un ampio spazio alla trattazione della lex naturae30 e fondò su di essa un’articolata dottrina delle ‹opere esteriori oneste› del libero volere coerente con le indicazioni della Confessione di Augusta del 153031.

Il compendio teologico di Melantone conobbe molte edizioni tra il 1521 e il 1559 e venne incessantemente rivisto e integrato fino alla morte dell’autore. Già accennata nelle prime edizioni, la dottrina del diritto naturale venne fatta oggetto di particolare attenzione a partire dal 1535 e venne successivamente approfondita ed esposta dettagliatamente nelle ultime e definitive rielaborazioni degli anni 1543–1559. Diversamente dai teologi coevi della Seconda Scolastica, Melantone fonda il suo diritto naturale sul principio volontaristico presupponendo così che il mondo non potrebbe continuare a sussistere se Dio non intervenisse continuamente a sostenerlo. L’Onnipotente non può infatti essere paragonato a un artigiano che può distaccarsi dalla propria opera dopo averla completata, bensì la creazione deve essere considerata come una «perpetua conservatio et sustentatio rerum»32. Ma se il mondo non è stato prodotto una volta per tutte nel passato, ma viene creato a ogni successivo istante, allora in ogni altro momento esso potrebbe essere ricreato secondo un piano differente perché Dio è assolutamente libero rispetto alla sua creazione e può mutare continuamente le leggi che la governano. Nelle ultime edizioni dei Luoghi comuni teologici Melantone afferma perciò che Dio non è in alcun modo condizionato dalle causae secundae e che quindi non deve obbedire alle leggi che egli stesso ha dato al mondo. In quanto «agente libero» Dio conserva solo per propria imperscrutabile iniziativa le norme che ha promulgato, sebbene in talune occasioni, mosso a compassione dalla sorte infelice del genere umano, possa anche mutarle33.

In questo quadro volontaristico si trova inserita anche la dottrina del diritto naturale, che svolge nel regno della morale la stessa funzione attribuita alle norme fisiche nell’ambito della materia. Anche le leggi della morale sono state infatti emanate dalla volontà divina nella forma di un libero decreto, la lex Dei ovvero il comando divino che, imponendo un’obbedienza perfetta, stabilisce che cosa sia l’uomo e che cosa egli debba fare34. Tale lex Dei non è stata tuttavia promulgata una sola volta nella storia dell’umanità, ma la sua voce si è fatta sentire a più riprese, e da questa ripetizione sono state originate le diverse forme di legge vigenti sulla terra. Dapprima la legge di Dio venne impressa direttamente nel cuore dell’uomo durante la creazione e dette così vita al diritto naturale, che presiede quindi all’intera vita morale e comprende tutti i principi innati del bene e del male. Tra questi precetti sono, per esempio, da considerare massime quali: «Onora il Dio tuo», «Non commettere adulterio» oppure «Bisogna rispettare i patti convenuti»35. E poiché si tratta di una norma del diritto naturale, a questi principi bisogna aggiungere anche la regola: «È giusto resistere alla violenza illegittima».

Il peccato originale ha tuttavia oscurato e deformato a tal punto le leggi naturali nel cuore umano che ora esse si possono a malapena percepire36. Perciò Dio promulgò una seconda volta la sua volontà nella lex Mosaica dell’Antico Testamento e una terza volta con l’annuncio del Vangelo. La legge mosaica consiste tuttavia di tre parti diverse: le leges morales, le leges ceremoniales e le leges forenses seu iudiciales. Mentre le norme degli ultimi due tipi appartengono solamente al popolo di Israele, la legge morale, che viene enunciata nelle tavole del Decalogo, rivendica una validità universale e di fatto è identica al diritto naturale. I Dieci Comandamenti dunque altro non sono che una mera ripetizione di quelle norme che Dio all’inizio dei tempi impresse nel cuore degli uomini37.

Questa conclusione, secondo la quale i principi del diritto naturale sarebbero idee innate e coinciderebbero con il Decalogo, è in effetti una conseguenza diretta dell’impostazione volontaristica adottata da Melantone per fondare la legge morale. Infatti, che determinate idee siano innate significa che esse non vengono dedotte o ricavate a partire da una fonte razionale di grado superiore, bensì che il loro contenuto può solo essere rinvenuto e accettato così come esso è e che la loro validità dipende esclusivamente da quella volontà che le ha promulgate. In tal senso Melantone non desume il suo diritto naturale da una legge universale, come avviene nel caso della Scolastica tomistica, che collega la lex naturae alla lex aeterna e concepisce quest’ultima come l’eterna ragione di Dio alla quale anche la volontà divina è subordinata. Al contrario, Melantone può affermare l’assoluta libertà del volere divino e l’assoluta superiorità di Dio di fronte alla sua creazione. Come infatti l’Onnipotente potrebbe in qualunque momento sospendere le leggi dell’universo fisico, allo stesso modo potrebbe limitare, mutare o anche abrogare del tutto le norme del mondo morale.

Sulla base della stessa costruzione volontaristica si possono giustificare e fondare anche la libertà e la responsabilità dell’uomo. In verità la creatura umana, preda del peccato, non può in alcun modo dare soddisfazione alla lex Dei, che impone un’obbedienza perfetta, relativa cioè sia alle opere esteriori sia alla disposizione interiore. Le sue forze sono semplicemente insufficienti, e quanto più l’uomo tenta di adempiere alle prescrizioni della legge, tanto più in realtà egli viene da essa condannato38. D’altra parte, sebbene dopo il peccato originale la legge naturale sia del tutto incapace di realizzare la vera ubbidienza interiore, ciò nondimeno essa può regolare adeguatamente le opere esteriori, che naturalmente non potranno mai costituire da sole uno strumento di salvezza eterna; e sebbene dal punto di vista della legge divina e della ubbidienza perfetta l’arbitrio umano rimanga suddito delle passioni umane e perciò servo, ciò nonostante resta libero per quanto concerne l’ubbidienza esteriore e imperfetta giacché l’uomo può osservare i precetti della legge naturale anche senza l’aiuto della grazia e, se segue la guida della sua ragione, è in grado di scegliere tra azioni esteriori buone e cattive39.

L’argomentazione volontaristica conserva la libertà di Dio rispetto alla creazione e la responsabilità dell’uomo nelle azioni esterne; essa tuttavia corre il rischio di distruggere l’esistenza stessa del diritto naturale. Se infatti l’arbitrio divino produce in continuazione le norme della morale, così come avviene per le regole del mondo fisico, allora esso potrebbe anche sospenderle, cancellarle o mutarle del tutto. Ma a queste condizioni la continuità del diritto naturale verrebbe messa gravemente in forse. Melantone non arriva tuttavia a queste conclusioni radicali; egli anzi presenta la lex naturae come un eterno pensiero o come un’eterna norma di Dio, che non viene mai modificata, e per descriverla usa espressioni come leges aeternae, aeterna Dei sententia et regula ed aeternae regulae mentis divinae.

«Ma esiste un altro grado delle leggi, quello chiamato delle leggi morali, le quali sono un eterno pensiero e un’eterna norma di Dio e non mutano nel corso del tempo. Fin dall’eternità Dio ha sempre voluto questa proposizione: “La creatura ami e tema Dio; la creatura razionale sia casta”. Ma ci sono anche leggi morali che comandano di conoscere Dio con la mente, di ubbidire a Dio con il cuore e di praticare le virtù verso gli uomini, come la giustizia, la castità, la verità, la temperanza [...]. Poiché esse sono regole eterne della mente divina, sono sempre risuonate nella chiesa, anche prima di Mosé, e sempre rimarranno e concernono tutte le genti. Vi sono tuttavia molti precetti naturali, e perciò perpetui, anche nelle leggi giudiziarie e cerimoniali, come la legge che proibisce i legami incestuosi»40.

Nel locus Da magistratibus Melantone può perciò concordare pienamente con l’idea scolastica di ordine fino anche a utilizzare il concetto tomistico di lex aeterna. In tale occasione egli infatti afferma che l’ordine della società umana è stato fondato da Dio, che esso è buono e che corrisponde «alla legge eterna nell’intelletto divino» (aeterna Lex in mente divina).

«Sappiamo dunque che quest’ordinamento è stato istituito da Dio, che lo approva e lo sostiene. [...] Naturalmente, come egli [scil. Paulus, Ad Romanos, 13, 1–7] dice, l’ordine è una serie di persone e di cose corrispondente alla regola divina che riluce anche in noi secondo la legge di natura, come usualmente si definisce. [...] Perciò [scil. gli uomini di lettere] sappiano che la norma dell’ordine è la legge eterna nella mente divina, circa la quale questi [scil. Paulus, Ad Romanos, 13, 3–4] dice: “Il magistrato premi con l’onore le opere buone e punisca quelle malvagie”. Ma è fuor di ogni dubbio che l’ordine corrispondente alla mente divina è cosa buona e grata a Dio»41.

Dalla legge naturale proviene infatti una distribuzione dei compiti e delle facoltà del mondo umano che è giusta ed eterna ed è descritta nel Decalogo, soprattutto nella seconda tavola e nel quarto comandamento42. Melantone chiama quest’ordine iustitia universalis43.

3. Resistenza e difesa dell’ordine universale

L’idea secondo cui il diritto naturale manifesterebbe l’ordine universale della giustizia fornì il secondo argomento per la giustificazione della disobbedienza e si dimostrò determinante in due sensi. Da un lato è infatti possibile sviluppare a partire da questo principio una dottrina complessiva del diritto naturale, come effettivamente fecero Johann Oldendorp44 e, nell’immediata cerchia di Melantone, Niels Hemmingsen45. D’altro lato dall’idea del giusto ordine è possibile ricavare alcune importanti indicazioni anche per la dottrina della resistenza. Se infatti l’ordine politico della repubblica, che in definitiva si basa sul quarto comandamento e perciò sul diritto naturale, è un’opera di Dio, allora il principe tirannico, che mira a inquinare e a distruggere il frutto della creazione, deve essere un vero e proprio strumento del demonio e va perciò combattuto senza pietà e con ogni mezzo. Gli scrittori della guerra di Smalcalda potevano così far valere, accanto all’argomento della legittima difesa, un’altra rilevante ragione per giustificare la resistenza contro il magistrato superiore, nel loro caso l’imperatore, colpevole di perturbare l’ordine voluto da Dio.

Nell’ultima versione dei suoi Luoghi comuni teologici dell’anno 1543, che proprio su questo argomento subirono ampie integrazioni, Melantone distingue res a personis, cioè l’ufficio pubblico, che proviene sempre da Dio ed è quindi buono, dal titolare, che in taluni casi può anche essere vizioso e corrotto46. Le cariche politiche vanno dunque sempre onorate, ma quando il principe degenera in un tiranno, che si dà a riconoscere per il fatto che vuole distruggere l’ordine della società, allora i magistrati inferiori possono legittimamente esautorarlo47.

«È necessario osservare questa distinzione tra le cariche e le persone per discernere l’opera di Dio dalle opere del diavolo. E chi potrà distinguere le cariche dalle persone amerà tanto più gli ordini civili e le leggi e, guardando a quest’indicibile confusione delle potestà, provocata dal diavolo e dai suoi ministri, con tanto più dolore scorgerà la potenza del diavolo, che, assiso sul gradino più alto del governo, con somma insolenza e violenza dichiara il suo odio per Dio, il disprezzo del genere umano e la sua crudeltà. Che cosa infatti si può immaginare di più mostruoso, turpe e abominevole dei tiranni di tutti i tempi, e quanto pochi furono e sono in tutte le epoche i principi anche soltanto mediocri? Bisogna comprendere e deplorare mali tanto grandi e bisogna pregare Dio affinché egli stesso corregga e conservi le repubbliche. Né bisogna scusare o difendere i vizi con il pretesto che sarebbero opera divina, né la dignità della carica deve farci tollerare le ingiurie manifeste e orribili, l’empietà e la turpe libidine dei tiranni che infieriscono senza limiti, bensì le rimanenti cariche della repubblica, alle quali Dio ha concesso la spada, agiscono rettamente quando rimuovono dal governo i Caligola e i Neroni e mostruosità del genere»48.

Melantone difende inoltre nella rubrica Sui magistrati civili dei suoi Luoghi comuni teologici49 la dottrina secondo cui l’ordine politico, che è stato fondato da Dio, non sarebbe stato abrogato dalla predicazione del Vangelo50. In questo luogo come anche in entrambe le sue prefazioni agli scritti di Lutero egli ribadisce anche il principio che tale ordine politico creato da Dio sarebbe basato sull’ordine del diritto naturale51.

«E quando Paolo insegna la dottrina dell’ordine politico nella Lettera ai Romani, 13, testimonia allo stesso tempo che esso è stato istituito da Dio, che lo approva e lo sostiene. [...] Naturalmente, come egli dice [Ad Romanos, 13, 1–7], l’ordine è una serie di persone e di cose corrispondente alla regola divina che riluce anche in noi secondo la legge di natura, come usualmente si definisce. Vi sia dunque un ordine delle persone; il magistrato comandi; i cittadini obbediscano ciascuno al proprio posto; vi sia un ordine certo tra il marito e la moglie, tra il padre e i figli; vi sia un ordine nei verdetti. Le leggi prescrivano e sanciscano l’ordine dei doveri e dei contratti, mostrino l’ordine del genere umano nei confronti di Dio, proibiscano gli amori incerti, che sono contrari all’ordine divino istituito nella natura umana, comandino l’uguaglianza nei contratti. Il compratore paghi in ragione di quanto riceve. Il concittadino non danneggi il concittadino, ma tutti sappiano che sono legati l’uno all’altro in vista della mutua difesa e dal prosperità comune, che consiste nell’uguale compensazione delle volontà, dei doveri e dei beni. Ma se qualcuno violerà quest’ordine, venga perciò punito. Le bestie non hanno conoscenza dell’ordine, mentre nell’uomo è stata impressa la cognizione dell’ordine, alla quale, se la natura degli uomini non fosse stata corrotta dal peccato, sarebbe congiunto anche un amore vero, intimo e ardente di conservare l’ordine verso Dio e gli uomini. Ora invero gli uomini cadono facilmente nella colpa contro l’ordine di natura, ma, chi più chi meno, amano tuttavia l’ordine»52.

All’interno di questo quadro Melantone poté precisare ulteriormente anche l’idea della legittima difesa, come effettivamente fece nel luogo Sulla vendetta nell’edizione del 1543, dove definì la natura e i limiti di questo concetto per potere sbarrare la strada alle rivendicazioni degli anabattisti di Münster, i quali, sulla scorta di una lettura letterale del precetto della carità, reclamavano l’abolizione di ogni autorità politica e la fondazione del regno evangelico in terra53. In tale occasione Melantone presentò la legittima difesa esplicitamente come una naturalis notitia aut στοργή e ammise che a essa si può fare ricorso solamente quando si viene minacciati da una qualche violenza cui non si può né sfuggire né porre rimedio, mentre l’autorità pubblica non può soccorrerci in tempo. In tutti gli altri casi si tratta invece di vendetta, che è vietata al suddito perché solo il legittimo magistrato può impartire la giusta punizione. Per proteggere gli innocenti e per castigare i malvagi, Dio ha infatti previsto una pluralità di cariche e di uffici nella società umane: dal padre di famiglia fino all’autorità politica suprema. Nel prosieguo della stessa argomentazione Melantone tocca anche il caso della protezione religiosa e ricorda che ogni principe deve difendere i suoi sudditi dalla violenza illegittima, ma, poiché Dio stesso preserverà la sua chiesa dai nemici54, egli vieta che i ministri del Vangelo prendano le armi e affida la resistenza, che rimane comunque possibile, alle cure dei magistrati supremi o intermedi. Per esemplificare le possibilità e i confini della reazione al tiranno, Melantone ricorda le vicende di Licinio e di Massenzio, entrambi principi scellerati e persecutori dei cristiani, che furono effettivamente sconfitti da Costantino, da un principe pio e prescelto da Dio per salvare la chiesa dei giusti55.

L’argomento dell’ordine politico può perciò essere considerato come uno sviluppo della dottrina della legittima difesa e in parte come una possibile alternativa. Dalla combinazione di rappresentazioni dell’ordine e di limitazione dell’autodifesa individuale si ricava il seguente quadro. Innanzi tutto bisogna ammettere che nella società umana operi un ordine politico universale al quale partecipano sia il signore sia le magistrature inferiori sia i sudditi e che reclama una giusta punizione quando viene violato. Se il reo di un crimine contro questa giustizia divina è il principe, l’esecuzione della punizione, che comunque Dio infligge attraverso le sue imperscrutabili vie già in questa vita, è riservata alle magistrature inferiori, cui Melantone allude sostenendo che in tal caso responsabile è la reliqua politia oppure «ciascuno secondo la propria posizione»56. La questione circa chi sia chiamato a intervenire viene facilmente risolta perché i sudditi57 della città non sono una moltitudine irrelata, ma una realtà originariamente costituita di parti diverse che vengono rappresentate nel loro capo. Ogni ceto, ogni città, ogni corporazione è perciò in grado di agire politicamente ed è in tal senso chiamata a compiere il proprio dovere.

Questa concezione viene sviluppata nel modo più chiaro e più particolareggiato da Justus Menius nella prima edizione della Lezione sulla legittima difesa, e proprio in quei capitoli che nella seconda edizione più pesantemente furono modificati da Melantone. Qui Menius descrive dettagliatamente l’ordine dei tre «governi» o «ceti» o «ordini» e mostra che essi «sono legati e collegati l’uno all’altro»58 e che si completano a vicenda59. Tutti insieme formano l’ordine che Dio ha dato alla vita umana e attraverso il quale egli governa il mondo60. Poiché dunque l’ordine divino si manifesta in questa collaborazione dei tre ceti e poiché Dio li mantiene e sostiene direttamente, i sudditi non devono in alcun modo prestare obbedienza all’autorità tirannica giacché in tal caso essi verrebbero meno ai comandi divini.

«A sua volta la repubblica con il suo governo serve sia la famiglia sia la chiesa perché difende e protegge entrambe e conserva la giustizia e la pace. [...] Essa provveda affinché le false dottrine e la blasfemia contro Dio, i distruttori e traviatori dell’insegnamento divino siano combattuti e affinché la chiesa sia protetta e posta al riparo da ogni tirannide e persecuzione eccetera. Inoltre, nei tre stati non si viva, si governi e si operi in altro modo che secondo l’ordine e il volere di Dio, per l’onore di Dio e il bene degli uomini. I magistrati superiori e le guide spirituali non comandino, insegnino e governino né i sudditi ubbidiscano diversamente da quanto prescrive l’ordine e il volere di Dio, per il suo onore. E nessuna autorità abbia il potere di comandare o di insegnare alcunché contro la parola, l’ordine e il volere di Dio, né suddito alcuno sia tenuto a obbedire a siffatti ordini o dottrine frutto dell’empietà»61.

Menius porta quest’argomentazione fino alle sue estreme conseguenze. Se infatti l’autorità politica proviene dal dominio paterno, sia l’una sia l’altro devono sottostare alle stesse condizioni, e ciò che vale per quella deve essere vero anche per questo. Perciò, istituendo un confronto destinato a ricomparire regolarmente nella letteratura dei monarcomachi fino al diciassettesimo secolo62, Menius conclude che, come dunque il suddito deve rifiutarsi di obbedire al signore tirannico, così anche il figlio deve resistere al padre se costui si comporta empiamente63.

La seconda edizione dello stesso scritto, che fu oggetto delle cure di Melantone, espone nel capitolo Del governo mondano un’articolata dottrina degli obblighi propri dell’autorità politica, che muove dal principio secondo cui «anche questo governo esterno dei corpi, nasce dal comando e dall’ordine di Dio [...]. E perciò tutto ciò che in esso ha luogo, accade con l’aiuto di Dio»64. Melantone perviene quindi alla conclusione secondo cui «ciascuno secondo la propria posizione nella società» deve «punire» l’empietà del principe tirannico e sacrilego65.

Nello stesso senso si esprime anche Georg Maior nello scritto anonimo Dichiarazione dell’eterna e onnipotente maestà divina, nel quale egli conferma che l’ordine politico è voluto da Dio ed è basato direttamente sul diritto naturale e sulle idee innate, principio da cui necessariamente si ricava che il suddito deve sottomettersi anche ai comandi di un signore pagano, almeno finché essi non contravvengono ai principi della religione cristiana.

«Perciò il nostro [parla Dio] ordine divino vuole che un’autorità conduca e amministri il suo governo secondo l’ordine del diritto naturale e secondo la luce e il sapere della ragione umana, che noi abbiamo dato e iscritto nella natura umana affinché essa possa stabilire e giudicare correttamente il giusto e l’ingiusto, il bene e il male. Quando dunque l’autorità governa secondo le norme e la luce del diritto naturale e sostiene e protegge il bene, mentre punisce e combatte il male, anche se dovesse essere un’autorità pagana, bisogna prestarle obbedienza e non resisterle. Ma se essa comanda qualcosa contro il nostro ordine e comando, allora bisogna obbedire a Dio, al creatore di tutte le creature, più che agli uomini [Atti, 5, 29]»66.

Nel quadro della ragione naturale l’autorità politica è stata infatti introdotta allo scopo di punire i malvagi e di difendere la parola di Dio67. Quando tuttavia essa trascura i comandamenti divini e perseguita la chiesa di Dio, come faceva appunto l’imperatore Carlo V, allora essa si trasforma in un ordinamento del demonio, e chi resiste a tale autorità non si oppone all’ordine di Dio, ma alla tirannide del male.

«Infatti l’autorità che da noi, Dio, è stata ordinata deve punire i malvagi e proteggere e onorare il bene, come sopra abbiamo mostrato. L’autorità dunque che protegge e onora il male, mentre punisce e perseguita il bene, quest’autorità capovolge il nostro ordinamento e non proviene da Dio, perché Dio non ama il peccato e l’empietà, bensì dal demonio perché tale non è l’ordine di Dio, ma del demonio […]. E chi resiste a tale autorità, che distrugge la vera dottrina divina, il vero culto di Dio, la purezza dei costumi e l’onore, la pace e la concordia, e perseguita i pii, mentre al contrario protegge e difende l’idolatria, l’adulterio, la lascivia, la sodomia, il furto, la rapina e i malvagi, costui non si oppone all’ordinamento di Dio, ma a quello del demonio, che tutti gli uomini e tutte le creature della terra devono avversare come un nemico e distruggere con tutte le loro forze e che sono tenuti e obbligati a combattere, perché intende rovesciare l’ordine di Dio e al suo posto erigere il furore rabbioso del demonio»68.

La medesima argomentazione di Menius e di Maior viene ripresa anche nella famosa Confessione di Magdeburgo del 1550 e costituisce il nucleo teorico della dottrina della resistenza lì proposta. Nel settimo capitolo della prima parte l’anonimo autore, che certo altri non poteva essere che Niclas Amsdorff o Nikolaus Gallus69, ripete infatti tutti i punti essenziali della Lezione sulla legittima difesa di Menius e Melantone. La Confessione erige a propri principi le tesi della Lettera ai Romani, cap. 13: «Non c’è autorità che non provenga da Dio» e «Chi si oppone all’autorità si oppone all’ordine stabilito da Dio», e da tali premesse conclude che la chiesa, la famiglia e la repubblica sono «ordinamenti di Dio», tanto che le differenze che in esse si manifestano corrispondono alla volontà divina e devono essere rispettate in modo puntiglioso. In tal senso Dio ha infatti provvisto l’autorità con la necessaria forza affinché le sia possibile raffrenare e punire i malvagi. Famiglia, chiesa e autorità politica si completano a vicenda e solo dalla loro armonica cooperazione o comunicazione si danno le condizione per una vita buona su questa terra e per la salvezza dell’anima in quella a venire70. Tuttavia se i genitori, il padre di famiglia o il principe vogliono allontanare i loro figli, i famigliari o i sudditi dalla vera fede e dalla vita onesta, in questo caso essi trasformano l’ordinamento di Dio in un ordinamento del diavolo; essi perdono così ogni diritto ad esercitare la loro carica e chi è loro soggetto non è più tenuto all’ubbidienza, bensì ciascuno può e deve combatterli secondo quando prevedono ceto e professione.

«Come dunque i sudditi devono obbedienza alla loro autorità, i figli e la servitù ai genitori e al padrone, e devono prestarla per volere divino, allo stesso modo, quando l’autorità e i genitori vogliono allontanare i loro dal vero timore e onore divino, allora, secondo la parola di Dio, non si deve loro nessuna obbedienza. Quando poi essi intendono sradicare la religione e i buoni costumi e perseguitano il vero culto e onore, allora essi si privano da soli della loro carica, e non possono più essere considerati autorità o genitori allo stesso modo, né davanti a Dio né davanti alla coscienza dei loro sudditi. E da ordine di Dio che71 ordinamento ciascuno può e deve resistere secondo la propria professione e in buona coscienza»72.

La seconda parte della Confessione sviluppa approfonditamente l’idea secondo la quale il diritto alla resistenza sarebbe fondato sulla presenza dell’ordine divino nella società umana, e distingue quattro gradi diversi di violenza illegittima, dall’errore veniale commesso da un’autorità giusta fino alla degenerazione del più iniquo tiranno, situazioni alle quali si deve naturalmente reagire in modo diverso, con pazienza comprensiva o con una lotta senza quartiere73.

4. Il dibattito tedesco e la tradizione europea

Le indagini sulla Confessione di Magdeburgo hanno sottolineato l’importanza di questo scritto per la successiva letteratura dei monarcomachi e hanno notato come la dottrina della resistenza elaborata dai pastori di Magdeburgo sia stata trapiantata a Ginevra e in Inghilterra e abbia quindi offerto il fondamento alle grandi opere monarcomache degli anni settanta74. Se tuttavia osserviamo questa evoluzione non con gli occhi dei teologi e dal punto prospettico del tredicesimo capitolo della Lettera ai Romani, bensì consideriamo anche la dottrina del diritto naturale, allora perveniamo a un quadro assai diverso. I primi argomenti per la giustificazione della resistenza dei ceti protestanti contro l’imperatore sono infatti entrambi legati al diritto di natura e delle genti. L’idea della legittima difesa venne presa a prestito dal diritto delle genti di tradizione romanistica; l’idea dell’ordine divino, che deriva in linea diretta dall’apostolo Paolo, risale in effetti al diritto naturale di origine stoica, che, attraverso la mediazione di Cicerone e di Agostino, era stato integrato e sviluppato nella filosofia e nella teologia medievali. In tal senso gli argomenti in difesa della resistenza non sono prodotto di una evoluzione culturale particolare, di un Sonderweg tedesco, ma partecipano a un comune patrimonio intellettuale europeo. Sebbene Melantone ricavi il suo diritto di natura partendo dal principio volontaristico, i risultati a cui egli perviene non si differenziano sostanzialmente dalle dottrine dei commentatori tardo scolastici come Francisco de Vitoria o Domingo de Soto, che in quello stesso torno di tempo elaborano il diritto naturale dal principio opposto della lex aeterna ovvero dalla ragione divina75. Sia Melantone sia la scuola di Salamanca giungono infatti a concludere che la società umana è governata da un ordine divino il quale si manifesta nelle norme del diritto naturale e che deve essere ripristinato quando viene corrotto o sovvertito dall’empietà di un tiranno76. Si può dunque considerare questa convinzione come un terreno comune a tutti i fronti religiosi, dal quale sono sorte le diverse dottrine della resistenza della prima modernità. All’ipotesi secondo cui una dottrina esclusiva del diritto naturale sarebbe migrata come un bene intellettuale circoscritto o come una scintilla da una confessione all’altra – dapprima sarebbe stata inventata dai luterani di Wittenberg e di Magdeburgo, quindi sarebbe stata ulteriormente sviluppata dai calvinisti, finché anche i cattolici se ne sarebbero impadroniti –, a questa ricostruzione si può contrapporre un’idea diversa: che tutte le confessioni condividono alcuni principi fondamentali dai quali si può dedurre la medesima dottrina della resistenza. Le dottrine del diritto naturale di Melantone e di Soto sono perciò tentativi paralleli che portano alle stesse conclusioni. Perciò fu una scelta coerente quella fatta da scrittori successivi come Johannes Althusius allorché utilizzarono senza distinzione l’una o l’altra tradizione. Gli stessi argomenti potevano essere utilizzati da tutti gli orientamenti perché essi corrispondevano a strutture profonde del pensiero giuridico, politico, e forse anche teologico, comuni a tutte le confessioni. Alla fine non troviamo dunque argomenti specifici della resistenza luterana, calvinista o cattolica. Quello che invece troviamo è una generale e comune domanda, quella di chi si interroga e chiede ordine (divino), giustizia (naturale), difesa contro la violenza ingiusta: una domanda condivisa da tutti gli i partiti coinvolti nella lotta confessionale.

Recibido el 20 de noviembre de 2014 y aceptado el 15 de febrero de 2015.

* Ordinario di storia delle dottrine politiche. Università degli Studi di Padova.

1 Cfr. Simon Ißleib, «Interim», in Realencyklopädie für protestantische Theologie und Kirche, cur. Albert Hauck, Leipzig, J. C. Hinrichs’sche Buchhandlung, 1901, Bd. 9, p. 210–213; Emanuel Hirsch, «Melanchthon und das Interim», in Archiv für Reformationsgeschichte, XVII (1920), p. 62–66; Franz Lau, «Interim», in Kurt Galling (cur.), Die Religion in Geschichte und Gegenwart. Handwörterbuch für Theologie und Religionswissenschaft, 3. ed., Tübingen, J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), 1986, Bd. 3, col. 791–792; Joachim Mehlhausen, «Interim», in Theologische Realenzyklopädie, Berlin, Walter de Gruyter, 1984, Bd. 16, p. 230–237.

2 Molti di questi scritti furono riuniti e ripubblicati nelle due monumentali raccolte di Friedrich Hortleder dove vennero anche disposti in modo tale da evocare un vago disegno sistematico. Cfr. Friedrich Hortleder (cur.), Der Römischen Keyser- und königlichen Maiesteten/ [...] Handlungen und Außschreiben/ [...] Von den Ursachen deß Teutschen Kriegs Käiser Carls deß V. wider die Schmalkaldische BundsOberste/ Chur- und Fürsten/ Sachsen und Hessen und Jhrer Chur- und F. G. G. Mitverwandte/ Anno 1546. und 47. [...]. Zum andern mal an Tag gegeben Durch Herrn Friedrich Hortledern [...], Gota, In Verlegung Wolffgangs Endters, 1645, Buch 1–8, e Friedrich Hortleder (cur.), Der Römischen Keyser- und königlichen Maiesteten/ [...] Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs Keyser Carls deß Fünfften/ wider die Schmalkaldische Bundsoberste/ Chur- und Fürsten/ Sachsen und Hessen und J. Chur- und Fürstl. G. G. Mitverwandte/ Vom Jahr 1546. biß auff das Jahr 1558. Ordentlich zusammen gebracht/ an vielen Orten bewärt und erklärt/ [...] und zum andern Mal an Tag gegeben Durch Herrn Friedrich Hortledern [...], Gota, In Verlegung Wolffgangs Endters, 1645, (1. ed. Frankfurt, 1617), Buch 1–6. Su questa letteratura cfr. Robert von Friedeburg, Widerstandsrecht und Konfessionskonflikt. Notwehr und Gemeiner Mann im deutsch-britischen Vergleich 1530–1669, Berlin, Duncker und Humblot, 1999, p. 51–70 e Gabriele Haug-Moritz, «Widerstand als ‹Gegenwehr›. Die schmalkaldische Konzeption der ‹Gegenwehr› und der ‹gegenwehrliche Krieg› des Jahres 1542», in Robert von Friedeburg (cur.), Widerstandsrecht in der frühen Neuzeit. Erträge und Perspektiven der Forschung im deutsch-britischen Vergleich, Berlin, Duncker und Humblot, 2001, p. 141–161. Tra le prime presentazioni merita di essere segnalato anche Ludwig Cardauns, Die Lehre vom Widerstandsrecht des Volks gegen die rechtmäßige Obrigkeit im Luthertum und im Calvinismus des 16. Jahrhunderts, Bonn, 1903, rist. Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1973, p. 1–19.

3 Sulla Confessione di Magdeburgo cfr. sotto no. 70.

4 Cfr. Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), Buch 2, Kap. 1–34, p. 61–223. Cfr. anche Heinz Scheible (cur.), Das Widerstandsrecht als Problem der deutschen Protestanten. 1523–1546, Gütersloh, Gerd Mohn, 1969; Oskar Waldeck, «Die Publizistik des Schmalkaldischen Krieges I.», in Archiv für Reformationsgeschichte, VII (1909–1910), p. 1–55; Hella Mandt, «Tyrannis, Despotie», in Otto Brunner, Werner Conze e Reinhart Koselleck (cur.), Geschichtliche Grundbegriffe. Historisches Lexikon zur politisch-sozialen Sprache in Deutschland, Stuttgart, Klett-Cotta, Bd. 6, 1990, p. 665–670; Merio Scattola, «Il concetto di tirannide nel pensiero politico dell’età moderna», in Filosofia politica, X (1996), p. 391–420.

5 Philipp Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Martin Luther, Warnunge D. Martini Luther, an seine lieben Deudschen/ vor etlichen Jaren geschrieben auff diesen fall/ so die feinde Christlicher Warheit diese Kirchen und Land/ darinne reine Lere des Euangelij geprediget wird/ mit Krieg uberziehen und zerstören wolten. Mit einer Vorrede Philippi Melanthon, Witteberg, Gedruckt durch Hans Lufft, 1546, fo. a2r–c3v. Altre ristampe della stessa opera sono: Philipp Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Martin Luther, Warnunge Doct. Martini Luther/ an seine lieben Teütschen/ vor ettlichen Jaren geschriben auff disen fall/ so die Feynde Christlicher warhait dise Kirchen unnd Land/ darinne rayne Leer deß Evangelij geprediget wirt/ mit Krieg uberziehen/ unnd zerstören wolten. Mit ainer Vorrede Philippi Melanthon., Wittemberg, [Otmar], 1546, fo. A2r–B2v; Philipp Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Martin Luther, Warnunge Doct. Martini Luther/ an seine liebe Deutschen/ vor ettlichen Jaren geschriben auff disen fall/ so die feynde Christlicher warheit dise Kirchen unnd Land/ darinne reyne lehr des Evangelij geprediget wirt/ mit Krieg uberziehen/ und zerstören wolten. Mit einer Vorrede Philippi Melanthon., Witteberg, [s. e.], 1546, fo. A2r–B2v. Cfr. anche Philipp Melanchthon, Philippi Melanchthonis Vorrede/ vor die Warnunge D. Martini Lutheri an seine liebe Teutschen/ vor etlichen Jahren geschrieben/ auff diesen Fall/ so die Feinde Christlicher Warheit diese Kirchen unnd Landt/ darinne reine Lehre deß Evangelij geprediget wird/ mit Krieg uberziehen unnd zerstören wolten, Wittemberg, Getruckt durch Hans Lufft, 1546, in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 24, p. 136–139.

6 Philipp Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthonis», in Martin Luther, Erklerung D. Mart. Lutheri von der frage/ die Notwehr belangend. Mit Vorreden Philippi Melanthonis und Doct. Johan. Bugenhagen Pomers/ Pastors der Kirchen zu Wittemberg, Wittemberg, Gedruckt durch Hans Lufft, 1547, fo. *1–**3; anche in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 28, p. 145–147.

7 Di questo libro si conoscono due edizioni diverse che divergono particolarmente nel testo del primo capitolo: Justus Menius, Von der Notwehr unterricht/ Nützlich zu lesen, Wittemberg, Veit Creutzer, 1547, 1. ed., fo. B1r: «Was der Bapst zu Rom» e Justus Menius, Von der Notwehr unterricht/ Nützlich zu lesen, Wittemberg, Veit Creutzer, 1547, 2. ed., fo. B1r: «Der allmechtig Gott», ristampato anche in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 29, p. 152–171. Sull’autore di questo scritto cfr. Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 29, p. 152, no. a; Luther D. Peterson, «Melanchton on Resisting the Emperor: The Von der Notwehr Unterricht of 1547», in Jerome Friedman (cur.), Regnum, Religio et Ratio. Essays Presented to Robert MacCune Kingdon, Kirksville, Missouri, Sixteenth Century Journal Publishers, 1987, p. 133–144; Luther D. Peterson, «Justus Menius, Philipp Melanchthon, and the 1547 Treatise, Von der Notwehr Unterricht», in Archiv für Reformationsgeschichte, LXXXI (1990), p. 138–157.

8 Basilius Monner, [Quod defensio sit ex lege naturali.] Von der Defension und Gegenwehre/ ob man sich wieder der Obrigkeit Tyrannei und unrechte Gewalt wehren/ und Gewalt mit Gewalt (Jure) vertreiben möge [...], [s. l.], [s. e.], 1632, (1. ed. 1546); anche in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 30, p. 171–193.

9 [Georg Maior], Ewiger: Göttlicher/ Allmechtiger Maiestat Declaration/ Wider Kaiser Carl/ König zu Hispanien etc. Und Bapst Paulum den dritten [...], [Wittenberg], [Klug], [prima del 29 settembre 1546]. Una diversa ristampa con un’ortografia più arcaica è [Georg Maior], Ewiger/ Göttlicher/ Allmechtiger Maiestat Declaration/ Wider Kayser Carl/ Künig zu Hispanien etc. Und Bapst Paulum den dritten [...], [Wittenberg?], [s. e.], [1546]. Su autore, luogo e anno di pubblicazione di questo scritto cfr. [Maior, Georg], Ewiger/ Göttlicher Allmächtiger Majestat/ Declaration. Wider Keyser Carl/ König zu Hispanien etc. Und Bapst Paulum den Dritten. [...], in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 23[b], p. 122–136, qui p. 122–123.

10 Alcuni scritti di Johann Bugenhagen e Andreas Osiander, che vennero composti in quello stesso contesto, hanno piuttosto carattere consolatorio e rassicurano i fedeli sul fatto che Dio alla fine salverà i giusti. Cfr. Johann Bugenhagen, Ein Schrifft D. Johann Bugenhagen Pomerani/ Pastoris der Kirchen zu Witteberg/ an andere Pastore und Predigern/ Von der yetzigen Kriegszrüstung, Witteberg, [s. e.], 1546, fo. A3v: «Und ob wir gleich auch etwas leyden müssen/ so wirdt dannocht Got unser angst/ unnd unser straff lindern/ und uns bald erretten/ aber die Abgöttischen feind/ wirt er in disem leben/ und hernach ewiklich straffen»; Johann Bugenhagen, [«Vorrede»], in Luther, Erklerung, (v. no. 6), fo. **4r–A4v. Cfr. anche Andreas Osiander, Ain Trostschrifft wider die Gottlosen verfolger des worts Gottes/ auß den Ersten dreyen bitten des hailigen Vater unsers gezogen. An den Durchleüchtigen/ Hochgebornen Fürsten und Herren/ Herrn Johansen Ernst/ Hertzogen zů Sachsen/ Landgraffen in Düringen/ unnd Marggraffen zů Meissen etc., Augspurg, Getruckt durch Valentin Othmar, 1546, fo. A1–G4.

11 Sul concetto, medievale e giuridico, di «Gegenwehr», che, assieme a «Notwehr» esprime l’idea della legittima difesa, cfr. Diethelm Böttcher, Ungehorsam oder Widerstand? Zum Fortleben des mittelalterlichen Widerstandsrechtes in der Reformationszeit (1529–1530), Berlin, Duncker und Humblot, 1991, p. 31–39; Haug-Moritz, «Widerstand als ‹Gegenwehr›», (v. no. 2), p. 144–152.

12 Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Luther, Warnunge, (v. no. 5), fo. c1r–v: «Und das dagegen etliche sagen/ die Gegenwehre sey unrecht wider Oberkeit. Wiewol man on Sophistrey antworten möge/ Bapst/ Pfaffen/ und Münche sind fürnemlich anfaher und fürer dieses Kriegs/ wie man weis/ das der Bapst Volck und Gelt in Deudschland geordnet/ so ist doch dieses auch gewislich war/ Die Regiment sind ein ordenlich ding/ darin der Oberkeit gleich so wol als den unterthan ziel gesteckt ist/ und ist natürliche gegenwehre ein recht werck/ das Gott in die Natur gepflantzt hat/ Und sind seer weit zu unterscheiden/ Gegenwehr/ und Uffrur/ So ein Mörder auff der Strassen/ oder in deinem Haus/ dich oder dein Weib/ oder Kind/ uberfallen wil/ so ist der schutz und Gegenwehre ein recht Gottgefellig werck/ wenn gleich der Mörder darob [c1v] erstochen wird. Denn das Euangelium/ das von ewiger Gerechtigkeit prediget/ wil in diesem leiblichen leben/ natürlich gesetz und ordenliche Regiment nicht vertilgen/ Sondern wie es Ehestand/ Vater und Mutter fur rechte/ gottgefellige stende hellt/ also wil es auch ordenlichen schutz fur ein recht gottgefellig werck halten/ Und wie weit sich solchs streckt zwischen geordneten grad der hohen und untern Potestat/ das können gelarte und verstendige wol richten [...]. [c2r] Aus diesem allem kan sich ein jeder verstendiger wol erinnern/ was recht ist auch in dem jtzigen fall/ Denn wider diesen teil ist Krieg beschlossen/ one alle billiche vorgehende erkentnis/ und ist öffentliche violentia/ Ehezerreissung/ uffrichtung öffentlicher abgötterey/ Und ist wol zu achten/ so die Hispanier und Italianer/ und vielleicht auch Türcken in die Deudschen Stedte komen würden.» Melantone aveva già utilizzato questa argomentazione nella sua Philosophiae moralis epitome del 1538. Cfr. Philipp Melanchthon, Philosophiae moralis epitomes libri duo, 1540–1546, in Melanchthon, Opera quae supersunt omnia. Volumen XVI. Scripta Philippi Melanthonis ad ethicen et politicen spectantia et dissertationes iis annexae, cur. Karl Gottlieb Bretschneider e Heinrich Ernst Bindseil, Halis Saxonum, Apud C. A. Schwetschke et filium, 1850, (= Corpus Reformatorum, Bd. 16), Licetne privatis interficere tyrannos?, col. 105–106. Sulla fondazione giusnaturalistica del diritto di resistenza in altre opere di Melantone cfr. Gottfried Weber, Grundlagen und Normen politischer Ethik bei Melanchthon, München, Chr. Kaiser Verlag, 1962, p. 33–41;Maria Antonietta Falchi Pellegrini, «Tirannide e ordinazione divina nei Commentari di Melantone a Paolo (Romani, 13)», in Silvia Rota Ghibaudi e Franco Barcia (cur.), Studi politici in onore di Luigi Firpo. Volume primo: Ricerche sui secoli XIV–XVI, Milano, Franco Angeli, 1990, p. 401–430, qui p. 421–422; Mario Turchetti, Tyrannie et tyrannicide de l’Antiquité à nos jours, Paris, Presses Universitaires de France, 2001, p. 384–393.

13 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. F3v–4r: «Und bleibet in Summa die Regel wahrhafftig/ [fo. 4r] gewis und bestendig/ das das Euangelium natürliche Recht und Politicas ordinationes natürlichen Rechten gemeß nicht tilget oder verbeut/ sondern wil viel mehr/ das wir in solchen wercken glauben/ und gehorsam gegen Gott/ und gerechtigkeit gegen Obern/ gleichen und Unterthan uben.» = Menius, Von der Notwehr unterricht, 2. ed.: «Der allmechtig Gott», (v. no. 7), fo. B1v.

14 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. F2v–3r: «Und ist allen Menschen/ gleichen und Unterthanen natürlich Recht vorbehalten/ welches auch ein Göttlich Recht ist/ nemlich ein liecht/ das Gott selbs in menschliche vernunfft gepflantzet/ nemlich in der not/ so einem offentliche grausamkeit/ atrox iniuria zugefüget wird/ und jm von der Oberkeit nicht geholffen wirt/ das jm als denn von Gott erleubet ist/ sich selbs mit seiner Hand zu redten/ und zu schützen/ ja es sind viel felle/ da solchs nicht allein erleubet/ sondern auch geboten ist/ als das ein Man sein Weib/ ein Vater seine Kinder/ ein herrschafft seine Unterthanen schütze» = Menius, Von der Notwehr unterricht, 2. ed.: «Der allmechtig Gott», (v. no. 7), fo. b1r–v. Cfr. anche 1. ed., fo. G1v: «Denn Gott hat dieses liecht in menschliche natur gepflantzet/ wie man sich ordenlich schützen sol/ mit hülffe der Oberkeit/ oder alleine/ so die selbige nicht helffen/ oder uns selb ermorden wil/ Und hat dazu dem manlichen hertzen/ mut und freydikeit gegeben/ welche für gerechtigkeit streiten sol/ wie die lere sagt de fortitudine. Fortitudo est virtus propugnatrix iusticiae» = 2. ed., fo. D3v; 1. ed., fo. G2v: «Und das solche defension Gott gefellig sey/ das beweisen diese Sprüche/ Das natürlich Gesetz ein liecht ist/ das Gott selbs in die natur gepflantzet hat. Item/ das d. Paulus spricht/ Das Gesetz ist gut/ dem er es recht brauchet [1. Ad Timotheum, 1, 8]» = 2. ed., fo. c1r.

15 Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthonis», in Luther, Erklerung, (v. no. 6), fo. *3v: «Solche Exempel zeigen an/ das menschliche vernunfft aus natürlichem liecht/ das Gottes geschepff ist/ richtet/ das die Notwehre ein recht ordenlich werk sey/ Und ist solchs scheinbarlich zu sehen in allen Müttern/ die zu rettung der Kinder/ leib und leben wagen. [...] Darumb ist nicht zweivel/ die Notwehr/ nach eins jeden stand/ ist ein recht werck/ und in den Gleubigen/ Gottgefellig. Denn das Evangelium gibet zu/ in diesem bürgerlichem leben/ natürlich recht und ander gesetz/ die dem natürlichen rechten gemeß sind zu brauchen/ Wie d. Paulus spricht/ das Gesetz ist gut/ dem der es recht brauchet [1. Ad Timotheum, 1, 8]/ etc. Und davon ist in andern schrifften/ und newlich in des wirdigen Herrn Justi Menij Buch/ nottürfftiglich geredt.»

16 Cfr. per esempio i consilia raccolti in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 4–9, p. 66–83. In modo particolare cfr. Martin Luther, Justus Jonas, Martin Bucer e Philipp Melanchthon, Auff zwo Fragen/ Martini Lutheri, Justi Jonae, Martini Buceri, und Philippi Melanchthonis. Antwort: I. Die Unter=Obrigkeit sey schuldig/ jhre Unterthanen vor unrechter Verfolgung zu schützen/ wider männiglich/ ohn Unterscheid. II. Nach publicirter Acht/ mög man/ da es nützlich unnd unvermeidlich/ dem Feind mit der Gegenwehr wohl zuvorkommen. Anno 1539., in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 3), II, 17, p. 96–97, qui p. 96: «Unnd wie das Evangelium der Obrigkeit Ampt bestättigt/ also bestättigen es auch natürliche und gesetzte Rechte/ wie anche Paulus spricht: Lex est iniustis posita [1. Ad Timotheum, 1, 9]. Und ist nicht Zweifel/ ein jeder Vater ist schuldig/ nach seinem Vermögen/ Weib unnd Kinder wider offentlichen Mord zu schützen/ und ist kein Unterscheid zwischen einem PrivatMörder und Keyser/ so er ausser seinem Ampt unrechten Gewalt/ und besonder offentlichen oder notorie unrechten Gewalt/ fürnimbt. Dann offentliche violentia hebt auff alle Pflich tzwischen den Unterthanen/ und Oberherrn/ iure naturae.» Sui pareri composti prima della Confessione di Augusta cfr. Maria Antonietta Falchi Pellegrini, Il problema delle resistenza nel pensiero dei Riformatori tedeschi. I: 1519–1529, Genova, Ecig, 1986, p. 41–60.

17 Martin Luther, Etliche Schluß=Reden D. Martini Lutheri in offentlicher Disputation verthädigt/ Anno 1539. Daß man dem Papst und seinem Schutz=Herrn/ wider unrechten Gewalt und Krieg Widerstand thun soll, in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 2), II, 18, p. 97–99, qui p. 99: «Der Papst ist ein solch ungehewer Thier/ das weder ein Obrigkeit noch ein Tyrann ist. Eine Gottslästerung ists/ da er saget: er sey Herr uber alle Herren. Dann ein Tyrann ist doch das mehrer Theil den Gesetzen unterworffen. Aber der Papst ist der Teuffel/ dann er wil/ daß man ausser und wider die Gesetze/ seine offentliche Gottes Lästerung anbeten sol [...]. Als gleich wie Christus leiblicher Gott ist/ also ist der Papst ein leibhafftiger Teuffel. Man muß viel anders vom Papst gedencken/ dann von Tyrannen/ dann er greifft fürnemlich an die Seelen der gantzen Welt/ wie der Türck den Leib. Dann es sind zwo Bestien in den letzten Zeiten/ darauff der jüngste Tag folgen wird. Dis ist ein gut Gleichnüß: Gleich wie wir alle schuldig sind zu einem gemeinen Brande zulauffen/ und zu wehren/ Also sind wir auch allzumal schuldig/ wider den Beerwolff zu streiten/ dann die Gegenwehr ist natürlich. Wann der Keyser nicht weiß/ welches die Kirche ist/ so ist er noch zu leiden. Aber wann er den BeerWolff schützen wil/ so ist es nicht zu leiden/ sondern man sol ihm widerstehen.» Cfr. Martin Luther, Die Zirkulardisputation über das Recht des Widerstandes gegen den Kaiser. (Matth. 19, 21). 9. Mai 1539, in Luther, Werke. Kritische Gesamtausgabe, Weimar, Böhlau, 1932, Bd. 39, Abt. 2, p. 34–91, soprattutto p. 39–44, dove sono riportate le sole tesi. Sul problema della tirannide in Lutero cfr. Johannes Heckel, «Widerstand gegen die Obrigkeit? Pflicht und Recht zum Widerstand bei Martin Luther», 1954, in Arthur Kaufmann (cur.), Widerstandsrecht, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1972, p. 114–134; Eivind Berggrav, «Wenn der Kutscher trunken ist. Luther über die Pflicht zum Ungehorsam gegenüber der Obrigkeit», 1946, in Kaufmann (cur.), Widerstandsrecht, (v. no. 17), p. 135–151; Mandt, «Tyrannis, Despotie», (v. no. 4), p. 662–668; Turchetti, Tyrannie et tyrannicide, (v. no. 12), p. 375–384.

18 Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Luther, Warnunge, (v. no. 5), fo. c1r; Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. F3v–4r; Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthonis», in Luther, Erklerung, (v. no. 6), fo. *3v.

19 Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Luther, Warnunge, (v. no. 5), fo. a2v: «Dieses alles ist bey allen Menschen/ so nicht rohe Gottlose Leute sind/ sondern haben ein füncklin Christlichs verstands und glaubens bekand/ Nemlich/ das ein Mensch nicht wie ein Bestia leben sol/ allein sein eigen sanfft leben süchen/ Sondern dienen zu Gottes erkentnis/ und zu erhaltung der warhafftigen Kirchen» e fo. c1v, citato sopra no. 12.

20Digestum, I, 1, 1, 4–I, 1, 3 (Ulpianus e Florentinus).

21 Cicero, Topica, 23, 90; Digestum, XLIII, 16, 1, 27 (Ulpianus): «Vim vi repellere licere Cassius scribit idque ius natura comparatur: apparet autem, inquit, ex eo arma armis repellere licere»; Digestum, IX, 2, 4, pr. (Gaius).

22 Cfr. Antonio Da Gouvea, Lectionum variarum iuris civilis libri duo, (1. ed. 1552), in Da Gouvea, Opera [...], Lugduni, Ex officina Vincentii, 1599, (1. ed. Lugduni, 1561), I, 20, p. 804; Pierre Du Faur de Saint Jorry, Semestrium liber secundus, Lugduni, Franciscus Faber, 1601, II, 2, p. 22; François Connan, Commentariorum iuris civilis libri X. [...], Basileae, Nicolaus Episcopius, 1567, I, 4, 9, p. 19.

23 Jean de Coras, De iuris arte liber [...], in Jean de Coras e Joachim Hopper, Tractatus de iuris arte duorum clarissimorum iurisconsultorum, Ioannis Corasii et Ioachimi Hopperi [...], Coloniae Agrippinae, Ioannes Gymnicus, 1582, II, 8, p. 130–131. Cfr. anche Jakob Cramer, De iustitia et iure, resp. Eucharius Faber, in Cramer, Disceptationes hasce XXVI. iuxta ordinem IV. librorum Institutionum imperialium dispositas […] in illustri Ienensium academia habuit Iacobus Cramerus [...], 3. ed., Ienae, Typis et sumtibus Tobiae Steinmanni, 1611, (1. ed. 1608), par. 10–12.

24 Hugues Doneau, Commentariorum de iure civilis tomus primus [...], in Doneau, Opera omnia, Lucae, Ioannes Riccomini, 1762, I, 7, p. 17; Helfrich Ulrich Hunnius, Variarum resolutionum iuris civilis libri IV. [...], Francofurti ad fluenta Moeni, Porsius, 1616, I, 21, p. 58–61; Christoph Besold, Ad titulum 1. 3. 4. 5. et 6. libri I. Pandectarum commentarii succincti [...], Francofurti, In bibliopolio Johan-Alexandri Cellii, 1620, (1. ed. Tubingae, 1616), lib. 1, tit. 1, lex 3, p. 47–77, qui p. 48–49; Dominicus Arumaeus, Ad praecipuas Pandectarum et Codicis leges disputatio prima [...]. Ad l. 3. ff. De iustitia et iure, resp. Eusebius Menius, in Arumaeus, Disputationes ad praecipuas Pandectarum et Codicis leges, consuetudines feudales, quatuor Institutionum libros [...], Ienae, Iohannes Beithmannus, 1620, par. 1, p. 2.

25 Cfr. Merio Scattola, Das Naturrecht vor dem Naturrecht. Zur Geschichte des ius naturae im 16. Jahrhundert, Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 1999, p. 161–178.

26 Thomas Aquinas, Summa theologiae, in Thomas Aquinas, Opera omnia, cur. Roberto Busa, Stuttgart, fromann-holzboog, 1980, Ia IIae, quaest. 94: De lege naturali, art. 2: Utrum lex naturalis contineat plura praecepta, vel unum tantum, to. 2, p. 479b–c; Domingo de Soto, De iustitia et iure libri decem [...], Salmanticae, Excudebat Andreas a Portonariis, 1556–1557, in Soto, De iustitia et iure libri decem. De la justicia y del derecho en diez libros […], Madrid, Instituto de estudios políticos, 1967–1968, I, 4, 2, p. 31b. Sul tema cfr. Merio Scattola, «Naturrecht als Rechtstheorie: Die Systematisierung der res scholastica in der Naturrechtslehre des Domingo de Soto», in Kurt Seelmann e Frank Grunert (cur.), Die Ordnung der Praxis. Neue Studien zur Spanischen Spätscholastik, Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 2001, p. 21–47, qui p. 40–41.

27 Thomas Aquinas, Summa theologiae, (v. no. 26), Ia IIae, quaest. 94: De lege naturali, art. 6: Utrum lex naturalis possit a corde hominis aboleri, to. 2, p. 480b–c. Cfr. Merio Scattola, «Notitia naturalis de Deo et de morum gubernatione: die Naturrechtslehre Philipp Melanchthons und ihre Wirkung im 16. Jahrhundert», in Barbara Bauer (cur.), Melanchthon und die Marburger Professoren (1527–1627), Marburg, Universitätsbibliothek Marburg, 1999, p. 865–882, qui p. 877–878.

28 Soto, De iustitia et iure libri decem, (v. no. 26), I, 4, 1, p. 29a–b. Cfr. Merio Scattola, «Models in History of Natural Law», in Ius commune. Zeitschrift für Europäische Rechtsgeschichte, XXVIII (2001), p. 91–159, qui p. 104–109.

29 Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Luther, Warnunge, (v. no. 5), fo. c1r–v; Menius, «Von der Notwehr unterricht», 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. D1r–v: «So dienet nu widerumb die Kirche mit jrem Lere und predigampt beide den Eheleuten in der Oeconomia/ und den Regenten in der Politia/ erstlich damit/ das sie aus Gottes wort lert/ und der Leute Gewissen des versichert und gewiß macht/ das solche jre Stende und Orden Gottes ordnung/ und jm anche wolgefellig sein. Zum andern/ das sie leret/ wie man in beiden stenden wandlen/ und sich mit allem thun und lassen darinnen halten sol. Zum dritten/ wes man sich in aller not zu Gott versehen und trösten sol/ Item wie man Gott in allerley not/ fahr und widerwertikeit anruffen/ vertrawen und gewisser hülffe von jm gewarten sol/ und endlich wie durch den glauben an den Son Gottes alle menschen vergebung der sünden/ gerechtigkeit/ ewiges leben und seligkeit erlangen sollen» (fo. D1v) e fo. F3r–v.

30 Philipp Melanchthon, Loci communes rerum theologicarum seu hypotyposes theologicae, Witebergae, 1521, in Melanchthon, Opera quae supersunt omnia. Volumen XXI. Libri Philippi Melanthonis in quibus dogmata doctrinae Christianae exposuit, cur. Karl Gottlieb Bretschneider e Heinrich Ernst Bindseil, Brunsvigae, Apud C. A. Schwetschke, 1854, (= Corpus Reformatorum, Bd. 21), col. 116–124; Philipp Melanchthon, Loci communes theologici recens collecti et recogniti a Philippo Melanthone [...], Vitebergae, Per Iosephum Clug, 1535, in Melanchthon, Opera quae supersunt omnia. Volumen XXI., (v. no. 30), col. 388–406; Philipp Melanchthon, Loci praecipui theologici. Nunc denuo cura et diligentia summa recogniti, multisque in locis copiose illustrati, cum appendice disputationis de coniugio, Lipsiae, Omnia in officina haeredum Valentini Papae elaborata, 1559, (1543–1559), in Melanchthon, Opera quae supersunt omnia. Volumen XXI., (v. no. 30), col. 685–720; Melanchthon, Philosophiae moralis epitomes libri duo, (v. no. 12), col. 21–31 e 70–78; Philipp Melanchthon, Ethicae doctrinae elementorum libri duo, 1550–1560, in Melanchthon, Opera quae supersunt omnia. Volumen XVI., (v. no. 12), col. 226–231; Philipp Melanchthon, Enarrationes aliquot librorum ethicorum Aristotelis, 1560, in Melanchthon, Opera quae supersunt omnia. Volumen XVI., (v. no. 12), V, 2, col. 383–392. Le trasformazioni della dottrina del diritto naturale di Melantone vengono ricostruite da Hermann Pfister, Die Entwicklung der Theologie Melanchthons unter dem Einfluß der Auseinandersetzung mit Schwarmgeistern und Wiedertäufern, Freiburg im Breisgau, Deutsche Pax-Christi-Bewegung, 1968. Cfr. anche Clemens Bauer, «Melanchthons Naturrechtslehre», in Archiv für Reformationsgeschichte, XLII (1951), p. 64–100: «Die Endfassung der Loci communes von 1559 zeigt die Lehre von der lex naturae als organisches Element innerhalb der Gesamt-Theologie. Aus dem ‹Fremdkörper› ist ein Systembestandteil mit sozusagen einem fixierten logischen Standort innerhalb des Ganzen geworden» (p. 64); Günter Frank, Die theologische Philosophie Philipp Melanchthons (1497–1560), Leipzig, Benno, 1995, p. 146 e Scattola, «Notitia naturalis de Deo et de morum gubernatione», (v. no. 27), p. 865–882.

31Confessione di fede di Augusta 1530, in Romeo Fabbri (cur.), Confessioni di fede delle chiese cristiane, Bologna, Edizione Dehoniane, 1996, art. 18: Il libero arbitrio, p. 23: «Sul libero arbitrio insegnano che la volontà umana ha una certa quale libertà nell’attuare la giustizia civile e nello scegliere le cose che dipendono dalla ragione. Ma non ha il potere, senza lo Spirito Santo, di attuare la giustizia di Dio o giustizia spirituale, poiché l’uomo naturale non può percepire le realtà proprie dello Spirito di Dio; è questo invece che si verifica nei cuori quando, mediante la Parola, lo Spirito Santo vi prende dimora.»

32 Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De creatione, col. 367–368: «Illud autem in hoc articulo monere necesse est, quod creatio sic intelligi debeat, quod Deus non discesserit a suo opificio, sicut faber discedit a domo facta aut fabricata nave. Sed Deus perpetuo [col. 368] sustentat et conservat naturas rerum. Hic intellectus creationis est necessarius et proprius piorum. Itaque in articulo de creatione semper intelligatur perpetua conservatio et sustentatio rerum.»

33 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), II. De creatione, col. 637–643, qui col. 638–639: «Haec rerum sustentatio seu conservatio usitata appellatione vocatur actio Dei generalis, quae tamen non ita alligat eum causis secundis, ut nihil faciat aliter, quam ut caussae secundae cient. Sed Deus est liberrimum agens, servat sui operis ordinem, et tamen multa propter homines mitigat» (col. 639). Cfr. anche III. De causa peccati et de contingentia, col. 651.

34 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), VI. De lege divina, col. 685: «Lex Dei est doctrina a Deo tradita, praecipiens, quales nos esse et quae facere oportet, et requirens perfectam obedientiam erga Deum et pronuntians irasci Deum et punire aeterna morte non praestantes perfectam obedientiam.»

35 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De lege naturae, col. 711–712: «Ut lumen oculis divinitus inditum est, ita sunt quaedam notitiae mentibus humanis inditae, quibus agnoscunt et iudicant pleraque. Philosophi hoc lumen vocant notitiam principiorum, vocant koinaèv e\nnoòav et prolhéyeiv. Ac vulgaris divisio nota est, alia esse principia speculabilia, ut notitias numerorum, ordinis, syllogismi, principia Geometrica, Physica. Haec omnes fatentur esse certissima et fontes maximarum utilitatum in vita. Qualis enim esset vita sine numeris, sine ordine? Alia sunt principia practica, ut totum discrimen naturale honestorum et turpium. Item, Deo est obediendum. Ac debebant quidem haec practica principia tam illustria [col. 712] nobis esse et firma, quam sunt notitiae numerorum; tamen quia propter labem originis accessit quaedam caligo et cor habet contrarios impetus discrimini honestorum et turpium, ideo homines non tam constanter assentiuntur his notitiis, Deo obediendum est, Adulterium est vitandum, Honesta pacta sunt servanda: sicut huic notitiae, Bis quatuor sunt octo. Manet notitia Legum, sed assensus est infirmus.»

36 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De lege naturae, col. 712 e 714.

37 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), Divisio legum, col. 687–688.

38 Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De humanis viribus seu de libero arbitrio, col. 375: «Sciendum est igitur de libero arbitrio: non posse homines legi Dei satisfacere. Nam Lex divina requirit non tantum externa facta, sed interiorem mundiciem, timorem, fiduciam, dilectionem Dei summam, denique perfectam obedientiam, et prohibet vitiosos affectus. Constat autem homines hanc perfectam obedientiam in hac corrupta natura non praestare»; Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De lege divina, col. 686–687. Melantone si riferisce a Ad Romanos, 7, 14–23. Prima del peccato originale, nello status integritatis, legge naturale e legge divina erano assolutamente identiche e gli uomini potevano esaudire ai comandi della lex Dei obbedendo ai precetti della lex naturae. Cfr. anche Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De lege naturae, col. 713. Sul quarantennale impegno di Melantone nel commento alla Lettera ai romani cfr. Falchi Pellegrini, «Tirannide e ordinazione divina nei Commentari di Melantone a Paolo» (v. no. 12), p. 401–430.

39 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), IV. De humanis viribus seu de libero arbitrio, col. 653–654: «Primum igitur respondeo: Cum in natura hominis reliquum sit iudicium et delectus quidam rerum, quae sunt subiectae rationi aut sensui, reliquus est etiam delectus externorum operum civilium; Quare voluntas humana potest suis viribus sine renovatione aliquo modo externa Legis opera facere. Haec est libertas voluntatis, quam Philosophi recte tribuunt homini. Nam et Paulus [Ad Titum, 3, 5?] discernens iustitiam carnis a spirituali, fatetur non renatos habere delectum aliquem et facere aliqua externa Legis opera, manus a caede, a furto, a raptu continere, et hanc vocat iustitiam carnis.»

40 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), Divisio legum, col. 688: «Sed est alius gradus legum, quae vocantur Morales, quae sunt aeterna Dei sententia et regula nec mutantur temporibus. Semper ab aeterno voluit Deus hanc propositionem: Creatura diligat et timeat Deum, Creatura rationalis sit casta. Sunt autem leges morales, quae praecipiunt de agnitione Dei in mente et de obedientia cordis erga Deum et de virtutibus erga homines, ut de iustitia, castitate, veritate, temperantia [...]. Hae cum sint aeternae regulae mentis divinae, semper sonuerunt in Ecclesia, etiam ante Moysen, et semper mansurae sunt, et ad omnes gentes pertinent. Multa sunt autem naturalia in forensibus et ceremoniis, quae etiam sunt perpetua, ut Lex, quae prohibet incestas consuetudines, Levit. 18. [vss. 6 sqq.].»

41 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 991–993: «Sciamus ergo voce Dei institutum esse hunc ordinem et comprobatum et vere ab eo iuvari. [...] Ordo est, inquit [scil. Paulus, Ad Romanos, 13, 1–7], videlicet series personarum et rerum, congruens ad regulam mentis divinae lucentem et in nobis iuxta Legem naturae, ut usitate vocamus. [...]. Deinde normam ordinis esse sciant [scil. studiosi] aeternam Legem in mente divina, de qua hic dicit: Magistratus honore afficiat bona opera et puniat mala. Certissimum est autem ordinem congruentem cum mente divina rem bonam et Deo placentem esse.» Cfr. anche Philipp Melanchthon, Definitiones multarum appellationum, quarum in ecclesia usus est, traditae a Philippo Melanthone Torgae et Witebergae, anno 1552 et 1553, in Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), Appendix II, voc. Lex Dei, col. 1077: «LEX DEI, quae nominatur Lex moralis, est sapientia aeterna et immota in Deo, et norma iustitiae in voluntate Dei, discernens bona et mala, quae est patefacta rationali creaturae in creatione, et postea saepe repetita et sancita voce divina in Ecclesia, ostendens quod sit Deus, et qualis sit, et quod sit iudex, obligans omnes rationales creaturas, ut sint conformes illi normae Dei, et damnans, omnes ac denuntians horribilem destructionem omnibus, qui non congruunt ad illam normam Dei, nisi sit facta reconciliatione propter Mediatorem.» Sulla dottrina dell’ordine di Melantone, che risale nelle sue linee generali a Cicerone, cfr. Rolf Bernhard Huschke, Melanchthons Lehre vom Ordo politicus.Ein Beitrag zum Verhältnis von Glauben und politischem Handeln bei Melanchthon, Gütersloh, Gerd Mohn, 1968, p. 106–158.

42 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De quarto praecepto, col. 703–707. Cfr. Scattola, «Models in History of Natural Law», (v. no. 28), p. 109–126.

43 Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), Secunda tabula, col. 396: «Primus gradus in hac societate humani generis est imperium, ut alii praesint, alii pareant. Ideo prima virtus est obedientia etiam apud philosophos, qui eam vocant honestissimo nomine, Iustitiam universalem.» Cfr. anche Melanchthon, Definitiones multarum appellationum, (v. no. 41), voc. Iustitia universalis, col. 1084: «IUSTITIA UNIVERSALIS significat idem quod virtus, et est congruentia cum tota Lege, seu est congruentia cum Deo. Idem est enim dicere, congruere cum Deo, et congruere cum lege Dei, quia Deus talis est, sicut se in Lege describit.»

44 Johann Oldendorp, Iuris naturalis, gentium, et civilis είσαγωγή, in Oldendorp, Iuris naturalis, gentium, et civilis είσαγωγή. Leges XII. tabularum, interpretationibus ad forum adcommodatis, illustratae. Epitome successionis ab intestato, et alia quaedam pro tyronibus iuris [...], Coloniae, Excudebat Ioannes Gymnicus, 1539, fo. a1r–d8v, qui fo. b1r–v: «Ergo est in homine Lex, quam etsi nusquam ex scripto legit, habet tamen a DEO insculptam ad formandos mores.» Su Johann Oldendorp cfr. Erik Wolf, Große Rechtsdenker der deutschen Geistesgeschichte, 4. ed., Tübingen, J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), 1963, (1. ed. 1939), p. 138–176.

45 Niels Hemmingsen, De lege naturae apodictica methodo concinnata [...], Witebergae, Excudebant haeredes Georgii Rhaw, 1562, fo. C2r–v: «Alius quidam ita definit: Lex naturae est certa et indubitata sententia Dei, mentibus hominum impressa, qua docemur quae facere, et quae fugere oportet, hoc est, noticia discriminis honestorum et turpium, ut illa quidem expetantur, haec vero caveantur. His ita breviter notatis iustam definitionem et absolutam, colligam, hoc modo: Lex naturae est divinitus impressa mentibus hominibus noticia certa, principiorum cognitionis et actionis, atque conclusionum ex istis principiis demonstratarum proprio fini hominis [fo. C2v] congruentium, quas ex principiis necessaria consequentia ad humanae vitae gubernationem extruit ratio, ut homo ea quae recta sunt cognoscat, velit, eligat, agat, vitetque contraria, quorum omnium et testis et iudex conscientia hominibus divinitus est attributa.»

46 Cfr. anche Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 549. Cfr. anche Philipp Melanchthon, Römerbrief-Kommentar 1532, cur. Rolf Schäfer, in Melanchthon, Werke in Auswahl, cur. Robert Stupperich, Gütersloh, Verlagshaus Gerd Mohn, 1965, Bd. 5, cap. 13, Non est enim potestas nisi a Deo, p. 303–318. Cfr. Falchi Pellegrini, «Tirannide e ordinazione divina nei Commentari di Melantone a Paolo» (v. no. 12), p. 401–430.

47 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De quarto praecepto, col. 704–705.

48 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De quarto praecepto, col. 704: «Haec distinctio de rebus et personis observanda est, ut opera Dei ab operibus Diaboli discernantur. Ac magis amabit et reverebitur ipsas politias et Leges, qui poterit res et personas discernere, et intuens in tantam confusionem imperiorum, quae oritur a Diabolo et eius organis, maiori cum dolore spectabit Diaboli potentiam, qui in summo loco gubernationis maxima petulantia et atrocitate declarat odium adversus Deum, et contemptum generis humani et saevitiam suam. Quid enim monstrosius, turpius et abominabilius cogitari potest tyrannis omnium temporum, et quam pauci omnibus aetatibus fuerunt et sunt vel mediocres Principes? Haec tanta mala intelligenda et deploranda sunt, et petendum a Deo, ut ipse emendet et servet politias. Nec praetextu operis divini excusanda aut tuenda sunt vitia, nec propter loci dignitatem tolerandae sunt manifestae et atroces iniuriae, impietates et flagitiosae libidines tyrannorum sine fine grassantium, sed reliqua politia, cui Deus gladium dedit, recte facit, cum Caligulas et Nerones et similia portenta removet a gubernatione.»

49 Sul locus De magistratibus civilibus cfr. Falchi Pellegrini, Il problema delle resistenza nel pensiero dei Riformatori tedeschi, (v. no. 16), p. 31–33.

50 Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 543–544: «Evangelium docet de quadam spirituali et aeterna iustitia in corde, nec abolet interim in vita corporali oeconomiam aut politiam, sed docet et oeconomiam et omnes politias ratione constitutas, bonas ordinationes Dei esse, et dona Dei necessaria [col. 544] in hac vita corporali. […] Secunda regula est: Opera vitae oeconomicae et politicae, quae quisque pro sua vocatione facit, sunt bona opera et in piis sunt veri cultus Dei, sunt enim opera a Deo praecepta»; col. 549–550; col. 554; Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 986: «De ordine politico universaliter docet doctrina coelestis, hunc ordinem a Deo institutum esse et opus Dei esse, quantum boni in gubernatione reliquum manet, videlicet, quod homines certis legibus coniuncti in societate civili vivunt, quod multitudo regitur Magistratibus, iudiciis, poenis, quod Magistratus custos est disciplinae et pacis, quod dominia rerum distincta sunt et sua cuique tuta sunt, quod res legitimis contractibus transferuntur ad iuvandam communem vitam, quod latrocinia armis reprimuntur aut puniuntur»; col. 1002–1004.

51 Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthon.», in Luther, Warnunge, (v. no. 5), fo. c1v–2r; Melanchthon, «Vorrede Philippi Melanthonis», in Luther, Erklerung, (v. no. 6), fo. a3v e b3v.

52 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 992: «Et cum Paulus tradit doctrinam de politico ordine Rom. 13 simul testatur et institutum esse a Deo et comprobari et ab eo iuvari. […]. Ordo est, inquit, videlicet series personarum et rerum, congruens ad regulam mentis divinae lucentem et in nobis iuxta Legem naturae, ut usitate vocamus. Sit imperium ordo personarum, praesit Magistratus, obtemperent cives suo quisque loco, sit certus ordo inter maritum et coniugem, inter patrem et liberos, sit ordo iudiciorum; Leges ordinem officiorum et contractuum proponant et sanciant, monstrent ordinem generis humani erga Deum, prohibeant vagas libidines, quae sunt contrariae ordini divino in hominum natura instituto, praecipiant aequalitatem in contractibus. Quantum accipit emptor, tantum reddat. Ne laedat civis civem, sed omnes sciant se inter sese devinctos esse ad mutuam defensionem et communem salutem, quae consistit in compensatione aequali voluntatum, officiorum et rerum. Si quis autem violaverit hunc ordinem poena afficiatur. Non est ordinis intellectus in bestiis, sed homini impressa est ordinis notitia, cum qua, si natura hominum non corrupta esset peccato, etiam amor ordinis tuendi erga Deum et homines, verus et ardens in pectoribus, coniunctus esset. Nunc vero facile ruunt homines contra naturae ordinem, alii tamen magis, alii minus amant ordinem.»

53 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De vindicta, col. 725–726: «Teneamus ergo regulam, praecipi magistratibus, ut iuxta Leges exerceant vindictam, et displicere negligentiam in officio, ut dicitur Deut. 19 [vs. 19–21] Auferes malum, ut ceteri timorem habeant, nec miserearis eius. Econtra vero privatis praecipi, ne exerceant vindictam, nec turbent ordinem a Deo institutum, seu manu, seu animi motu. Haec regula utilis est vitae ac munit imperia et pacem. Quanta vero sit absurditas deliramenti Monachorum, hinc intelligi potest. Si consilium est de non vindicando, concedent magistratibus, ne puniant sceleratos, rursus etiam privatis concedent vindictae caussa movere seditionem. Cum igitur hae fanaticae imaginationes falsae et perniciosae sint, prorsus eas ex Ecclesia explodamus. Fuit et haec caussa, quare Christus toties prohibet vindictam, quia Apostolis voluit eximere falsam persuasionem, qui putabant regnum Messiae fore mundanum, et armis gentes domandas esse. Christus contra inculcat, Apostolos non sumpturos esse arma, sed Evangelii praecones fore, et sine humanis praesidiis, sine armis Ecclesiam collecturos esse, et hanc saevitiae tyrannorum obnoxiam fore et tamen habituram esse divinas liberationes. Ita erigit doctores omnium temporum, ut suum officium recte docendo faciant et pericula Deo commendent, nec nitantur humanis praesidiis, nec extra septa vocationis suae erumpant, nec constituant sibi regna praetextu Evangelii, sicut Anabaptistae Monasterienses fecerunt»; De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 994–996: «Certissimum est autem ordinem congruentem cum mente divina rem bonam et Deo placentem esse. Hoc igitur Pauli [Ad Romanos, 13, 1–7] testimonium bonis mentibus et attentis satisfacit. Utitur eodem testimonio et Irenaeus [Contra haereses, cap. 24] adversus fanaticos, qui illis primis temporibus furores sparserunt similes Anabaptisticis» (col. 994) e col. 1002. Cfr. anche Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De discrimine praeceptorum et consiliorum, col. 408–409.

54 Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 546–547; Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 989, 997–999, 1000–1001.

55 Melanchthon, Loci praecipui theologici (1543–1559), (v. no. 30), De vindicta, col. 720–724, qui 722–724: «Saepe disputatur de hoc dicto vulgari, Vim vi repellere ius naturale concedit [Digestum, XXXXIII, 16, 1, 27]. Eius dicti quae sit sententia, primum considerandum est. Nam si est naturalis notitia aut στοργή, quaerendum est, quomodo sit ordinata, ne depravetur aliquo praetextu aut admixta iniusta cupiditate. Nam iura naturalia non sunt vagabundi impetus, sed certae quaedam in natura ordinationes. Recte igitur et Iurisconsulti circumscripserunt hoc dictum certis metis. Intelligatur ergo de manifesta violentia et de necessaria defensione adversus subitam vim, ut si latro viatorem tranquillum in via adoriatur, aut si inferat aliquis bellum iniustum, aut si aliqui tumultuantes oppugnent aedes alterius. Hic quia abest iudex seu magistratus, ideo defensio conceditur. Et aliquid interest inter defensionem et ultionem seu poenam sceleris. Recta ratio, ut iudicat nemini nocendum esse, ita iudicat corpus proprium contra iniustam vim tuendum esse vel ordinariis et legitimis imperiis, ut in bello iusto, vel propria defensione, cum opitulari magistratus non potest. Inest enim naturae iusta storghé, appetitio conservationis sui adversus iniustam violentiam. Cum ergo sic intellegitur dictum de propulsanda manifesta violentia eo ordine et modo, sicut recta ratio censet et sicut ipsae Leges declarant, [col. 723] vera est sententia, quod liceat vim vi depellere. Nec pugnat cum Evangelio aut cum hac voce: Diligite inimicos vestros. Nam Evangelium non abolet ius naturae et vincula politicae societatis, hoc est, Leges rectae rationi consentaneas. Imo hanc ipsam ob caussam tam variis officiis in hac societate Deus colligavit homines, ut sit occasio exercendae et declarandae fidei, obedientiae et dilectionis. Paterfamilias debet defensionem suae coniugi et suis liberis, ergo in oppugnatione aedium facit officium dilectionis, et luceat in animo eius fides. Sic dux debet defensionem subditis in caussis iustis; Quare cum iustum bellum gerit, facit officium dilectionis, et luceat invocatio Dei in periculo. Haec non pugnant cum Evangelio, quod vult unumquemque parere legitimae vocationi, nec pugnant cum hoc dicto [Matthaeus, 5, 44.]: Diligite inimicos. Nam dilectio, defensio ac punitio nequaquam inter se pugnant [...]. Haec recitavi de hac sententia: Vim vi repellere licet, ut studiosi considerent, quatenus valeat; nam ex hoc fonte iura bellorum sumuntur. Est autem conferenda cum altero dicto [Matthaeus, 26, 52]: Qui gladium acceperit, gladium peribit. Accipere gladium est non datum a Legibus stringere. Ergo qui vim iniustam infert, accipit gladium, econtra vero qui iusta defensione utitur, non accipit gladium, sed stringit datum a Legibus. Ceterum Christus hoc loco praecipue discernit officia magistratuum et ministerium Evangelii: Magistratui Deus gladium tradidit ita, ut in officio legitimo eo utatur; si abutitur, ut privatae iracundiae aut furori morem gerat, ut Nero, peccat. Econtra vero ministerium Evangelii Deus non vult esse regnum mundanum; Ideo vetat Apostolos praeliari. Officia discernuntur in hoc dicto. Estque diligenter hoc discrimen considerandum, ut discant doctores Ecclesiae non niti humanis praesidiis, non capiant arma contra suos magistratus, sed sciant Ecclesiam Deo curae esse, et expectent ab ipso auxilium, ut Ecclesiam liberavit Deus a saevitia Pharaonis, Chaldaeorum, Maxentii et aliorum tyrannorum. Itaque non solum doctrina traditur in hoc dicto de diversis officiis, sed etiam tecte significatur Ecclesiam divinitus [col. 724] defendi et liberari. Haec sententia piis magnam consolationem affert. Et hactenus de vindicta.» Melantone distingue dunque tra pena (vindicta) e legittima difesa (defensio), e riserva la prima al solo magistrato, mentre concede l’uso della seconda a tutti gli uomini. Inoltre egli distingue anche tra autorità pubblica (magistratus) e chiesa (ministerium), ricordando che solo la prima può usare la spada, mentre la seconda deve affidarsi a Dio. Ai ministri del Vangelo è perciò proibito ricorrere alla resistenza o alla legittima difesa armata, ma ciò non esclude che i magistrati intermedi, ai quali effettivamente spetta questo compito, intervengano contro l’autorità suprema, quando questa minaccia di distruggere l’ordine civile, mentre, nei casi estremi, resta sempre ammissibile anche la legittima difesa armata dei privati. In sostanza, Melantone riafferma la dottrina tradizionale dell’autodifesa precisando che essa non si applica ai ministri della chiesa.

56 Cfr. sopra no. 48 e sotto no. 65 e no. 71.

57 Melanchthon, Loci communes theologici 1535, (v. no. 30), De magistratibus civilibus et dignitate rerum politicarum, col. 554.

58 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. D1r.

59 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. D1r–2v.

60 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. C4v–D1r: «Und sind auch nicht mehr noch ander [fo. D1r] Stende oder Orden/ darein unser Herrgott dieses Menschen leben und wesen uff Erden gefasset hat/ und die gantze Welt dadurch regiert/ der diese drey/ Nemlich/ die Oeconomia oder Ehestand/ Politia oder weltlich Oberkeit/ und das geistliche Reich Gottes/ welches ist Ecclesia die gemeine der Christgleubigen.»

61 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. D2r–v: «Wiederumb dienet die Politia mit jrem Regir ampt beide dem Ehestand und Kirchen damit/ das sie die selbigen schützet und schirmet/ Recht und Friede erhelt [...]. [Bl. D2v] Item das falsche Lere und Gottes lesterung/ Rotten und verfürung erwehrt/ und die Kirch wider alle tyranney und verfolgung geschützt und beschirmt werden möge et c. Also/ das in allen dreien Stenden/ nicht anders/ denn nach Gottes ordnung und willen/ zu Gottes ehre/ und der menschen wolfart gelebt regiert und gehandelt werde/ Die öbern Regenten und Lerer anders nicht gebieten/ lernen noch regirn/ dergleichen die unterthanen weiter nicht gehorsam leisten/ denn alleine nach Gottes ordenung und willen/ zu seiner ehre/ Und wider Gottes wort/ ordenung und willen keine Oberkeit etwas zu gebieten noch zu leren macht hab/ und auch kein unterthaner solchen gottlosen gepoten noch leren zu gehorchen verpflicht sey.»

62Digestum, XI, 7, 35: «Minime maiores lugendum putaverunt eum, qui ad patriam delendam et parentes et liberos interficiendos venerit: quem si filius patrem aut pater filium occidisset, sine scelere, etiam praemio adficiendum omnes constituerunt.» Cfr. Johannes Althusius, Disputatio politica de regno recte instituendo et administrando [...], resp. Hugo Pelletarius, Herbonae Nassoviorum, Ex officina Christophori Corvini, 1602, cur. Merio Scattola, in Quaderni fiorentini, XXV (1996), par. 72, p. 44; Johannes Althusius, Politica methodice digesta of Johannes Althusius (Althaus). Reprinted from the Third Edition of 1614, cur. Carl Joachim Friedrich, Cambridge Massachusetts, Harvard University Press, 1932, cap. 38, par. 36, p. 383.

63 Menius, Von der Notwehr unterricht, 1. ed.: «Was der Bapst zu Rom», (v. no. 7), fo. D3r: «Do aber Vater und Mutter jres gewalts und Hausöberkeit mißbrauchen/ und jre kinder und gesinde/ wider Gottes wort und befehl/ zu abgötterey/ Gottes lesterung und offentlichen sünden und schanden zwingen wolten/ So sind die kinder in dem selbigen jnen keinen gehorsam schüldig/ Sondern sollen viel mehr Gott fürchten und gehorsam sein/ und der Eltern gottloser tyranney und wüterey widerstehen und weren.»

64 Menius, Von der Notwehr unterricht, 2. ed.: «Der allmechtig Gott», fo. C2r.

65 Menius, Von der Notwehr unterricht, 2. ed.: «Der allmechtig Gott», fo. C4r–D1r: «In solchen fellen sol man keiner Oberkeit/ und keiner Creatur gehorsam sein/ Sondern alle Menschen sind schuldig/ in diesem unwandelbaren bevehl zu bleiben/ welchen der ewig Vater Jhesu Christi/ allen menschen gegeben hat/ da er spricht vom Son/ Diesen solt jr hören [Matthaeus, 17, 5]/ Darumb anche die Aposteln hernach sprechen/ Man müsse Gott mehr gehorsam sein/ denn den Menschen [Atti, 5, 29] [...]. [fo. D1r] Und sollen wir faulen/ weichmütigen Christen uns billich in unsere hertzen schemen/ so wir die grosse tugent und brinnenden Glauben in alten und jetzigen Exempeln ansehen/ und dagegen halten unsere kalte und schuchtere hertzen/ die jnen jr sanfft leben nicht gern wollen unsanfft machen/ fliehen darumb die bekentnis/ und achten Gottes weniger denn eigne ruge/ ferbern darnach diese forcht/ als sey es eitel weisheit und tugent/ man sol schweigen/ wie man sagt/ Schweige/ leide/ und meide/ das du nicht dir und andern unruge machest. Denn in diesem fall stossen uffs hertest wider einander/ Gottes gebot und weltliche weisheit/ Gottes gebot und unwandelbarer wille ist/ man sol jn recht anruffen/ wie er sich geoffenbart hat/ und sol nicht Abgötterey da neben machen/ Und sind alle Menschen schuldig/ rechte erkentnis und anruffung zu bekennen/ und ein jeder nach seinem Beruff/ Abgötterey zu straffen/ Dieses ist das höhest werck/ dazu jm Gott eine Kirche in diesem Leben erhalten will.»

66 [Maior], Ewiger: Göttlicher/ Allmechtiger Maiestat Declaration, (v. no. 9), fo. E2r–v: «Derhalben unsere Göttliche ordnung die ist/ das ein Oberkeit jr Regiment/ nach ordnung des natürlichen Rechten/ und nach dem liecht/ und erkentnis menschlicher Vernunfft/ [fo. E2v] füre und regiere/ Welches von uns menschlicher natur darumb gegeben und eingepflantzt/ das sie recht könne richten und urteilen/ was recht oder unrecht/ was gut oder bös sey/ Welche Oberkeit nu nach des natürlichen Rechtens Regel und liecht regiret/ und das gute fordert und schützet/ das böse aber straffet und jm stewret/ ob es auch schon ein Heidnische Oberkeit were/ deren sol man gehorsam sein/ und nicht widerstreben/ Es sey denn sach/ das sie was gebiete wider unser Ordnung und Befehl/ Do sol man uns/ als Gott und Schepffer aller Creatur/ mehr denn Menschen gehorsam sein.»

67 [Maior], Ewiger: Göttlicher/ Allmechtiger Maiestat Declaration, (v. no. 9), fo. E2v: «In sonderheit aber ist die Oberkeit/ welche unsere Göttlicher Maiestat Wort und Lere erkant/ oder dieweil sie auch ein Gliedmas unsers Reichs der heiligen warhafftigen Christlichen Kirchen sein wil/ erkennen und wissen sol/ pflichtig und schüldig/ das sie rechte Lere und rechten Gottesdienst pflantze/ schütze und verteidige/ und alle falsche Lere/ Abgötterey und falschen Gottesdienst verbiete und abthue.»

68 [Maior], Ewiger: Göttlicher/ Allmechtiger Maiestat Declaration, (v. no. 9), fo. E4r–F2r: «Nach dem auch diese unsere/ der Oberkeit ordnung/ das sie gesatzt sein sol/ zur Rache uber die Ubeltheter/ und straffe des bösen/ und zum lobe/ trost und schutz der fromen/ und fürderung des guten/ Kaiser Carl aber/ dieser [fo. E4v] unser Göttlichen ordnung stracks zu wider und zuentgegen/ sein Regiment füret und ubet/ das gute/ als rechte Göttliche Lare/ rechte anruffung Gottes/ rechten warhafftigen von uns gebotenen Gottesdienst/ mit feindseligem haß und gemüt verfolget [...]. [fo. F1r] Zu dem auch/ wider unsere Göttliche ordnung der Oberkeit/ klerlich sein wille und vorhaben/ aus jtzigem werk seiner Rüstung und vieler andern/ auch eins teils oberzelten ursachen/ erscheind/ das er das böse/ auch Gottlos wesen/ und die ubeltheter/ welche er unser Göttlicher ordnung nach/ straffen solt/ willens zupflantzen/ zu schützen/ zu handhaben/ und zuverteidigen/ Kan er/ der Kaiser/ nicht von uns/ Göttlicher Maiestat Oberkait sein/ Denn die Oberkait/ welche von uns/ Gott/ verordnet/ sol straffen das böse/ und schützen und ehren das gute/ wie oben anzeiget/ Welche Oberkait nun das böse schützet und ehret/ und das gute straffet und verfolget/ die verkeret unsere ordnung/ und ist nicht von Gott/ denn Gott sünde und Gottlos [fo. F1v] wesen nicht gefelt/ sondern vom Teufel/ Denn das nicht Gottes/ sondern des Teufels ordnung ist. Also Saul/ Herodes/ Nero und alle dergleichen Tyrannen/ welche unsere ordnung verkeren/ sind nicht unser/ sondern des Teufels Oberkeit Diener und Gliedmas/ Welches ordnung sie in jrem Regiment folgen/ und darumb anche die Tyrannen kein bestendig glück noch gut ende haben. [...] Wer nu solcher Oberkait widerstrebet/ welche rechte Göttliche Lere/ rechten Gottesdienst/ zucht und erbarkeit/ fried und einigkeit/ zerstöret/ und die frome verfolget/ und dargegen falsche Lere/ Abgötterey/ Ehebruch/ Unzucht/ Sodomey/ Diebstal/ Rauberey/ und die bösen schützet und verteidiget/ der widerstrebet nicht Gottes/ sondern des Teufels ordnung/ welcher alle [fo. F2r] Menschen auff Erden und alle Creaturn feind sein/ und sie mit aller macht zerstören/ und jr zu widerstreben verpflicht und schüldig sind/ Dieweil sie sich Gottes ordnung umbzustossen/ und des Teufels grim und wüten/ auffzurichten unterstehet. Es gilt allhie nicht/ das du dich Neutralisch halten/ und keinem Teil/ hülffe thun wolst/ Denn du mit leib/ gut und blut/ du seiest welches stands du wölst/ Oberkait oder Untherthan/ Gottes Ordnung/ das die bösen gestrafft/ und die fromen geschützt werden/ das rechte Göttliche Lere/ rechter Gottesdienst auffgericht werde/ schüldig bist du zu helffen und zuerhalten/ welches dich auch das natürlich Recht leret. Denn wo solches nicht geschicht/ so wird aus dem weltlichen Regiment/ ein lauter Teufflichs Tyranney/ wie bey dem Türcken/ bey welchem nicht was Gottes ordnung gebeut/ und das Recht der Natur leret/ sondern was er wil/ was er gebeut/ recht ist/ Wie denn auch des Bapst Recht/ Lere und Gottesdienst ist/ Ein solch Recht wollen Kaiser und König Ferdinandus durch jre Hispanier und Italianer in Deudschlanden auch anrichten/ dazu du denn jnen mit deinem stillsitzen/ und also unsere ordnung/ rechte Lere und Gottesdienst/ so viel an dir ist/ auch zureissen hilffst.»

69 Sull’autore della Confessione di Magdeburgo cfr. Robert Kolb, Nikolaus von Amsdorf (1483–1565). Popular Polemics in the Preservation of Luther’s Legacy, Nieuwkoop, De Graaf, 1978, p. 82–87.

70 [Nikolaus Gallus o Niclas Amsdorff], Bekändtnüß/ Unterricht und Vermahnung/ der Pfarrherrn und Prediger/ der Christlichen Kirchen zu Magdeburg. Anno M. D. L. den 13. Aprilis, Magdeburgk, Lotther, 1550, in Hortleder (cur.), Von Rechtmässigkeit/ Anfang/ Fort- und endlichen Außgang deß Teutschen Kriegs, (v. no. 3), IV, 7, Th. 1, Kap. 7, p. 1053–1091, qui p. 1068–1069: «Gleich wie die Kirche GottesOrdnung ist/ darin Gott die unterscheidt wil gehalten haben/ zwischen Predigern unnd Zuhörern/ also sind auch das Weltliche unnd HaußRegiment GottesOrdnungen/ darin er auch die Unterscheidt haben wil/ zwischen Obrigkeit und Unterthanen/ und daß die Unterthanen durch Gesetz und Gebot jhrer Obrigkeit/ so fern die der Vernunfft gemeß/ und nicht wider Gottes Wort sind/ geregieret werden unnd sie jhnen gehorsamen sollen/ nicht allein von wegen Weltlicher Straffe/ sondern auch Gewissens halben/ und der Straffe Gottes. Dann Gott hat seine Ordnung und Obrigkeit gewapnet mit beyderley Forcht/ beyde daß er selbst die Ungehorsamen straffen wil/ und die/ so das Regiment haben/ auch straffen sollen [...]. Und wiewol er nicht wil/ daß diese Regiment sollen in einander gemenget werden/ so wil er doch/ daß eines dem andern dienen sol/ unnd samptlich in dieser entlichen Meynung und Werck ubereinkommen/ unnd zusammen stimmen sollen/ daß ein jedes in seiner Ordnung/ und nach seiner Masse/ rechte Erkantnuß und Ehre Gottes/ und der jenigen/ so jhm zu regieren befohlen sind/ ewige Seligkeit fördere und fortsetze [...]. So ist nun das Weltiche und Haußregiment fürnemlich eingesetzt/ werden auch fürnemlich [p. 1069] erhalten und beschützet von Gott/ der Kirchen halben […]. Die ordentliche Obrigkeit ist den Christen/ ehrlichen Bürgern/ und Unterthanen/ fürnemlich aber der Kirchen jren Schutz wider die unrechte Gewalt/ nach Gottes Wort schuldig/ unnd sol dem Unrecht wehren mit leiblicher Gewalt/ und mit dem Schwerdt/ und sich zum höchsten darauff befleißigen/ daß die Leute in Gottes Wort recht unterweiset/ und in der Gemein und Häusern zu rechter Gottsförchtigkeit und Erbarkeit gezogen werden.»

71 [Gallus o Amsdorff], Bekändtnüß/ Unterricht und Vermahnung, (v. no. 70), I, 7, p. 1069: «Wie nun die Unterthanen jhrer Obrigkeit/ Kinder und Gesinde jhren Eltern und Herrn/ Gehorsam schuldig seyn/ und leisten sollen/ von Gottes wegen/ Also widerumb/ wann die Obrigkeit und Eltern/ die jhren von der wahren Gottesforcht und Erbarkeit abführen wöllen/ so ist man jhnen nach Gottes Wort keinen Gehorsam schuldig/ wann sie aber auch in dem Fürhaben sind/ daß sie Außrottung der Religion und guter Sitten suchen/ und die wahre Religion und Erbarkeit verfolgen/ so entsetzen sie sich jhrer Ehre selbst/ daß sie nicht mehr für Obrigkeit oder Eltern in demselben können gehalten werden/ weder für Gott noch für dem Gewissen jhrer Unterthanen. Unnd werden nun aus GottesOrdnung/ ein Ordnung des Teuffels/ welcher Ordnung ein jeder nach seinem Beruff mit gutem Gewissen widerstehen kan und sol.» Sugli argomenti utilizzati nella Confessione di Magdeburgo cfr. Irmgard Höß, «Zur Genesis der Widerstandslehre Bezas», in Archiv für Reformationsgeschichte, LIV (1963), p. 198–214, qui p. 208–213.

72 [Gallus o Amsdorff], Bekändtnüß/ Unterricht und Vermahnung, (v. no. 70), I, 7, p. 1069: «Wie nun die Unterthanen jhrer Obrigkeit/ Kinder und Gesinde jhren Eltern und Herrn/ Gehorsam schuldig seyn/ und leisten sollen/ von Gottes wegen/ Also widerumb/ wann die Obrigkeit und Eltern/ die jhren von der wahren Gottesforcht und Erbarkeit abführen wöllen/ so ist man jhnen nach Gottes Wort keinen Gehorsam schuldig/ wann sie aber auch in dem Fürhaben sind/ daß sie Außrottung der Religion und guter Sitten suchen/ und die wahre Religion und Erbarkeit verfolgen/ so entsetzen sie sich jhrer Ehre selbst/ daß sie nicht mehr für Obrigkeit oder Eltern in demselben können gehalten werden/ weder für Gott noch für dem Gewissen jhrer Unterthanen. Unnd werden nun aus GottesOrdnung/ ein Ordnung des Teuffels/ welcher Ordnung ein jeder nach seinem Beruff mit gutem Gewissen widerstehen kan und sol.» Sugli argomenti utilizzati nella Confessione di Magdeburgo cfr. Irmgard Höß, «Zur Genesis der Widerstandslehre Bezas», in Archiv für Reformationsgeschichte, LIV (1963), p. 198–214, qui p. 208–213.

73 [Gallus oder Amsdorff], Bekändtnüß/ Unterricht und Vermahnung, (v. no. 70), Th. 2, Argum. 1, p. 1075–1077.

74 Robert MacCune Kingdon, «Calvinism and Resistance Theory», in James Henderson Burns (cur.), The Cambridge History of Political Thought. 1450–1700, Cambridge, Cambridge University Press, 1991, p. 193–218; Robert MacCune Kingdon, «The First Expression of Theodore Beza’s Political Ideas», in Archiv für Reformationsgeschichte, XLVI (1955), p. 88–100, rist. in Kingdon, Church and Society in Reformation Europe, London, Variorum Reprints, 1985, nu. 10, qui p. 93–94; Robert MacCune Kingdon, «The Political Resistance of Calvinists in France and in the Low Countries», in Church History, 27 (1958), p. 220–233, rist. in Kingdon, Church and Society, (v. no. 73), nu. 11. In questi suoi scritti Kingdon propone la tesi secondo cui la Confessione di Madgeburgo sarebbe la vera fonte della dottrina della resistenza diffusa in seguito da Théodore de Bèze con i due libri De haereticis a civili magistratu puniendis (1554) e De iure magistratuum in subditos (1576). La medesima interpretazione è stata difesa in modo ancora più deciso da Höß,«Zur Genesis der Widerstandslehre Bezas», (v. no. 71), p. 200–201 e 213–214: «Beza war sich dieser Verbindung zu der Widerstandslehre der Magdeburger Prediger bewußt und hat sich zu ihr bekannt. Er hat zumindest einen Teil der Magdeburger Schriften genau gekannt und deshalb ausdrücklich auf Magdeburg als Vorbild und Beispiel verwiesen.» La Confessione di Magdeburgo è stata messa in relazione anche con il calvinismo inglese dell’età dei Tudor da Esther Hildebrandt, «The Magdeburg Bekenntnis as a Possible Link between German and English Resistance Theories in the Sixteenth Century», in Archiv für Reformationsgeschichte, LXXI (1980), p. 227–253. Vittorio de Caprariis, Propaganda e pensiero politico in Francia durante le guerre di religione, I (1559–1572), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1959, p. 16–17, no. 42 rifiuta tuttavia l’idea secondo cui Théodore de Bèze avrebbe formulato la dottrina della resistenza già nel suo De haereticis puniendis.

75 Cfr. Scattola, «Models in History of Natural Law», (v. no. 28), p. 104–132.

76 Cfr. Merio Scattola, «Bellum, dominium, ordo: Das Thema des gerechten Krieges in der Theologie des Domingo de Soto», in Norbert Brieskorn e Markus Riedenauer (cur.), Suche nach Frieden: Politische Ethik in der Frühen Neuzeit I, Stuttgart, Kohlhammer, 2000, p. 119–137 e Scattola, «Naturrecht als Rechtstheorie», (v. no. 26), p. 40–47.


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