PIO XI, IDEOLOGIA RAZZIALE E DELITTI CONTRO L’UMANITÀ

Gaia PINTO*


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Gaia Pinto (2015): “Pio X, ideologia razziale e delitti contro l’umanità”, en Revista crítica de Derecho Canónico Pluriconfesional, n. 2 (febrero de 2015), pp. 135-163. En línea puede consultarse este artículo en el sitio: http://www.eumed.net/rev/rcdcp/02/gp.pdf.


Riassunto: Il contributo intende proporre considerazioni in merito alla reazione della Santa Sede in generale, e di Papa Pio XI in particolare, dinnanzi alla legislazione razziale ed antisemita, soffermandosi, altresì, sugli antecedenti storico ideologici, considerati base e fondamento della stessa, nonchè sulla loro evoluzione ed attuazione, dal de Godineau al Chamberlain, e sull’impatto devastante del mito razziale sui popoli e sulle razze tutte, accennando, infine, alla posizione assunta dalla Chiesa nella Germania nazista poco prima della realizzazione di quello che fu considerato il più grande crimine perpetrato ai danni dell’umanità: l’Olocausto.

Parole chiave: Pio XI, Santa Sede, Chiesa in Germania, Antisemitismo, Olocausto, Delitti contro l’umanità, dritten Reich, discriminazione razziale, mescolanza del Sangue, leggi razziali, Questione ebraica, Cristianesimo, Mit Brennender Sorge.

Abstract: At the center of this study there is the reaction of the Holy See, and the Pope Pius XI, towards anti Semitic legislation, also detaining on the historical and ideological antecedents, considered the basis and foundation of the racial legislation, on their evolution and implementation, edited by de Gobineau until Chamberlain, and on the devastating impact of the racial myth on all people and on each races, alluding, at last, about the Church’s position in Nazi Germany, shortly before the realization of what was considered the greatest crime perpetrated against the humanity: the Holocaust.

Keywords: Pius XI, Holy See, Church in Germany, anti-Semitism, Holocaust, crimes against the humanity, dritten Reich, Apartheid, admixture of Blood, Racial laws, Jewish matter, Christianity, Mit Brennender Sorge.

0. Pio XI contro la nuova politica razziale

Pio XI dichiarava apertamente le sue perplessità nei confronti della nuova politica sulla razza. Prima tra tutte quella riguardante le possibili ed estreme conseguenze derivanti dalla sempre maggiore espansione della politica razziale ed, in particolare, la sua preoccupazione che l’Italia tentasse sempre più di ripercorrere i principi ispiratori della Germania nazionalsocialista1. Mussolini sentendosi offeso da queste parole, dichiarò che la politica razziale derivante dal Fascismo presentava caratteri propri, autonomi ed indipendenti, non sentendo questa stessa politica in alcun modo l’esigenza di imitarne altre. In tal modo, i vescovi sempre più allarmati dalla circostanza che i rapporti intercorrenti fra il Papa e il Duce potessero incrinarsi, cercarono di conciliare il pensiero fascista sulla problematica razziale e quello cattolico, tentando di far apparire le parole del Papa non del tutto sfavorevoli alla propaganda fascista.

Così si legge in una lettera inviata dal vescovo di Cremona Giovanni Cazzani al gerarca Farinacci a proposito del discorso che il Papa tenne il 28 luglio agli studenti del collegio di Propaganda Fide: “il S. Padre non parlava contro un razzismo fascista, ma parendogli che una certa corrente di stampa fascista volesse promuovere e caldeggiare anche in Italia un razzismo alla hitleriana, ha voluto mettere l’avviso contro il pericolo di un tale razzismo, e perciò ha parlato di mutazione dai tedeschi. Ma il S. Padre non ha condannato qualunque cura o difesa della razza, ma ha dichiarato espressamente di riprovare quel razzismo esagerato e divisionista, che animato da un culto superbo ed egoistico della propria razza, è contrario alla legge della umana e cristiana fraternità fra i popoli”2. Il Conte Galeazzo Ciano, all’epoca Ministro degli Esteri, riferì al mons. Borgongini Duca, all’epoca Nunzio Apostolico presso la Repubblica Italiana, circa l’indirizzo politico e razzista che il regime intendeva perseguire.

In generale dichiarò: “il Governo si trova nella necessità di regolare le relazioni fra bianchi e neri nell’Impero. È necessario soprattutto impedire la nascita di meticci. Le razze anglosassoni oggi fanno una severa politica razzista, anche l’Italia deve farla”3. In particolare riferendosi alla spinosa problematica degli ebrei in Italia affermò: “A fianco della questione dei neri si dovrà trattare anche quella degli ebrei, per due ragioni: perché essi sono espulsi da ogni parte, e non vogliamo che gli espulsi credano di poter venire in Italia come nella terra promessa, perché è loro dottrina consacrata nel Talmud, che l’ebreo deve mischiarsi con le altre razze come l’olio con l’acqua, ossia rimanendo di sopra, cioè al potere. E noi vogliamo impedire che gli ebrei in Italia abbiano posti di comando”4.

Il Nunzio Apostolico, dal canto suo, si mostrò più preoccupato che la legislazione antiebraica potesse violare qualche articolo del Concordato o riguardare anche gli ebrei cattolici, piuttosto che del loro futuro in generale5. Il Ministro mise al corrente il nunzio del dispiacere e della rabbia che avevano suscitato in Mussolini le parole pronunciata dal Papa. Parole che, comunque, la stampa del regime non rese pubbliche, per evitare di compromettere il già di per sé difficoltoso appoggio da parte delle autorità ecclesiastiche nei riguardi della legislazione antiebraica.

In tal modo il governo emanò due comunicazioni. Con la prima veniva fatto divieto di esprimere un indirizzo divergente da quello espresso dal regime, la dove la seconda riguardava proprio il discorso tenuto dal Papa agli studenti di Propaganda Fide e il divieto assoluto di pubblicarlo6. Con la prima comunicazione veniva limitata, se non addirittura esclusa, la libertà di espressione della Stampa cattolica; mentre con la seconda vennero accantonati quegli articoli di cui il Papa aveva chiesto la pubblicazione a La Civiltà Cattolica7. Di tali provvedimenti mons. Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI) informò le delegazioni apostoliche estere in modo tale che queste non identificassero il silenzio della Chiesa in complicità con il regime.

Il discorso tenuto dal Papa contro il razzismo venne interpretato in maniera favorevole dalla stampa estera, ed in particolare, da quella francese ed inglese8. L’ambasciatore degli Stati Uniti, dal canto suo, mise al corrente Pio XI circa le perplessità suscitate nel presidente Roosevelt, dovute quest’ultime all’indirizzo razziale attuato dal regime fascista, in particolare gli Stati Uniti desideravano che la Santa Sede si pronunciasse nuovamente su tale problematica9. Tuttavia, né la Santa Sede né il Governo italiano erano in quel momento interessati al contrasto. Così Mussolini nonostante il suo disprezzo nei confronti del Papa volle sancire un accordo segreto con la Chiesa, nella convinzione sia di ricevere finalmente l’appoggio di quest’ultima sia il silenzio e la rassegnazione definitiva di Pio XI. Il patto vide la luce nel 193810 e toccava da un lato il problema del razzismo e della questione ebraica e dall’altro quello riguardante l’Azione Cattolica. La prima comunicazione evidenzia palesemente la volontà del regime di limitare e, in alcuni casi eliminare la libertà di espressione della Chiesa: essa non deve in alcun modo farsi portatrice di un indirizzo contrastante rispetto a quello portato avanti dal regime. Quindi si legge: “è intenzione del Governo che questo problema sia tranquillamente definito in sede scientifica e politica, senza aggravio del gruppi allogeni, ma solo con la doverosa applicazione di onesti criteri discriminatori che lo Stato ritiene essere in diritto di stabilire e di seguire. Gli ebrei possono essere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi che li ospitarono. Desiderio del Capo del Governo è che la stampa cattolica, i predicatori e i conferenzieri si astengano dal trattare in pubblico il problema razzista”11.

La questione dell’Azione Cattolica risultava più difficile da affrontare. Essa, rimase una fra le poche associazioni, se non l’unica ancora intenzionata a contrastare l’indirizzo politico adottato dal regime, sostenendo e diffondendo nella popolazione il pensiero espresso da Pio XI12. Così facendo, l’azione Cattolica sfidò a viso aperto il fascismo e nonostante gli atti di violenza perpetrati a danno delle sue sedi, continuò ad essere interpretata come l’unica in grado di mettere fuori gioco Mussolini e la sua politica razziale. Così’ il duce, adirato ma allo stesso tempo consapevole dell’importanza dell’appoggio ecclesiastico, tentò nuovamente un compromesso con la Santa Sede, ed in particolare, con Pio XI13.

Se da un lato la diplomazia ecclesiastica tentava una sorta di conciliazione fra la politica governativa e i principi cattolici, dall’altro Pio XI e l’Azione Cattolica non si arresero, né si sottomisero mai al’ordine del regime di non pubblicare opinioni divergenti o contrastanti da quelle perseguite dal regime stesso; anzi sostennero con forza la loro lotta contro l’ideologia razzista e la legislazione antisemita che dal Pontefice vennero sempre considerate come contrarie al principio naturale dell’eguaglianza fra gli uomini, alla morale cattolica e ad ogni senso di umanità.

1. Le leggi razziali e la Santa Sede

Nel 1938 venne introdotto in Italia il provvedimento legislativo: “leggi per la difesa della razza”. Questo testo legislativo più quello introdotto l’anno precedente, il cui scopo era quello di impedire le unioni fra cittadini italiani e indigene nelle colonie africane, prese il nome di “leggi razziali”, il cui scopo sostanziale e reale consisteva nel colpire duramente la popolazione ebraica. Per tale motivo, queste leggi vengono da molti definite semplicemente “leggi antiebraiche”, il cui obiettivo finale risiedeva nell’espellere dall’Italia tutti gli ebrei indistintamente essendo la discriminazione basata su criteri biologici e non religiosi. Così il Governo aveva previsto di addivenire a tale risultato in 10 anni e a tal fine stava predisponendo un progetto di legge14. Molti furono coloro che chiesero alle autorità Vaticane ed, in particolare al Papa, di intervenire per aiutare gli ebrei. Un gruppo di fascisti e di cattolici scrivevano a Pio XI: “desideriamo che il mondo sappia che non siamo dei servi di un tiranno, ma che serviamo un’idea, per il nome di Dio e della Patria. Chi crede o s’illude d’avere in noi dei ciechi strumenti di ogni sua aberrazione, è bene che sappia che noi abbiamo la fierezza di dire no, e di non avanzare oltre le barriere della nostra fede”15. Il giorno dopo l’adozione della disposizione antisemita che escludeva dalle scuole e dalle università studenti e docenti di razza ebraica, Pio XI si pronunciò esplicitamente contro il razzismo e l’antisemitismo da egli stesso considerati entrambi come contrari ad ogni principio di umanità e a quella eguaglianza naturale e sostanziale tra gli uomini.

Il regime aveva però vietato espressamente la pubblicazione su riviste e su giornali cattolici dei discorsi tenuti dal Papa, divergenti o in contrasto con l’indirizzo razziale e antisemita sostenuto dal regime. Ciò nonostante la maggior parte degli intellettuali apprese la notizia relativa alle parole proferite dal Papa a Castelgandolfo16 da riviste cattoliche straniere17. Il testo integrale è riportato ne La Libre Belgique: “a questo punto il Papa non riuscì più a trattenere la sua emozione. Ed è piangendo che egli citò i passi di san Paolo che mettono in luce la nostra discendenza spirituale da Abramo: la promessa è stata fatta ad Abramo e alla sua discendenza. Ascoltate attentamente: Abramo è definito il nostro patriarca, il nostro avo. L'antisemitismo non è compatibile con il sublime pensiero e la realtà evocata in questo testo. L'antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare. Attraverso Cristo e in Cristo noi siamo i discendenti spirituali di Abramo. Tutte le volte che leggo le parole, il sacrificio di nostro padre Abramo, non posso fare a meno di commuovermi profondamente. Non è lecito per i cristiani prendere parte all'antisemitismo. Noi riconosciamo che ognuno ha il diritto all'autodifesa e che può intraprendere le azioni necessarie per salvaguardare gli interessi legittimi. Ma l'antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti”18.

Ma se da un lato si assiste alla forte opposizione di Pio XI, dall’altro il comportamento della Curia Romana risultava piuttosto dialogante. La Segreteria di Stato, dal canto suo, tentava la via della conciliazione nella speranza di ottenere, quanto più possibile provvedimenti favorevoli per gli ebrei in generale ed in particolare, per quelli cattolici. Venne affidato a Tacchi Venturi (che per molti anni fu il tramite nei rapporti intercorrenti fra Santa Sede e Stato fascista) il compito di convincere Mussolini ad utilizzare come criterio discriminatorio non più quello biologico, bensì religioso ponendo così l’attenzione sugli ebrei battezzati e convertiti al cattolicesimo19. Tentativo questo che ebbe scarso successo.

Dopo l’emanazione delle prime leggi antiebraiche, Venturi comunicò a Mussolini il pensiero del Papa: “il Santo Padre come italiano si rattrista veramente di vedere dimenticata tutta una storia di buon senso italiano, per aprire la porta o la finestra ad un’ondata di antisemitismo tedesco”20. Il Capo del governo rispose che l’Italia aveva intrapreso la sua politica razziale non per imitare la Germania e che l’ebraismo è da sempre Stato considerato alla stregua di un nemico da sconfiggere. Tuttavia promise al Papa al fine di appianare i loro sempre più controversi rapporti, l’adozione di provvedimenti meno duri nei confronti di quegli ebrei meritevoli. Pio XI, quindi, confidava che anche per gli ebrei battezzati o convertiti fosse previsto il medesimo trattamento21.

Ad ogni modo, è innegabile che dal momento in cui venne pubblicato il Manifesto i rapporti fra il Duce e il Pontefice andarono man mano peggiorando, sino ad ipotizzare, addirittura, un possibile allontanamento del Papa da Roma ed una nuova elezione di un pontefice straniero22. A tal punto la Chiesa tentò di contrastare le nuove disposizioni legislative discriminatorie adottate dal regime, facendo leva non più su principi di natura ideologica, bensì su quegli strumenti giuridici di cui era in possesso, quali, in particolare, il Diritto canonico in sé e per sé e il Concordato del 1929. Anche questo tentativo risultò quasi fallimentare. Si ottenne sia la possibilità per i bambini ebrei battezzati di frequentare scuole private cattoliche e parificate23, sia la possibilità per le insegnanti ebree battezzate di continuare ad insegnare nelle scuole cattoliche parificate. Tali provvedimenti, però, non riuscirono ad appianare i rapporti intercorrenti fra Mussolini e Pio XI. Rapporti che, anzi, peggiorano notevolmente a causa delle parole espresse da Farinacci a Norimberga, durante lo svolgimento del convegno annuale Nazista, ad un giornale delle Schutz Staffeln.

Parole, queste, che attaccarono duramente il Papa e le idee decisamente antirazziste da quest’ultimo professate. Farinacci dichiarò esplicitamente che Pio XI non era poi così importante: “il Popolo italiano è cattolico e oltre 300 milioni di cattolici del mondo guardano a Roma, perciò noi abbiamo fatto la pace con il Vaticano. Ora quando il Papa ha preso posizione in forma e maniera politica contro il Manifesto fascista sulla razza, io per primo mi sono opposto a lui nel mio giornale. Ogni qual volta il Papa fa dichiarazioni politiche, il nostro Popolo non dà ascolto a lui ma al Duce. La nota dichiarazione del Papa non ha fatto perciò la minima impressione sul nostro Popolo. Una tale confusione sarebbe incomprensibile. Il fascismo realizzerà ognuna delle sue intenzioni, senza badare al Papa”24.

L’intervista del ras di Cremona non fu presa bene né dalla Santa Sede, né tantomeno dal Papa stesso. Nel frattempo in Vaticano pervenivano infinite richieste a Pio XI da parte degli ebrei, colpiti duramente dalla legislazione antisemita, affinché egli si impegnasse per aiutarli. A favore degli ebrei si adoperò notevolmente anche il padre Tacchi Venturi, nonostante la sua spiccata diplomazia nei confronti del regime fascista.

2. La Chiesa in Germania prima dell’Olocausto

Erano molti i vescovi tedeschi non estremamente contrari all’ebraismo. Il cardinale Faulhaber, infatti, affermava che lo stesso Dio, affidando il proprio verbo al Popolo ebraico, sperava nell’esistenza di un’intima e profonda relazione fra ebraismo e Cristianesimo, relazione, questa, che i nazisti volevano distruggere in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo25. Non c’è alcuna prova che possa dimostrare la benevolenza di Faulhaber per il Nazismo, tanto più che egli partecipò attivamente alla formazione dell’enciclica Mit Brennender Sorge, il cui scopo principale consisteva, proprio, nel contrastare e condannare il razzismo26. Se è certamente innegabile che Faulhaber fosse un sostenitore, come del resto tutti i nazisti, del culto sacrale del Sangue e della Terra, è altresì reale che secondo lui tale convinzione non dovesse portare “all’odio verso altri popoli”27.

Teologi come Karl Adam o Joseph Lortz mostravano interesse più per la faccia culturale del movimento nazionalsocialista, piuttosto che per quella razzista in sé e per sé28.

Inoltre, cardinali come Hilfrich di Limburg o Grober di Frinburgo non approvarono mai l’odio antisemita di cui il Nazismo era portatore.

La Chiesa in Germania, dal canto suo, non collaborò alla formazione delle leggi antisemite, sebbene non le abbia mai neanche espressamente condannate. Gli esponenti ecclesiastici, o almeno la maggior parte di essi, condannarono duramente l’odio antisemita di cui il Nazismo era promotore. Condannando le violenze causate dal Terzo Reich Bernard Lichtenberg, sacerdote di Berlino, dichiarò: “prego per i sacerdoti nei campi di concentramento, per gli ebrei, per i non ariani. Conosciamo ciò che è accaduto ieri. Non sappiamo cosa accadrà domani, ma ciò che è accaduto oggi lo abbiamo visto. Fuori di qui la sinagoga sta bruciando. È anch’essa la casa di Dio”29.

Hitler, cattolico di religione e di madre ebrea, si fece presto portatore di un odio antisemita così profondo che nulla c’entrava con il suo credo religioso. Con il passare del tempo si avvicinò sempre di più alle note dei drammi e delle opere di Richard Wagner, improntate sull’antico mito delle origini germaniche30. Quando divenne cancelliere tedesco espresse al cardinale Berning di Osnabruck la sua volontà di eliminare gli ebrei, volendo riuscire la dove era convinto la Chiesa avesse tentato e fallito per anni, pensando, così, di accattivarsi definitivamente la benevolenza di quest’ultima31.

Prima dell’Olocausto erano nate relazioni cordiali e in alcuni casi addirittura amichevoli fra cattolici ed ebrei tedeschi. C’erano però delle eccezioni. Ad esempio, il Muckermann affermò che la dottrina cristiana nasceva non in virtù delle forze ebraiche, ma proprio per opporsi ad esse32. Il sacerdote Coughlin, dal canto suo, sferrò un violento attacco nei confronti della popolazione ebraica: egli era convinto, così come lo era Hitler, che i termini “ebreo” e “comunista” rappresentassero in realtà, espressione del medesimo significato.

Tuttavia, dopo la diffusione dell’enciclica di Pio XI che condannava il razzismo e alla quale avevano partecipato anche molti vescovi tedeschi, i rapporti fra Chiesa e Stato degenerarono33. Pio XI era fortemente intenzionato a chiudere ogni rapporto con Hitler, ma quello che sarebbe stato il suo successore lo dissuase. Pio XII fu l’artefice di molti Concordati, il cui scopo consiste nel tutelare i diritti della Chiesa da eventuali ingerenze da parte di paesi stranieri. Il più importante fra tutti risale al 1933, in virtù del quale la Santa Sede si legava al regime Nazista. Concordato che però, non riuscì mai fino in fondo a contrastare efficacemente la malvagità a cui arrivò il regime nazionalsocialista.

Nessuno, neanche la Santa Sede, fu in grado di immaginare a quali crudeli conseguenze l’odio razziale in generale e antisemita in particolare, avrebbe condotto. Conseguenze che passarono alla storia sotto il tragico nome di Olocausto34, che il Dawidowitz definì come “il collasso di due pilastri della civiltà occidentale, la legge e la religione35”.

3. Antecedenti alla vera e propria ideologia razzista

La dottrina razziale, poggia su dei principi indispensabili. Innanzitutto, considerando il genere umano è facile notare come una razza sia diversa rispetto ad un’altra. La diseguaglianza è tale per stessa legge di natura ed è pertanto la condizione naturale su cui poggia ogni teoria razziale. Ad ogni razza corrisponde un proprio spirito, che rappresenta la sua interiorità che è a sua volta, la controparte di ciò che la razza stessa riesce ad esprimere in virtù delle proprie potenzialità fisiche. La razza è dunque pura quando rimane devota ai suoi tratti primordiali, quindi al suo spirito e alla sua esteriorità36.

“I popoli e le civiltà possono assolvere veramente alla missione ad essi affidata quando essi realizzano nella loro storia i compiti definiti dalla loro razza, cioè quando tendono a fini propri partendo dalla loro natura propria. Ogni mescolanza con razze fisicamente o psichicamente eterogenee significa, per ogni Popolo, un tradimento di fronte al proprio compito e, alla fine, un tramonto”37. Queste parole, tratte da svariate direttive dirette all’insegnamento razziale in Germania, mostrano l’importanza conferita alla purezza razziale di un popolo38.

L’idea razziale vera e propria nascerà con il concetto romantico di nazione39. Nel 1748, Montesquieu parlò di “uno spirito delle nazioni” fonte di ispirazione per ogni legislazione, prende forma da fattori determinati, siano essi il clima, la religione, le consuetudini, gli usi e costumi tipici di ogni Popolo e diversi per ogni razza. Tale concetto venne poi ripreso e sviluppato nell’epoca del romanticismo tedesco con Herder prima, con Fichte poi. Il primo assunse una posizione teologica, parlando dello “spirito delle nazioni” come di “altrettante manifestazioni divine che dall’interno individuano la sostanza dei vari gruppi umani facendone quasi altrettante persone e che scorrendo attraverso le generazioni di un popolo lo connette in una loro unità e in un loro destino”.

A tal proposito, scrive lo Herder che “attraverso le nazioni Dio procede sulla terra”40. La filosofia di Fichte che si rifà allo Herder è una filosofia più idealistica41: “il mondo è teatro di uno sforzo immane dell’Idea di ritrovarsi identica a sé stessa nella natura e nella storia. In ogni dominio abbiamo dunque un grado maggiore o minore di tale corrispondenza, di tale trasparenza o conformità dell’elemento naturale rispetto all’idea che vi si manifesta”42. Se tale concezione viene applicata al piano razziale fa nascere in Fichte stesso il concetto di un “popolo primordiale” distinto dai “popoli derivati” e di un “popolo normale” distinto dai “popoli misti”. Questi concetti si avvicinano a quello vero e proprio di razza pura.

Egli intende per popolo “l’insieme degli uomini che vivono in comune attraverso l’età e si perpetuano fra essi senza adulterazione, fisicamente e moralmente, secondo le leggi particolari dello sviluppo del divino”. Aggiunge: “l’essenza spirituale dell’umanità non ha potuto manifestarsi che rifrangendosi nella gerarchia così varia degli individui e di quelle individualità più grandi, che sono i popoli. Quando un Popolo, dato a sé stesso, si forma e si sviluppa in armonia sia con tale originalità collettiva, che con la propria, allora l’immagine della divinità si forma e si riflette come essa deve in uno specchi e bisogna non aver alcun senso della legge e dell’ordine divino o esserne il nemico giurato per voler calpestare questa norma suprema del mondo spirituale. È nelle qualità nascoste delle nazioni, in quelle di cui esse stesse non hanno coscienza, ma per via delle quali esse comunicano con le sorgenti della vita primordiale, che sta la garanzia della loro dignità presente e futura, delle loro virtù e del loro merito. Se tali qualità sono lese da mescolanze o da adulterazioni, le nazioni si allontanano d’altrettanto dal principio spirituale delle cose e cadono dunque nell’eguaglianza propria ad un livellamento, ove tutto finisce col confondersi in un unico, mutuo crollo”43.

Si iniziano a manifestare così i capisaldi di ciò che sarà l’ideologia razzista: la differenziazione originaria dei popoli, il principio di purezza, la condanna di ogni mescolanza o adulterazione, la virtù e la dignità dei singoli popoli.

Il popolo normale così come descritto da Fitche è proprio quello fedele al proprio tipo originario, primordiale, estraneo ad ogni mescolanza o incrocio, ovvero quel popolo non contaminato ed è appunto quel popolo che egli identifica con la Nazione Tedesca, anticipando fra l’altro, un ulteriore concetto fondamentale del successivo razzismo germanico: “solo il Tedesco non adulterato, cioè l’uomo che ha conservato integralmente le sue forze primordiali, ha un Popolo, ed ha il diritto di contare su di quel Popolo, che, solo, è capace di amare la propria nazione di amore vero e conforme all’idea”.

In Fichte, però se da un lato, si rinvengono idee di stampo palesemente razzista come il concepire conforme ad una legge spirituale originaria la differenza dei popoli e il connettere il privilegio di speciali doti a condizioni di razza e di origine dall’altro, tali spunti vengono capovolti in idee completamente opposte la dove assegna al Popolo tedesco per compito “di realizzare il postulato di un impero unico, di uno Stato intimamente e organicamente omogeneo secondo il principio di una libertà fondata sull’eguaglianza di ogni essere umano”.

Allo stesso modo, le idee razziste di Hegel “che ogni Popolo ha un suo determinato spirito e che questo spirito di un Popolo è determinato in sé e determinato anche dal grado storico del suo sviluppo” spariscono nell’insieme della filosofia hegeliana, ove lo “Spirito della Nazione” trova espressione più alta nello Stato e nel suo capo che non nella razza o nel sangue. L’idea razzista, vera e propria, prenderà, comunque, forma ed inizierà ad avere piena e decisa coscienza di sé solo con il pensiero di de Gobineau44.

4. La teoria della razza secondo il de Gobineau

Il mito razziale si fonda con de Gobineau su una concezione filosofica che descrive l’idea romantica dell’anima, su una visione antropologica che da un lato, delinea le caratteristiche fisiche dell’essere umano e dall’altro, inizia ad accettare come propria la teoria biologica dell’ereditarietà e su una rappresentazione filologica, che infine, studia la comune derivazione del gruppo delle lingue indoeuropee e l’eventualità di una lingua “aria” primordiale, ancora precedente alla loro diversificazione45. Il De Gobineau nell’ambito della sua dottrina razziale, prende in considerazione anzitutto, il problema del declino della razza che egli definisce: “il più palese, ed ad un tempo, il più oscuro dei fenomeni46”.

Egli rimase colpito dalla situazione che trovò in Oriente ove vide da un lato, un lento ed inesorabile declino della Persia e dall’altro, l’immensa grandezza palesata dai monumenti dell’antica civiltà medio-iranica e poi, da quella che colpì la Grecia e infine la stessa Roma. Così tentò di scoprire le motivazioni a causa delle quali tali grandiose civiltà muoiano o decadano47. Così il De Gobineau riconosce una causa unica e valevole per l’esistenza e per la decadenza di tutte le civiltà48 sottolineando inoltre, la differenza fra la rovina di queste ultime e quella degli Stati, sostenendo che “la stessa specie di civiltà persiste talvolta in un paese sotto la dominazione straniera, sfida gli avvenimenti più calamitosi, e altre volte, al contrario, in presenza di sventure mediocri scompare, o si trasforma49”.

Secondo il De Gobineau sul declino di una civiltà non influisce né la presenza né l’assenza di un credo religioso, né i cattivi costumi50, né tanto meno il momento politico. Egli se da un lato, sostiene che una giusta legislazione influisca largamente, sulla pace generale dall’altro, disconosce che un gruppo di individui basi unicamente la sua unità e la sua essenza nello Stato e nelle leggi di quest’ultimo51. Afferma: “noi sappiamo bene che essi resistono anche per lungo tempo pur recando in sé delle affezioni disorganizzatrici, le conseguenze deleterie delle quali si manifestano spesso esternamente, precisamente come negli individui. Se le civiltà e le nazioni dovessero perire per l’imperfezione del loro sistema politico e giuridico, ve ne sarebbero di quelle che non avrebbero sopravvissuto ai primi anni della loro formazione, perché è precisamente e allora che si possono trovare, insieme alla peggiore amministrazione, le più cattive leggi e le meno osservate”52.

L’ordine giuridico risulta certamente malato quando il fondamento su cui è basato viene corrotto, smettendo così di funzionare. Ma ciò non comporta né la rovina di un Popolo né la rovina della sua civiltà. Non altera la purezza di una razza. Così come non l’altera la natura del paese in cui l’uomo si è insediato53: “I paesi non fanno il valore di una nazione, né mai lo faranno. Al contrario, è la nazione che dà, che ha dato e che darà al territorio il suo valore economico, spirituale e politico”54. Infine, neanche la dominazione o la sottomissione di un Popolo ad un altro ha il potere di decidere il destino delle rispettive civiltà: è infatti possibile che il vinto possa diventare più forte, la dove non perisca. Pertanto, Gobineaù descrive nella sua opera la grandezza e lo splendore di un Popolo e della sua civiltà e quello ad esso opposto della loro decadenza o declino, richiamando il principio della razza55.

È proprio quest’ultima che dà vigore e forza, dà la vita o la morte. Quando la razza non ha subito mescolanza di sangue e quindi conserva intatti i suoi caratteri tipici, allora essa è pura e grande. Viceversa, quando il sangue primordiale viene alterato disperdendosi, allora la razza muore, così come muore la sua civiltà56. È, pertanto, causa della decadenza di un Popolo proprio la degenerazione etnica, così come definita dal Gobineau. Degenerazione etnica, alla quale è strettamente collegata l’idea di una naturale diseguaglianza fra gli uomini, quindi, dell’esistenza, indubbia, di una razza superiore, nata per dominare, e di una razza inferiore, nata per sottostare alla dominazione della prima. Ed è proprio la mescolanza del sangue, quindi, causa di degenerazione, quindi, di decadenza57.

Il de Gobineau, poi si spinge ancora oltre, riconoscendo che le razze superiori sono tali per loro stessa natura e quindi, per loro stessa natura sono idonee ad espandersi e a dominare. Ma è proprio a causa di tale dominio, che si corre il rischio prima o poi, di una mescolanza fra gli elementi caratterizzanti la razza superiore con quelli caratterizzanti le razze inferiori.

Nel momento in cui gli elementi tipici delle razze inferiori si uniscono con quelli propri di razze superiori, ne alterano sia il sangue sia la civiltà, la quale dà questo momento in poi entra nel suo percorso decadente58. Il de Gobineau considera l’eguaglianza del genere umano come la legge del meticcio59. Scrive: “per quanto maggiore è il numero di coloro che sentono scorrere nelle loro vene un sangue già misto, questo maggior numero, trasformando in verità universale ed assoluta ciò che per esso è già realtà, affermando che gli uomini sono uguali”60. Continua “Per quanto più un Popolo è composto  di elementi eterogenei, di tanto più esso si compiace nel proclamare che le facoltà più diverse sono possedute o possono essere possedute in egual numero da tutte le parti della specie umana, senza eccezione”61.

La verità, quella che si riferisce all’umanità pura, quindi all’umanità nel suo aspetto primario non è quella dell’uguaglianza fra gli uomini bensì quella del tutto opposta della diseguaglianza naturale fra gli stessi. In virtù di questa stessa verità, il de Gobineau distingue tre tipologie razziali originarie: la razza ario bianca, la gialla e la nera62, ove la razza ario bianca è senz’altro, dominatrice e superiore, la dove le altre due non sono altro che razze infime e inferiori. La razza ario bianca è composta fisicamente da individui biondi, alti e con gli occhi azzurri. Secondo il de Gobineau: “la razza ario bianca possedeva originariamente il monopolio della bellezza, dell’intelligenza e della forza, mentre dalla sua unione con altre varietà sorsero dei meticci belli senza esser forti, forti senza essere intelligenti e altresì né intelligenti né forti”63.

Alla categoria di coloro i quali sono riusciti a preservare il proprio sangue da ogni contaminazione, riuscendo a restare puri, salvandosi dalla decadenza appartengono gli ariani. All’opposto, il Popolo semitico non è altro che un incrocio fra sangue bianco e sangue nero quindi, essendo contaminato è soggetto ad un inesauribile declino.

Il termine ariano, nell’evoluzione della dottrina della razza, appare per la prima volta nel suo vero e più profondo significato nel Saggio sull’ineguaglianza della razza umana64. Per il de Gobineau: “ogni civiltà procede dalla razza bianca, nessuna può esistere senza il concorso di questa razza e una civiltà è grande e splendente proporzionalmente al fatto, che essa conservi per lungo tempo il nobile gruppo che l’ha creata, cioè un gruppo appartenente al ramo più illustre della specie, al ramo ario”65. Egli ha, nella storia della dottrina della razza, l’ulteriore merito di aver ingegnato il “metodo razziale dinamico”66, in forza del quale si individuano e si separano qualità molteplici e differenti fra di loro in ciò che in una determinata civiltà sembrava omogeneo ed unico ,ed è proprio in funzione del comportamento di questi  elementi razziali che si intravedono la grandezza o il declino dei popoli e delle loro civiltà. In virtù di questo stesso metodo inoltre, può capitare sempre rispettando date condizioni, che dalla mescolanza del sangue della razza ariana con un sangue diverso possano derivar doti non del tutto spregevoli.

Difatti, riferendosi alla Roma imperiale, scrive: “non nel senso che essa indichi una varietà umana identica a quella che risulta dalle antiche combinazioni caldaiche e camitiche, ma nel senso che delle moltitudini sparse, con la fortuna di Roma, su tutti i paesi sottomessi ai Cesari, la maggior parte era più o meno macchiata da sangue nero e rappresentava così’ una combinazione non equivalente ma analoga alla fusione semitica”67. Quindi, qualità nere, diffusesi in larga misura ma contenute comunque entro certi limiti e bilanciate da qualità bianche furono fattori essenziali nello sviluppo della Roma imperiale68. Inoltre, egli nella sua opera descrisse il Cristianesimo prima, in maniera del tutto negativa “troppo risentirebbe questa credenza di una religione da schiavi, avvilente perché pacifista e egualitaria e in una parola, indegna delle razze che ancora conservano una qualche scintilla della fiamma aria”69 poi, in maniera positiva essendosi  purificato via via che da semitico divenne romano e infine, da romano in germanico.

Il de Gobineau considerava i Germani antiche razze di puro sangue ariano, le quali però, attratte dal mito di Roma si mescolarono con le razze in essa presenti, comportando così, la decadenza del loro sangue. Ci si avvicina quindi, secondo il de Gobineau, sempre di più verso la democrazia moderna che egli considera vergognosa.

Il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane si conclude difatti, in modo piuttosto pessimistico con la frase: “non si trovano più degli Ariani puri”70.

5. Ulteriori sviluppi alla teoria razziale del de Gobineau

Il de Gobineau professa il mito della supremazia razziale, ed in particolare della razza ariana affermando il principio immanente della diseguaglianza umana come realtà primaria e naturale sostenendo il culto del sangue in cui si originano le caratteristiche innate della razza stessa71. Il merito di un ulteriore e fondamentale passo avanti nell’evoluzione della dottrina razziale spetta a de Lapouge72, il quale seguendo gli insegnamenti di Darwin, tenta di descrivere la questione razziale non più da un punto di vista filosofico, così come accadeva con il de Gobieneau, ma da una prospettiva prettamente biologica, cercando così di ridefinirla e completarla attraverso lo studio delle molteplici componenti razziali caratterizzanti l’intera umanità. Quindi, i componenti della razza ariana sono alti, hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi. Egli, come il de Gobineau, non ha alcun dubbio circa la supremazia e la superiorità di tale razza ed è allo stesso modo, convinto che gli ariani corrano il rischio di scomparire, la dove il loro sangue subisca mescolanze con sangue di razze inferiori.

Ritorna così, anche con il de Lapouge la paura, già precedentemente espressa dal de Gobineau, di un inesauribile e naturale declino dei popoli dominatori.

Il de Lapouge affronta tale problema descrivendo come la selezione naturale agisca in realtà come una selezione a rovescio che non elimina gli elementi inferiori, che anzi evidenzia ma sopprime quelli superiori73. Così, mentre l’opera intera del de Gobineau si limita a studiare sul piano filosofico il declino o la grandezza di un Popolo e della sua civiltà, quella del de Lapouge vuole trovare una soluzione. A tal fine, egli vuole sostituire ad una selezione naturale a rovescio, pertanto deleteria e distruttiva, una selezione costruttiva, che grazie anche all’intervento umano sia idonea a tutelare gli elementi antropologici puri74. Egli se da un lato, vuole ostacolare, sino al punto di eliminare la presenza di elementi inferiori dall’altro, vuole moltiplicare la nascita e lo sviluppo degli elementi razziali puri75.

Gli studi effettuati dal de Lapouge sembrano ricordare alcuni pensieri della filosofia di Nietzche che non può essere certamente considerata razzista ma che riporta indubbiamente almeno in alcuni punti, alle premesse di tale ideologia. Pensieri che si rifanno alla cosiddetta religione Nietzschiana della vita. Quando Nietzsche parla di “inversione dei valori” si riferisce a quei valori dell’odio e del rancore, a quei valori che sostenuti dai più deboli, da sempre tentarono di mortificare la vita stessa, esaltando tutto quello che umilia e deprime l’istinto, a quei valori che hanno deteriorato, passo dopo passo, le fondamenta su cui poggiava il superuomo e il diritto di quest’ultimo alla dominazione. Nietzsche intende lottare per ristabilire il giusto ordine delle cose e intende farlo utilizzando il criterio biologico. Se a ciò si aggiunge la considerazione nietzschiana del super uomo quale conquistatore e dominatore, allora è innegabile una correlazione fra la filosofia nietzschiana e quella tipica razzista76.

Ulteriori contributi allo sviluppo di quest’ultima, sono dati dal Wilser e dal Lange. Il primo considera il Popolo tedesco quale legittimo erede della pura razza ariana che non è quindi, del tutto scomparsa. Ed è proprio in tale razza che egli identifica l’idea del super uomo potere sul mondo, aderendo così ai fondamenti della dottrina pangermanista77. Il secondo invece, affronta la problematica religiosa. Egli vorrebbe sostituire il Cristianesimo con un nuovo credo religioso basato, quest’ultimo, su vedute intimamente e profondamente biologiche e razziste.

Il principio sacro del Cristianesimo in virtù del quale tutti gli uomini sono figli di Dio non riuscirà mai a fare decadere il culto del sangue, che illumina la razza superiore ariana78, non riuscirà a dare libero sfogo a decadenza e a incroci fra sangue superiore e sangue inferiore. Pertanto, secondo il Lange, alla base della decadenza di un Popolo e della sua civiltà si trova da un lato, il principio democratico, il quale professando i diritti immortali dell’essere umano non disegna i miscugli e la conseguente nascita di meticci e dall’altro, una cattiva interpretazione della dimensione religiosa. Egli vede nella pura razza ariana l’unica in grado di dominare su tutte le altre, è infatti l’unica in possesso delle virtù, entrambe fondamentali e decisive del sangue e dell’onore e all’opposto, vede nell’ebreo: “un Popolo parassita, condotto dai suoi istinti ambiziosi e cupidi a lavorare per la pace eterna, poiché in tale regime non incontrerebbe più nessuno ostacolo per l’opera di disgregazione che esso sviluppa sul corpo vivente alle nazioni”79.

6. La dottrina razziale del Chamberlain

Un altro grande contributo all’evoluzione del mito razziale lo dà il Chamberlain. Diversamente da quanto sostenuto dalla maggior parte dei razzisti, egli sostiene che la razza ariana se da un lato, è certamente da considerarsi la razza superiore per eccellenza, dall’altro, tale superiorità non è innata bensì acquisita80. Questa superiorità si raggiunge attraverso cinque passaggi naturali. In primo luogo, la razza in questione deve possedere in sé elementi razziali perfetti e straordinari. A tal proposito, egli scrive nel suo libro81: “se qualcuno mi domanda donde vengano tali materiali, risponderò che non ne so nulla e che nulla ne saprei quand’anche fossi il più grande degli scienziati. Vi è una sola cosa che si possa affermare senza abbandonare il terreno dell’osservazione storica: un alto grado di eccellenza non viene in piena luce che a poco a poco, grazie a speciali circostanze, e quando la superiorità è costretta ad affermarsi. La lotta per la vita si incarica di confermare la forza, eliminando gli elementi deboli”82. Ma se ciò è certamente necessario non risulta di per sé sufficiente, essendo indispensabile anche una continua conservazione della purezza di tali elementi e non solo. A ciò deve inoltre, aggiungersi ciò che gli esperti definiscono “allevamento selezionato”83. Scrive: “questa legge si rende chiara non appena si studiano i principi dell’allevamento artificiale in botanica e in zoologia. Una volta conosciuti i miracoli compiuti dalla selezione, si constaterà l’efficacia dello stesso fenomeno nella specie umana, per quanto non con la stessa chiarezza”84.

Il Chamberlain inoltre, sostiene che il formarsi delle razze superiori non possa prescindere mai da una “mescolanza del sangue”85. Mescolanza che per funzionare deve rispettare determinate condizioni: “l’incrocio di razze molto diverse non contribuisce a formare una razza nobile che quando esso si produca raramente, e ad esso faccia seguito una selezione rigorosa in seno alla razza risultante, senza nuove adulterazioni. In genere, l’incrocio non riesce che quando è effettuato fra parenti prossimi, fra rappresentanti di uno stesso tipo primordiale”86. Così il concetto della purezza razziale, così come delineato dal Chamberlain, appare non del tutto definito. Egli, infatti se da un lato, professa quale principio generale del razzismo un rapporto di dipendenza fra un dato sangue e date doti morali: “quegli uomini, che con il loro sangue non hanno ereditato un dato ideale, non sono né morali, né immorali, ma semplicemente amorali. Stanno di qua del bene e del male, come dal bello e dal brutto. Il singolo non può crearsi un ideale di vita e una legge morale da sé. Tutto ciò ha consistenza solo se gli è congenito87” dall’altro, afferma che la nazione è il luogo dove avviene la formazione della razza e che al suo interno si attuano determinate mescolanze, siano esse produttive e non.

Sostiene inoltre, che la condizione migliore si ha quando lo Stato protegge gli elementi puri e nobili da ogni possibile miscuglio, permettendo in tal modo, la creazione di una razza compatta e affine. Se così non avviene si assisterà alla decadenza della razza medesima. Per il Chamberlain quindi, anche il concetto di razza pura è poco definito. L’unica cosa certa è che identifica tale concetto con la popolazione germanica. Solo quest’ultima possiede, nello stesso tempo e in egual misura, le doti della conoscenza, della civilizzazione e della spiritualità. La dove per conoscenza si intende la scienza, per civilizzazione l’istituzione e l’organizzazione di un ordinamento sociale, per spiritualità qualsiasi espressione della cultura, ivi compresa l’espressione di una dimensione morale e religiosa.

Chamberlain introduce il tema della fedeltà tedesca: “è certo che se si vuole spiegare la grandezza storica del Germano, con una sola parola, bisogna nominare la sua fedeltà. Essa costituisce il punto centrale dal quale si può abbracciare la sua personalità tutta intera88”. La fedeltà germanica, differentemente da quella posseduta dalle altre razze, si arricchisce di un valore in più: essa ha per caratteristica propria la libertà. Il Chamberlain sostiene che questa libertà non è un diritto di tutti, anzi è un diritto solo per quelle razze superiori, che possono arrogarsene in quanto in possesso di doti particolari, prima fra tutte la cosiddetta “forza organizzatrice” consistente nella idoneità alla formazione di Stati. Solo chi è in grado di fare questo è degno di essere libero. Questa è una prerogativa propriamente ariana e poi anche germanica: “il Negro e il cane servono il loro padrone, qualunque esso sia: è la morale del debole o di chi è nato schiavo. Il Germano si sceglie il suo padrone, e la sua fedeltà è dunque verso sé stesso: è la morale dell’uomo nato libero89”. Solo i germanici posseggono il dominio della conoscenza, prodotto di determinate doti caratterizzanti la loro razza e solo la loro razza. Doti pertanto, assenti in tutte le altre.

Anche sotto il profilo spirituale l’individuo germanico presenta due aspetti caratteristici: l’umanismo e il misticismo. La dove per umanismo si intende la facoltà di un razza superiore, quale è quella germanica, di riconoscere ed esaltare ciò che è particolare e individuale e per misticismo la volontà di considerare la religione come una esperienza intima ed interna. Chamberlain al fine di incentivare maggiormente l’opposizione fra Ari e ebrei si spinge sino al punto di identificare la figura di Gesù, in quella di un “ario biondo” Scrive: “non vi è il minimo motivo per ammettere che i genitori di Gesù Cristo siano stati di razza ebraica90”.

Egli è convinto che il Cristianesimo ebbe in origine, caratteri ariani perché solo questi ultimi sono in grado di capirlo e professarlo nella sua purezza91. Compito questo che non potrebbe mai essere attribuito ad una razza infima ed inferiore, quale quella giudea. Razza di cui il Chamberlain scrive: “gli ebrei sarebbero dei bastardi: un miscuglio fra Semiti e Siriaci. Che vi sia veramente una lega segreta avente come fine consapevolmente perseguito la distruzione materiale, spirituale e morale degli Indoeuropei e con essi della loro civiltà, non lo so: io che credo che il semplice istinto di questo irrefrenabile demone della decadenza umana, istinto coltivato da millenni, sia all’uopo sufficiente”92.

La concezione di Chamberlain si estrinseca nella visione di due potenze in lotta per il dominio del mondo: da un lato, ci sono i germanici ariani, razza suprema per eccellenza, dall’altro, gli ebrei. Se questi ultimi riuscissero a dominare la razza germanica si assisterebbe alla fine di ogni civiltà. Così, scrive il Chamberlain: “la Germania non chiede altro che la libertà di dare ciò di cui è capace per potersi porre indiscutibilmente alla testa di tutti i popoli, poiché solo allora sarà in grado di realizzare la sua destinazione divina”93.

7. Sviluppi pratici della dottrina razziale: la questione ebraica

Gli spunti antisemiti, così come raccontati dai promotori della dottrina razziale, nelle forme attuali di razzismo hanno assunto un carattere sempre più preciso e specifico. Essi non sono altro che aspetti consequenziali e applicativi della teoria della razza stessa e della sua evoluzione: traggono da essa quindi, i loro principi94. Dal punto di vista etnico, bisogna partire dalla considerazione che gli Ebrei non costituiscono una razza in senso proprio ma solo un “Popolo” e per la precisione, un “Popolo” di meticci95 che è però, uno dei popoli più razzisti che siano mai esistiti. La ragione di ciò risiede nella loro forza formatrice esercitata, da un’idea e da una tradizione.

James Darmesterer scrisse: “l’Ebreo è Stato formato, per non dire fabbricato, dai suoi libri e dai suoi riti. Come Adamo è uscito dalle mani di Jeova, così egli è uscito dalle mani dei suoi rabbini. È la legge, la Torah, che ha creato il tipo ebraico e l’unità ebraica: questa Legge nell’Ebreo sostituisce la patria, la terra, la nazione, lo stesso sangue: questa Legge ha reagito su di un originario miscuglio razziale caotico e detritico, gli ha imposto una forma, vi ha elaborato istinti e attitudini di uno speciale tipo, che attraverso i secoli doveva divenire ereditario96”.

Ed è proprio questa stessa legge che ha rafforzato e caratterizzato il modo di essere e l’istinto ebraico nei rapporti soprattutto, con i non Ebrei. Il fronte ario e razzista considera l’Ebreo, e l’ebraismo, come una forza distruttrice per ogni diversa razza e civiltà. L’origine dell’ebraismo alla stregua di un pericolo distruttivo e deleterio per ogni forma di civiltà, la si rinviene proprio nel suo crollo e nella conseguente, dispersione nel mondo. A tal proposito, sostiene il Guenon che i rapporti fra l’ebreo e la propria tradizione sono diversi rispetto a quelli intercorrenti fra un qualsiasi appartenente ad un’altra razza e la propria tradizione. Infatti il non ebreo è sostenuto da una serie di fattori, quali la terra, il sangue, la patria. Viceversa, nell’ebreo, questi fattori vengono meno a causa di una Legge religiosa e solo religiosa. Ciò fa si che automaticamente, l’Ebreo diviene forza disgregatrice e distruttiva97.

Il Wolf, descrive l’ebreo come il principio stesso dell’anti-razza, dell’anti-tradizione e dell’anti-cultura, il quale avrebbe immesso nei vari popoli, a partire da quello romano, il mito di per sé decadente e deleterio della snazionalizzazione, dell’universalismo, dell’internazionalismo della cultura98.

In più, così come sostenuto dal Gunther e dal Clauss, nell’ebreo viene del tutto a mancare quel dualismo fra corpo e spirito. Qui il corpo è concepito prettamente ed unicamente come carne. Di conseguenza un popolo, che affonda le sue radici nella sola materialità, agisce per rovinare tutto quello a cui egli non è riuscito ad arrivare. Ed è anche e soprattutto, sotto questo aspetto, che il Popolo ebraico si è sempre manifestato, ossia attraverso un’azione distruttiva e degradante di ogni valore supremo99. Poi, non bisogna dimenticare da un lato, la loro antica certezza di dominare il mondo, derivante proprio da quei temi enunciati dalla loro stessa legge, come: “Israele è il popolo eletto, destinato al dominio su tutte le genti, le terre, le ricchezze del mondo, tale, che a lui tutti i regni dovranno obbedire. Il Signore ti metterà a capo, e non in coda: e non sarai giammai se non al disopra e mai al disotto”100 e ancora: “divora tutti i popoli che il Signore tuo ti dirà: l’occhio tuo non li risparmi e non servire all’Iddio loro101. E il regno e il potere e la grandezza dei regni, che sono sotto tutti i cieli, sarà dato al popolo dei Santi dell’Altissimo: il regno di essi sarà un regno eterno e tutti gli imperi gli serviranno e gli obbediranno102. Voi siete chiamati dell’Iddio nostro, voi vi ciberete dei beni delle genti e vi farete magnifici della loro gloria”103. Dall’altro, si deve considerare il momento in cui Israele cessò di esistere come potenza politica, il popolo venne identificato come l’ultimo dei popoli e quelle certezze di un dominio universale trasformate in sete di vendetta nei confronti di tutti i non-Ebrei104. In un testo della loro legge si legge: “dovunque gli Ebrei si stabiliscano, bisogna che si facciano padroni, e finchè non conseguano l’assoluto dominio, bisogna che si considerino esiliati e prigionieri”105.

Qui si vede un ulteriore dimostrazione del loro innato istinto e della loro innata morale distruttiva e disgregatrice nei confronti dei non ebrei. “in una monarchia, gli ebrei saranno repubblicani, in una repubblica conservatrice, saranno socialisti, in una repubblica socialista saranno comunisti. Tutto ciò fa lo stesso, purchè essi distruggano quel che esiste. Essi resteranno antisociali finchè la società conserverà un resto di base non ebraica106”. Persevera quindi, negli ebrei ancora la stessa idea, quell’idea dell’illegittimità di ogni sistema che non sia quello del promesso dominio universale del loro popolo, un’idea istintiva, un’idea che sussiste automaticamente, un idea che è l’origine stessa del popolo ebraico.

Infine, bisogna considerare anche un diverso punto di vista che parte dalla considerazione che la promessa ebraica del dominio universale era concepiti, più che in termini religiosi, in termini di ricchezza: “il tuo Dio ti vuole ricco e Tu presterai denaro e molti popoli ma non ne prenderai in prestito da nessuno”107. Così, è tipicamente ebraico anche la divinificazione del denaro e della ricchezza, la trasformazione del tempio in banca, l’usuraio con il nome di Dio in bocca, l’ideologia umanitaria e pacifista al servizio del materialismo.

Materialismo vuoto, il cui unico fine è l’arricchirsi a scapito di altri108. Tipicamente ebraica è quindi, una economia senza spirito e una finanza senza anima109. Alla luce di queste stesse teorie, gli antisemiti estremisti tendono a considerare che l’azione sovvertitrice degli ebrei a discapito dei non ebrei, non sia frutto di un piano predefinito ma che sia al contrario, frutto di un istinto incontrollabile, di un modo di essere inarrestabile. Perciò non bisogna odiarli, ma bisogna prendere le misure idonee e necessarie a limitarne e, ove possibile, neutralizzarne l’azione deleteria e distruttrice110.

L’antisemitismo vede inoltre, perseverare l’antica solidarietà ebraica cementata dalla doppia morale tanto che scrive il Fritsch: “la comunità ebraica ha meno i caratteri di una comunità religiosa che non quelli di una congiura sociale: e gli Stati ari, ignorando quella doppia morale, e non difendendosi, concedendo inconsideratamente agli ebrei uguali diritti come se essi seguissero la loro stessa morale, si pongono virtualmente in una condizione di inferiorità, riducendosi fra le mani della razza straniera, del Popolo ospitato. Consapevoli di ciò, bisogna reagire, per due vie: morale l’una, politica l’altra111”.

Ciò comporta il compimento di un ulteriore passo. Gli antisemiti arrivano così, alla considerazione che nessun rapporto può sussistere tra un ebreo ed un ario. Sono due razze opposte, l’una priva di onore e lealtà, agisce con l’inganno e il denaro per dominare il mondo, l’altra sincera e leale, preferisce morire piuttosto che porre in essere azioni disonorevoli. È quindi assurdo pensare che Ebrei e Ari debbano sottostare a leggi uguali.

Questa è la base su cui nasce quell’azione, propriamente politica, ossia l’adozione di quelle misure da parte di vari Stati aderenti alle tesi razziste antisemite, idonee a togliere prima, gli ebrei dai posti di comando della vita politica, economica e intellettuale poi, a bandire l’ebreo dalle cariche pubbliche e a limitarne la rappresentanza in ciascuna delle professioni112. Fritsch scrive: “l’ebreo è pericoloso non solo economicamente, ma anche spiritualmente ed economicamente. Dalla legge rabbinica l’ebreo è legato ad uno Stato particolare che abbraccia tutti gli ebrei del mondo. Gli è dunque impossibile essere sinceramente membro di un altro Stato. Ogni popolo che tenga alla propria libertà e al proprio onore e intenda difendersi di fronte ad ogni menomazione del suo diritto e ad ogni degenerazione morale, nel futuro non potrà più tollerare gli ebrei nel suo seno. Dove se ne debbono andare allora? Questo è affar loro. Certo non dove contadini e artigiani sarebbero da essi costretti ad abbandonare le loro case e i loro beni. Del resto, essi posseggono abbastanza denaro per comprarsi una intera parte del mondo, sia in Australia sia in Africa. Là potranno vivere indisturbati secondo i loro costumi e mostrare al mondo che con la loro forza sanno creare una civiltà. A noi, l’abolizione della emancipazione degli ebrei si impone”113.

8. Delinquere legalmente nel Terzo Reich

La scienza criminologica dagli anni Cinquanta in poi, ha concepito e formulato una dottrina capace di spiegare il significato nascosto dietro una qualsiasi condotta che invada la dimensione criminale, nonostante conservi un minimo sentimento di rispetto e di osservanza delle più basilari norme giuridiche e morali, la dove il caso lo consideri doveroso. Tale teoria è conosciuta sotto il nome di “teoria della neutralizzazione del crimine”114. Essa mostra come sia estremamente difficoltoso ammettere l’esistenza dei criminali per nascita e o per indole, in particolar modo nell’ambito del Nazionalsocialismo che di per sé professa una società rigidamente gerarchizzata.

Un contributo fondamentale nell’indagine criminale si deve al Matza. Egli mostrò come la pseudocultura esistente in un gruppo di chiara indole criminale non si allontani poi tanto dal novero dei principi e dei valori cui la generalità concorda e aderisce. Si può arrivare a considerare il criminale neutralizzatore come colui che eleva le proprie ragioni e motivazioni ad un rango di valori assoluti generalmente appoggiati e approvati, e lo fa mutando e sostituendo il loro reale significato con un altro, ben diverso ed efficace alla realizzazione di un comportamento riconosciuto degno di essere attuato. Egli si spinge ancora oltre, fornendo giustificazioni e motivazioni a sostegno di tale comportamento, non propriamente conforme a quelli solitamente ammessi e sostenuti dalla società. Il Matza nel suo Delinquency and drift si occupa della relazione intercorrente fra legge e neutralizzazione: “dal momento che nelle leggi le condizioni sono specificate, la neutralizzazione è non solo possibile ma è invitata. La legge in ambito criminale riconosce e stabilisce i principi basilari sotto i quali un attore potrebbe invocare l’esenzione (dalla pena e dalla colpa). La legge contiene in sé i semi della sua stessa neutralizzazione”115.

La propaganda e la legislazione invasero il Terzo Reich di uno spirito profondamente delinquenziale116, ove i valori e i principi sostenuti dalla collettività erano riservati unicamente ad un’elite e non alla generalità. Così veniva sancita la possibilità di porre in essere condotte criminali, dissimulate però sotto giustificazioni ideologiche, patriottiche e addirittura legali. Il criminale neutralizzatore non deve allontanarsi poi tanto dal contesto in cui vive, essendo sufficiente trarre proprio da questo le giustificazioni a sostegno del suo crimine. Nell’ambito del Terzo Reich, la giustificazione per l’attuazione e l’esecuzione di ordini criminali è da ricercarsi all’origine, in particolare nel riconoscere e distinguere la categoria della vittima da quella del carnefice, e in quel senso di intimo e profondo benessere derivante dal totale asservimento alla legge117.

Il crimine Nazista può essere descritto come il frutto derivante dal compimento di molteplici azioni conseguenti e fra loro collegate, dell’espressione di tanti assensi ad un disegno unitario, a sua volta rivelazione di un ordine approvato e contemplato da un insieme di individui.

La sentenza pronunciata dal Tribunale di Norimberga nel 1946 che condannò le S.S.118, accusava queste ultime di essere parte di una “organizzazione criminale” finalizzata a porre in essere azioni criminali atte a mietere un gran numero di vittime. L’organizzazione sebbene giudicata colpevole dalla Corte era perfettamente legale nello Stato Nazionalsocialista. Infatti azioni e condotte possono essere considerate criminali alla luce del diritto universale, ma perfettamente legittime nell’ambito di quello particolare. Così il Terzo Reich rappresentava la realizzazione pratica della teoria del Matza inerente alla legalizzazione del crimine e all’attuazione di un metodo idoneo a normalizzare atti e condotte usualmente biasimate e condannate.

La coscienza colpevole dei componenti dell’organizzazione fu rinvenuta nella volontà di farne parte e di restarvi: “le SS furono impegnate per scopi che, secondo lo Statuto di questa Corte, erano criminali e cioè: persecuzione e sterminio degli Ebrei, atrocità e omicidi nei campi di concentramento, abusi all’amministrazione dei territori occupati, attuazione del programma di lavori forzati nonché maltrattamenti e uccisioni di prigionieri di guerra. La Corte dichiara criminale a norma dello statuto, il gruppo composto dalle persone che furono ufficialmente accolte nelle SS. in qualità di membri, secondo l’elencazione del capoverso precedente, in quanto aderirono all’organizzazione e vi rimasero nonostante comprendessero che la stessa veniva impiegata per azioni che secondo l’articolo 6 dello statuto della Corte sono dichiarate criminali o in quanto presero parte personalmente, come appartenenti all’organizzazione, all’esecuzione dei predetti crimini”119. Seguendo lo stesso procedimento logico e con le medesime motivazioni, la Corte condannò la Gestapo e il Servizio di sicurezza (SD), entrambi giudicati colpevoli di aver diretto e coordinato attivamente il crimine Nazista.

Secondo la giurisprudenza il termine crimine e il termine reato non rappresentano l’espressione del medesimo significato, essendo anzi fra di loro estremamente e profondamente discordanti. Si riferiscono a condotte completamente divergenti per punibilità e portata. Il primo, inteso nella sua accezione morale, rappresenta un’azione disdicevole e inammissibile per la coscienza del singolo, sebbene non sanzionabile. Il secondo invece è sempre punibile ex lege120. Ci si trova a dover fronteggiare la lotta fra ordine e coscienza, quindi rispettivamente fra reato e crimine, quando nell’ambito del Nazionalsocialismo, il termine Recht richiamava di fatto la parola Reich nel suo più autentico e profondo significato di unione fra popolo, Führer e terra e quando giusto e legittimo era solo ciò che veniva considerato aderente alla legge in generale, alla volontà del Führer .in particolare, nel totale rispetto dei cinque beni cui l’ordinamento era tenuto a preservare e tutelare.
Il Frank, presidente dell’Accademia del Diritto Germanico e Ministro del Reich, nella conferenza del 3 aprile 1936, descriveva il nuovo cammino che solo il diritto germanico era capace di percorrere: “la dottrina sostanziale del legislatore nazionalsocialista annovera cinque grandi compiti d’ordinamento giuridico: razza, terra, Stato, onore nazionale e lavoro nazionale”121.

9. Delinquere legalmente per molto, ma non per tutti

Di fronte a tale meccanismo volto a normalizzare e a legalizzare la nozione di crimine, non si può prescindere dalla costatazione che se la discriminazione e l’estromissione erano atti dovuti e ordinati a chiunque entrasse in contatto con gli Ebrei o con qualsiasi altro individuo in contrasto con l’indirizzo sostenuto e professato dal Nazionalsocialismo, l’esercizio della condotta cruenta, crudele e feroce era concessa dalla legge solo agli appartenenti ad un gruppo determinato e organizzato dal Partito stesso. Questo il terreno preparatorio alla nascita e all’evoluzione delle Schutzstaff., considerate come il punto culminante del movimento Ariano Nazionalsocialista.

Durante il suo discorso del 1935, Himmler esprime tale idea: “il nostro quarto articolo di fede è la virtù all’obbedienza. L’obbedienza che deriva incondizionatamente dal massimo del volontarismo, dal servizio che rendiamo alla nostra ideologia, pronta a fare qualsiasi sacrificio sia di orgoglio e di onori esteriori che di tutto ciò che personalmente ci è caro, l’obbedienza che non ha mai esitazioni ma esegue invece incondizionatamente ogni ordine che venga dal Fuhrer o dai superiori, l’obbedienza che in tempo di lotta politica, quando il desiderio di libertà crede di doversi ribellare, tace, che non muove un dito quando è proibito muoversi pur essendo tutti i sensi vigili e l’attenzione tesa al massimo verso il nemico; che obbedisce incondizionatamente e va all’attacco, anche se un giorno dovesse credere nel suo intimo di non poter riuscire”122.

Alla luce del Nazionalsocialismo, il perfetto cittadino, osservando ed eseguendo i compiti, pone in essere crimini ma mai reati, perché mai considerati tali dal suo ordinamento giuridico.

Questo congegno di motivazioni e di giustificazioni, conseguenza diretta e naturale della naturalizzazione e ancora di più della legalizzazione di azioni usualmente considerate indegne di essere realizzate, dà vita a quelli che il Matza definisce i “cinque passi” che il criminale deve percorrere per poter discolpare la propria condotta. Ove con il termine criminale ci si riferisce non ad un delinquente spietato e assetato di sangue, quanto piuttosto ad uno spietato e cinico calcolatore il cui scopo consiste nel far accettare alla società comportamenti normalmente inaccettabili.

Si parte dalla pura e semplice negazione della responsabilità: “non volevo farlo”: Ed è proprio sotto questa luce che vanno interpretate le parole pronunciate dall’Altifuldisch, tenente delle S.S., nello svolgimento del processo agli aguzzini di Mauthausen celebrato a Dachau nel 1946: “le responsabilità non possono essere individuate partendo dalle diverse funzioni amministrative: tutti i capi, sotto il controllo del comandante Ziereis, impartivano ordini a tutti i gregari”123.

Si passa poi alla mera smentita del danno provocato: “non intendevo fare del male a nessuno”. A dimostrazione inconfutabile di quanto sostenuto dal Matza, si devono prendere in considerazione le righe del Frank scritte in un giornale tedesco: “è legittimo ciò che giova al Popolo, illegittimo ciò che lo danneggia”124.

Si arriva sino al reale disconoscimento della vittima stessa: “mi hanno portato fino a questo punto”: Svariati passi inerenti ad una conferenza del Frank avente ad oggetto il diritto tedesco, possono essere interpretati secondo questa prospettiva: “la Germania ha affrontato il problema giudaico in tutte le forme del diritto e delle garanzie legali. Soltanto chi ha studiato sul posto questo problema giudaico, può comprendere come questa restaurazione del concetto di popoli fosse assolutamente necessaria in Germania. Ben altrimenti che in altri paesi d’Europa, una certa specie di Ebrei credeva di poter già trattare il Popolo germanico come materiale del bolscevismo mondiale”125.

Immancabile è poi la condanna di chi accusa: “ce l’hanno con me”. Questa fu la linea di difesa del Frank durante il processo di Norimberga: “ogni eventuale colpa commessa nel nostro paese è stata completamente cancellata non solo dalla condotta dei nostri nemici del tempo di guerra verso la nazione e i suoi soldati, argomento accuratamente escluso dal processo in corso, ma anche dai terribili crimini di massa della specie più spaventosa, come ho appreso di recente, che sono stati e vengono tuttora perpetrati contro i tedeschi da russi, polacchi e cechi. Chi giudicherà questi crimini contro il Popolo tedesco”126.

E l’appello a dimensioni più elevate: “non l’ho fatto per me”; “gli ordini sono ordini”, ed in quanto imposti da un’autorità individuata e legittimamente accettata “gli ordini non si discutono”. In questa luce va interpretato lo scritto del von Meinstein: “il soldato tedesco deve rendersi conto della necessità di punire duramente l’ebraismo, ispiratore del terrore bolscevico. Solo così potremo stroncare sul nascere congiure e rivolte ispirate agli Ebrei”127.

Tali concetti illuminano l’ambito criminale, che pezzo dopo pezzo viene smantellato, la dove propaganda e legislazione influenzano e condizionano largamente l’anima dell’intera popolazione, sino a trasformarla completamente. Quando un gruppo di persone unite da interessi, principi e valori comuni, viene innalzato non solo semanticamente ma anche e soprattutto giuridicamente a livello comunitario ne consegue un rispetto e un’osservanza totale nei riguardi dell’autorità128. Ciò perché si è convinti che assecondare chi agisce per la tutela del bene comune sia l’unica scelta da adottare129. La manovra gerarchizzata e legalizzata attuata nel Terzo Reich, creava in coloro che agivano a compimento dei vari procedimenti atti alla realizzazione dello sterminio, una sorta di senso di appagamento e di benessere derivante dall’adempimento della legge stessa. In possibili momenti di analisi di coscienza poi, gli artefici del crimine più grande della storia giustificavano le proprie azioni descrivendosi quali vittime di forze provenienti dall’esterno.

Tale atteggiamento è comprovato dall’analisi attuata dal Pareto riguardante quel bisogno umano naturale, necessario e primario di giustificare e motivare le proprie condotte ed i frutti da queste derivanti. Tale considerazione viene ampiamente esaminata in I sistemi socialisti pubblicato nel 1901, ove si sottolinea come la giustificazione di un atto non trovi il suo fondamento nell’atto stesso, ma nelle capacità più o meno accentuate del suo responsabile di razionalizzarne e di spiegare i motivi e le cause che ne hanno originato l’attuazione130: “molto spesso l’esistenza di questo fenomeno oggettivo è velato dalle nostre passioni e dai nostri pregiudizi, e la percezione che ne abbiamo differisce notevolmente dalla realtà. In genere, bisogna distinguere il fenomeno oggettivo concreto dalla forma sotto la quale il nostro spirito lo percepisce, forma che costituisce un altro fenomeno che si può dire soggettivo. Le fonti delle illusioni che gli uomini si fanno quanto ai motivi che determinano le loro azioni sono molteplici, una delle principali sta nel fatto che un grandissimo numero di azioni umane sono la conseguenza del ragionamento. Queste azioni sono puramente istintive, ma l’uomo che le compie prova un sentimento di piacere nel dare ad esse, del resto arbitrariamente, delle cause logiche. Egli in genere non è molto esigente sulla qualità di questa logica e si contenta molto facilmente di una sembianza di ragionamento, ma ne starebbe male se dovesse farne a meno”131.

Questa concezione sostenuta dal Pareto trova la sua ragione d’essere in un regime giuridico e politico, in cui è l’autorità stessa a sostenere e dirigere gli umani comportamenti conferendo loro stimoli fondati sulla ragione e sul sentimento. Così prospettata tale analisi potrebbe riguardare anche il Terzo Reich, in cui la legislazione unita all’esercizio della propaganda concedeva giustificazione e motivazioni anche ai comportamenti difficilmente sostenuti da razionalità e logicità. Comportamenti però suffragati e sorretti dalla necessità primaria di agire ad ogni costo e con ogni mezzo per il Patrio bene, come si evince chiaramente dallo scritto dello Streicher132, in cui si intersecano principi giuridici e semplici slogan: “l’’ebreo è colpevole del rogo di Berlino, dei crimini del bolscevismo, dei crimini dell’agitazione marxista. La Germania non sarà mai in pace finché l’ultimo di questi colpevoli non sarà trovato e punito”.

10.  Delitti contro l’umanità: tra dottrine politiche, diritto e criminologia

I crimini contro l’umanità in generale, il genocidio in particolare, sinonimo quest’ultimo di milioni di vite spezzate dal Nazionalsocialismo e dal suo crudele disegno di sterminio, attuato soprattutto contro i Rom, i Sinti e gli Ebrei, si identifica in una specie di macro struttura a cui il Terzo Reich diede origine. Il Tribunale di Norimberga lo dichiarò il reato fra i reati, in violazione dello stesso diritto naturale. Esso è inoltre caratterizzato dalla più alta connotazione politica. Ove per connotazione politica si intende qualsiasi cosa riguardante il coesistere collettivo, atto ad una comune interpretazione del mondo. Il Crimine contro l’umanità è parte della più ampia categoria del crimine di guerra, ma differentemente da quest’ultimo si inserisce in contesto di pace ed è rivolto a popolazioni civili133.

Ai sensi dell’articolo 6 dello Statuto del Tribunale di Norimberga, sono considerati crimini contro l’umanità “l’assassinio, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione e altri atti inumani commessi contro la popolazione civile prima o durante la guerra, persecuzioni per motivi politici, razziali, religiosi quando queste costituiscano o no violazioni delle leggi interne dello Stato nel quale sono compiute, siano state seguite da crimini che rientrano nella competenza del tribunale o in connessione con essi”. Nell’ enunciato così come formulato dalla Corte, risulta evidente come quest’ultima si soffermi sulla circostanza che tali condotte siano in realtà legate all’impianto normativo tipico della Nazione imputata. Si sostiene però un vero e proprio diritto di intromissione nella sovranità degli Stati, attribuito sulla base del diritto universalmente riconosciuto della tutela dell’esistenza umana.

Il genocidio non è e non può mai essere considerato una mera riorganizzazione degli interessi statali tramite l’eliminazione della libertà di pensiero o di coloro che esprimono interessi divergenti da quelli professati dal sistema vigente. Il genocidio contempla un piano che spingendosi oltre i limiti nazionali, dà vita all’immagine del “nemico assoluto”, individuato, determinato, preciso e da eliminare ovunque e con ogni mezzo .Esso è la realizzazione pratica della concezione darwiniana, elitistica e dello Stato etico, quest’ultimo inteso come ciò che è necessario al perdurare dello Stato stesso.

Nel genocidio la forte connotazione politica ed ideologica si presenta come massima espressione della cultura elitistica, quest’ultima intesa quale appartenenza ad un gruppo di individui superiori idonei al comando supremo134, di quella iniziatica, sinonimo di simbolo di estrema ed eterna fedeltà135, e infine di quella opportunistica, consistente nell’individuazione di un nemico comune da combattere per salvaguardare il bene superiore della Comunità.

Il genocidio è il peggiore dei crimini, sostenuto dall’autorità sino al punto di essere da questa stessa legittimato e tramutato in svariate leggi, rispondenti all’unico scopo di rendere accettabile se non addirittura condivisibile il principio della rimozione fisica del nemico. Per raggiungere questo risultato risulta inevitabile l’attuazione di una propaganda indirizzata alla graduale e progressiva intensificazione dell’idea di razza e della disuguaglianza fra gli esseri umani136, sino ad ammettere che il diverso è inaccettabile.

Nelle ideologie politiche il concretizzarsi di un ideale razziale si unisce sempre al recupero del legame fra terra, popolo e ideali, capace di destare il più autentico e puro spirito Nazionalista A ciò si devono tutte quelle dottrine razziali che iniziavano già dall’ “Ottocento romantico”137 a prendere vita. Il de Gobineau con il suo Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane segnò l’inizio dell’evoluzione della cultura razziale. Successivamente il Chamberlain indurì maggiormente la visione razziale delle politiche. Il Poliakov definì il pensiero di quest’ultimo come una sorta di “esaltazione polemica e illustrazione del germanesimo” che ne caratterizzano gli scritti138.

La propaganda accentuò e intensificò il concetto di unione fra territorio, popolo e Ideale. Così come sostenuto dal Fuhrer svariate volte, il Nazionalismo tramutò in realtà concreata idee e ideali già vivi, portandoli all’esasperazione e legandoli indissolubilmente al concetto di vivere, lavorare e sopravvivere. E spingendosi ancora oltre, riconobbe praticamente e avallò una netta discriminazione del genere umano, che diveniva sinonimo di una realtà razzialmente determinata e non più generalmente considerata139.

Nella conferenza di Roma il 3 aprile del 1936, il Frank, ministro del Reich, raccontò il cammino da percorrere per riuscire a distinguere la categoria di cittadino da quella di mero componente di un Popolo. Concedendo a quest’ultimo la possibilità e la capacità di influire sul futuro della Comunità140. Tale visione nazificata e razzista comportava però l’esistenza di un punto in comune in tutti gli aspetti del diritto, in cui il bene supremo risiedeva nella tutela e nella conservazione della Comunità del Terzo Reich.

A salvagurdia di tale patrimonio supremo, vennero rese lecite anche forme di tutela incompatibili con l’idea di Stato di diritto. Così si ebbe un sistema giuridico retto dai principi della delazione, del colpevole senza delitto, della carcerazione preventiva, della presunzione di colpevolezza, del giudizio plurimo sul medesimo reato, dell’ampliamento della condanna alla pena di morte, del reato di opinione e della retroattività della pena di morte141. Il Frank esplicitava nelle sue parole, gli intenti punitivi della legge del 24 novembre del 1933 contro i delinquenti abituali, e mostrava come l’applicazione della stessa aveva dato la possibilità al Partito nazionalsocialista di perseguitare sistematicamente interi gruppi definiti, ex lege, pericolosi per la stessa comunità142, in modo da colpire al cuore la delinquenza professionale. La ratio di questa legge fu quella di esasperare gli animi dei cittadini suscitando una sorta di timore e di sospetto nei confronti dell’altro, di diffidenza reciproca nei confronti della popolazione.

A questo si affiancò un indagine filosofica del diritto. Per Rosenberg, uno fra i più importanti ideologi politici del Nazionalsocialismo, il diritto era prevalentemente una forma di autodifesa di un gruppo dinanzi ad un’aggressione: in questo si concretizzava il diritto volkisch, in una forma di appartenenza per sangue al suolo del Terzo Reich143. Nella propria opera fece comparire la legge come conseguenza dell’istinto umano in risposta ad un attacco. Egli rappresentò nel proprio scritto il diritto nazionalsocialista come una progressiva unione nelle norme di tutela di un gruppo della libertà di difesa individuale: “Il diritto, a dispetto dei suoi attacchi metafisici, è nato dunque dalla legittima difesa: in primo luogo, come semplice lotta per la sopravvivenza per difendere la libertà esterna, per poi servire certi valori di carattere. L’attacco contro l’onore dell’individuo diviene il punto di partenza di una difesa personale”144.

Tale visione dava fondamento giuridico e allo stesso tempo ideologico al diritto razzista del Terzo Reich, dal momento che la propaganda parlava di una stirpe germanica assediata da attacchi politici e razziali progettati e perpetrati dagli Ebrei a danno del Partito nazionalsocialista.

Recibido el 30 de noviembre de 2014 y aceptado el 12 de febrero de 2015.

* Prof.ssa Gaia Pinto, docente a contratto, Cattedra di Diritto Ecclesiastico, Diritto canonico, Storia del Diritto Canonico. Dipartimento di Economia e Giurisprudenza, Università degli Studi di Cassino, Italia.

1 Il Papa disse importanti parole sul razzismo agli studenti di Propaganda Fide. Così è scritto in una nota della Segreteria di Stato: “egli precisava alcuni punti di dottrina cattolica, confutava alcune affermazioni razziste; spiegava in che senso si poteva parlare di razze diverse e accennava alla conseguenze dolorose a cui avrebbe portato la politica razzistica, praticata su larga scala e non intesa soltanto a salvaguardare gli interessi imperiali evitando pericolosi incroci e imbastardimenti”. Cfr. ASV-AES, Italia, 1054, 738, p. 22.

2 Ibidem.

3 Cfr. ASV-AES. Italia, 1054, 728, p. 46.

4 Ibidem.

5 Scriveva il Nunzio: “circa gli ebrei mostravo la mia preoccupazione perché in Germania si seguitano a colpire come ebrei i convertiti battezzati, che perciò sono usciti dal loro Popolo, in Italia, invece, ove esiste il Concordato, non si sarebbe potuto impedire il matrimonio tra un ebreo convertito e un cattolico”. Il Ministro ripose: “il razzismo italiano non si ispira a quello tedesco, ma vuole semplicemente regolare, con opportune leggi, le relazioni fra bianchi e neri nel nuovo Impero, ed in questa occasione regolare la questione degli ebrei”. Ibidem.

6 Ibidem, 728, 55.

7 Cfr. G. Sale, Il Novecento fra genocidi, paure e speranze, Jaka Book, Milano, 2006.

8 Alcune associazione ebraiche inviarono al Papa i propri ringraziamenti. In particolare L’alliance Istraelite universelle dichiarò a Pio XI la propria riconoscenza per: “l’ammirabile energia con la quale condannò, nell’udienza agli alunni del collegio di Propaganda Fide le teorie razziste, come false, inumane, empie e gravide di conseguenze detestabili”. Cfr. ASV-AES, Italia, 1054, 730, p. 46.

9 Ibidem, 731, 8.

10 Cfr. G. Sale, Fascismo e Vaticano prima della Conciliazione, Jaca Book, Milano, 2007, p. 54.

11 Cfr. ASV-AES, Italia, 1054, 730, p. 19.

12 Cfr. P. Scoppola-F. Traniello, I cattolici fra fascismo e democrazia, il Mulino, Bologna, 1975; G. Rossini, Il movimento cattolico nel periodo fascista, Cinque lune, Roma, 1966; M. Casella, L’Azione Cattolica nell’Italia contemporanea, Roma, 1919-1969; “L’Azione Cattolica al tempo di Pio XI e Pio XII (1922-58)”, in Dizionario storico del movimento in Italia, Milano, 1982; G. Sale, Fascismo e Vaticano prima della Conciliazione, Jaca Book, Milano, 2007.

13 Cfr. S. Colarizi, La seconda guerra mondiale e la Repubblica, in Storia dell’Italia contemporanea, Utet, Torino, 1996.

14 Cfr. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2000.

15 Cfr. ASV-AES, 1054, 730, p. 23. La lettera porta la data del 2 agosto del 1938. In essa si legge: “Beatissimo Padre, Spediamo a V.S. copia della lettera che inviamo al Duce, per testimoniarvi filialmente quali sono i veri sentimenti dei veri italiani. Se credete potete farla pubblicare, come nostra protesta alle intemperanze verbali e diplomatiche del Duce. Desideriamo che il mondo sappia che non siamo dei servi di un tiranno, ma che serviamo un’idea, per il nome di Dio e della Patria. Chi crede o s’illude d’avere in noi dei ciechi strumenti di ogni sua aberrazione, è bene che sappia che noi abbiamo la fierezza di dire no, e di non avanzare oltre le barriere della nostra Fede. A chi crede d’essere riuscito ad abbindolarci, diciamo innanzi al mondo: no! E con questo mostriamo che l’Italia non è al bando della civiltà e Vi baciamo con immutata fedeltà il sacro Piede. Firmata: “I fascisti d’Italia, figli vostri e figli della Chiesa Cattolica Apostolica Romana”. Cfr. G. Sale, Le leggi razziali in Italia e il Vaticano, op. cit., p. 199.

16 Il Papa si trasferì a Castelgandolfo il 30 aprile 1938, tre giorni prima dell’arrivo a Roma di Hitler, e vi rimase fino al 29 ottobre. Ritornò in Vaticano per la festa di Cristo Re Cfr. ASV-AES; Italia, 1063, 755, 88.

17 Cfr. E. Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa, Einaudi, Torino, 2007, p. 182.

18 Le parole di Papa Pio XI sono riportate su La Libre Belgique (rivista cattolica belga) del 14 settembre 1938. Il giornale vaticano intitolato l’Osservatorio, pubblicò il discorso del Papa censurando la parte riguardante il problema ebraico. La Civiltà Cattolica non ne fece proprio parola. Ibidem.

19 Si legge in una nota della Segreteria di Stato dell’8 settembre 1939, la comunicazione da parte della Santa Sede al p. Tacchi Venturi di battersi, in particolar modo, per gli ebrei battezzati o cattolici. Si legge: “non sarebbe equo che, indipendentemente dall’origine, gli ebrei convertiti che hanno contratto in precedenza un matrimonio misto ai sensi del diritto canonico fossero considerati cattolici e non già sempre e comunque ebrei sol perché tali erano i loro genitori?”. Cfr. ASV-AES, 1054, 727, p. 30.

20 Cfr. ASV-AES, Italia, 1054, 727, p. 45. Precedentemente, il p. Tacchi Venturi aveva messo a conoscenza il duce della circostanza che “il Santo Padre per notizie e informazioni purtroppo attendibili è molto preoccupato che questo aspetto o parvenza di antisemitismo che si dà alle disposizioni prese in Italia contro gli ebrei, non abbia a provocare da parte degli ebrei di tutto il mondo delle rappresaglie forse non insensibili all’Italia”. Ibidem, p. 46.

21 Ibidem. Si legge: “Per queste considerazioni il Santo Padre confida che le norme per discriminare gli ebrei nello Stato italiano non vengano applicate a quelli fra essi che ricevettero il battesimo”. Ibidem.

22 Ibidem, 730, 36.

23 Ibidem, 732, 53.

24 Ibidem, 731, 46.

25 Cfr. S. Friedlander, La Germania Nazista e gli ebrei, Vol. 1: Gli anni della persecuzione, 1933-1939, Garzanti libri.

26 Cfr. T. S. Hamerow, On the Road to the Wolf s Lair: German Resistance to Hitler, Harvard University Press, Cambridge, MA, 1997, p. 140.

27 Cfr. R. A. Krieg, C. S. C., Karl Adam: Catholicism in German culture, University of Notre Dame Press, Notre Dame, Ind., 1992.

28 Cfr. G. Lewy, The Catholic Church and Nazy Germany, McGraw Hill, New York, 1964, p. 131, (trad. It. I nazisti e la Chiesa, Milano, il Saggiatore, 1965).

29 Cfr. J. Remak, The Nazi Years, Englewood Cliffs, NJ, Prentice-Hall, 1969, pp. 9-10.

30 Cfr. A. T. Davies, Antisemitism and the Christian Mind, New York, Herder, 1969, p. 59.

31 Cfr. L. Baerwald a Faulhaber, München, 4 marzo 1939, Bistumsarchiv München (BAM), 6281.

32 Cfr. C. R. Gallagher, Patriot Bishop: The Public Career of Archbishop Joseph R. Hurley, 1937-1967, tesi di dottorato, Marquette University, 1997, p. 140. Cfr. anche L. Dinnerstein, Antisemitism in the United States, 1918-1945, in Remembering for the Future, Oxford, Pergamon, 1988, vol. 1, p. 321.

33 Cfr. H. Hurten, Zeugnis und Widerstand. Zur Interpretatione des Verhaltens der Katolischen Kirche im Deutschland Hitlers, in Widerstand, a cura di Steinbach, Koln, Berend von Nottbeck, 1987, pp. 144-162.

34 Cfr. R. Hilberg, Perpetrators, Victims, Bystanders, New York, HarperCollins, 1992, pp. 260-261, (trad. it. Carnefici, vittime, spettatori: la persecuzione degli ebrei, 1933-1945, Milano, Mondadori, 1994).

35 Cfr. L. S. Dawidowitz, The War against the Jews, Praeger, New York, 1976, p. 15.

36 Cfr. J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. 1: I Primordi, p. 19, a cura di P. Di Vona, Ar, Milano, 1937-1942.

37 Ibidem.

38 Secondo una delle teorie a cui è attribuito maggior credito, il termine razza, derivando dalla parola radis, è sinonimo del termine stirpe. Conseguentemente, sia stirpe che razza identificano il ceppo d’origine, grazie al quale è possibile creare esseri umani identici a sé stessi.: Woltmann: “la razza è un’unità vivente di individui di comune origine, con uguali caratteristiche, corporee e spirituali”; Gunther: “la razza rappresenta un gruppo umano che, per la connessione di caratteristiche fisiche e doti psichiche ad esso proprie, si distingue da ogni altro gruppo umano e genera elementi sempre simili a sé stessi”; Topinars: “la razza è un tipo ereditario”. Ibidem, p. 149.

39 Ibidem.

40 Ibidem. Su un piano non diverso da quello utilizzato da Herder, si svolsero quelle determinazioni e quelle opposizioni che dettero vita originariamente al concetto di ario. Sia il Pott che il Bopp trassero essenzialmente da studi filologici le loro ipotesi circa la comune origine delle civiltà indoeuropee e circa l’opposizione di essa a quelle semitiche. Dalle loro ricerche risultò l’esistenza di una comune lingua indogermanica o aria originaria e di una corrispondente comune mitologia. Da qui l’ipotesi di una razza originaria indogermanica portatrice di tale lingua e di tale mitologia Secondo il Muller, la primordiale razza aria sarebbe esistita in una certo tempo, in un certo luogo corrispondente ad una determinato posto dell’Asia centrale. Cfr. A. F. Pott, Saggio sull’ineguaglianza delle Razza Umane; F. Bopp, Grammatica Comparata del sanscrito, dello Zendo, del Latino, Lituano, Gotico e Tedesco.

41 Ibidem, p. 23.

42 Ibidem.

43 Ibidem.

44 Ibidem, p 25.

45 Cfr. J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. 2: La Dottrina del Conte de Gobineau, a cura di P. Di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 27.

46 Ibidem, p. 28.

47 Ibidem, p. 28.

48 Ibidem.

49 Ibidem.

50 Circa il primo punto, egli ricorda che per esempio l’Impero Persiano, Tiro, Cartagine, la Giudea e l’antico Messico conservavano la loro convinzione nazionale sino al giorno della loro morte. Per quanto riguarda i costumi, egli dichiara che essi in un popolo presentano svariate e usuali incertezze, le quali ben poco influiscono sull’andamento di una civiltà.

51 Ibidem.

52 Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

53 Cfr. J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. 2: La Dottrina del conte de Gobineau, a cura di P. Di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 29.

54 Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

55 Cfr. J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. II: La Dottrina del conte de Gobineau, a cura di P. Di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 29.

56 Ibidem, p. 30.

57 Ibidem.

58 Ibidem.

59 Ibidem.

60 Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

61 Ibidem.

62 Cfr. J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. 2: La Dottrina del conte de Gobineau, a cura di P. Di Vona, Ar, Milano, 1937-1942. La razza nera è considerata dal de Gobineau “come infima: dalla fronte stretta e sfuggente, essa porta nel suo cranio l’impronta di energie potenti. Ma a queste energie non corrisponde un dominio intellettuale. Onde il negro è caratterizzato da un desiderio e da una volontà spesso temibile. Nell’avidità stessa per le sensazioni che egli prova, si ha il segno più evidente della sua inferiorità. A ciò si aggiunge una instabilità di umore e di sentimenti, una ottusa indifferenza sia per la vita propria che per quella degli altri”. Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi 1853-1855. “Una viltà che si rifugia nella morte o una impassibilità mostruosa”. Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap. 2: La Dottrina del conte de Gobineau, a cura di P Di Vona, Ar, 1937-1942. “La razza gialla si presenta come l’antitesi di quella nera: il cranio, invece di sfuggire all’indietro, si porta avanti. La fronte larga e ossuta, spesso sporgente, è sviluppata in alto e il volto non presenta nessuna di quelle protuberanze grossolane, che caratterizzano il negro. Poco vigore fisico, e disposizione all’apatia. Desideri deboli, una volontà più ostinata che estrema. In ogni cosa, tendenza alla mediocrità, amore per ciò che è utile, rispetto di ogni regola. L’uomo giallo non sogna, non gusta le astrazioni. Inventa poco, ma ha la capacità di apprezzare e di adottare tutto ciò che può garantire un ordine sicuro di vita, essi rappresentano il tipo di una di quelle piccole borghesie, che ogni civilizzatore desidererebbe avere come base per la sua società”. Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855; J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. 2: La Dottrina del conte de Gobineau, a cura di P. di Vona, Ar, 1937-1942. Secondo il de Gobineau inoltre “la superiorità della razza bianca sta nel completo dominio dell’intelligenza come energia riflessa, dominio che si associa ad una minore veemenza e immediatezza delle sensazioni. Lo spirito pratico nei bianchi ha un significato più elevato, più coraggioso, più ideale che non presso i gialli. Ad una gioia per la lotta e la conquista si associa in essi un istinto straordinario per l’ordine, un gusto pronunciato per la libertà, e infine, il culto dell’onore. Questo concetto dell’onore si fonde con l’essenza stessa della forza civilizzatrice e sarebbe cosa sconosciuta tanto ai gialli che ai neri”. Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

63 Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

64 Il de Gobineau ritiene che la radice ar di arya derivi dalla parola tedesca ehre, il cui significato è onore, oppure da quella irlandese air che significa onorare, al fine di dimostrare e confermare l’appartenenza del concetto stesso di onore alla pura razza bianca. Si spinge ancora oltre, richiamando la parola greca aristos, che implica di per sè l’idea di superiorità, quella latina herus e quella tedesca herr, tutte richiamanti il concetto di signore, padrone, condottiero, al fine di identificare la razza ariana come razza di signori supremi. Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap 2: La Dottrina del conte de Gobineau, cura di P. di Vona, Ar, 1937-1942.

65 Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

66 Cfr. J. Evola, Il Mito del Sangue, cap. 2: La Dottrina del conte de Gobineau, a cura di P. Di Vona, Ar, 1937-1942,p. 33.

67 Ibidem.

68 Ibidem.

69 Cfr. A. de Gobineau, Essai sur l’inégalité des Races humaines, voll. 4, Firmin Didot, Parigi, 1853-1855.

70 Ibidem.

71 Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap. 3: Sviluppi, a cura di P. di Vona, Ar, 1937-1942, p. 36.

72 Ibidem.

73 Ibidem, p. 37.

74 Ibidem.

75 Ed è questa la concezione che sostiene l’hitlerismo, il quale ritrova proprio nel programma di stampo selezionista professato da de Lapouge il suo stesso ed imprescindibile principio della sterilizzazione di tutti gli individui considerati pericolosi per la razza. Ibidem, p. 38.

76 Ibidem, p. 38.

77 Ibidem, p. 39.

78 Ibidem.

79 Ciò su cui si fonda il razzismo ariano è il mito del Sangue e dell’Onore. Nel 1948 il Lange istituisce il Deutschbund, ossia un gruppo professante e sostenitore dell’idee ispiratrici il movimento pangermanista. Gruppo che venera e innalza l’autentico spirito del popolo della Nazione Germanica, il cui scopo reale consiste nell’identificare elementi razziali puri e non stravolti, o meglio una pura razza bianca ariana. Scrive: “non abbiamo il dovere di fortificare coscientemente ciò che per buona fortuna abbiamo salvato dall’influenza cristiana e verso cui un umpulso innato sospinge ognuno di noi: il valore guerriero”. Ibidem, p.40-41.

80 Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap. IV: Le Vedute del Chamberlain, a cura di P. di Vona, Ar, 1937-1942, p. 48.

81 Cfr. H. S. Chamberlain, Die Grundlagen des 19. Jahrhunderts, München, 1937.

82 Ibidem.

83 Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap. IV: Le Vedute del Chamberlain, a cura di P. di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 48.

84 Cfr. H. S. Chamberlain, Die Grundlagen des 19. Jahrhunderts, München, 1937.

85 Ibidem.

86 Ibidem, p. 49.

87 Ibidem.

88 Ibidem.

89 Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap. IV: Le Vedute del Chamberlain, a cura di P. di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 51.

90 Cfr. H. S. Chamberlain, Die Grundlagen des 19. Jahrhunderts, München, 1937.

91 “Gesù viene dalla Galilea, regione devastata dalle guerre assire, poi restaurata da gruppi di coloni biondi venuti dal Nord e già purificata dagli ultimi residui ebraici assai prima della nascita di Gesù. E al ceppo di quei coloni che sarebbe appartenuto Gesù”. Ibidem, p. 52.

92 Cfr. H. S. Chamberlain, Die Grundlagen des 19. Jahrhunderts, München, 1937. (L’espressione “demone della decadenza umana” per l’ebraismo è di Richard Wagner).

93 Ibidem.

94 Cfr. J. Evola, il Mito del Sangue, cap. IX: Razzismo e antisemitismo, a cura di P. di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 113.

95 I Semiti, dei quali gli Ebrei sono parte, già con il de Gobineau venivano considerati come meticci, frutto di un miscuglio fra la razza bianca e quella nera. Oggi invece si è propensi a vederli come il prodotto di un incrocio fra la razza desertica e quella levantina. Inoltre, nel particolare caso degli Ebrei, tale mescolanza sarebbe maggiormente influenzata da ulteriori componenti razziali. Già, nella Bibbia si può leggere che sette popoli avrebbero partecipato alla formazione del sangue ebraico. Nel periodo della Diaspora altri residui ancora, rimasti dalla decadenza etnica e spirituale mediterranea, si confusero nell’Ebraismo. Ibidem, p. 113.

96 Ibidem, p. 114.

97 Ibidem.

98 Ibidem, p. 115.

99 Ibidem.

100 Cfr. 5, Mosè, 28-12-13.

101 Cfr. 5, Mosè, 7, 16.

102 Cfr. Daniele, 7, 27.

103 Idem, 61, 6.

104 Lo sviluppo della legge ebraica palese in modo evidente questo odio: “che significa Har Sinai, cioè Monte Sinai? Vuol dire il monte dal quale si è irradiato Sina, cioè l’odio contro i popoli del mondo”, “Voi Israeliti siete chiamati uomini, mentre le nazioni del mondo non sono da chiamarsi uomini ma bestiame”, “la progenie di uno straniero è come la progenie di un animale, “il migliore fra i non Ebrei uccidilo”, “che gli apostati perdano ogni speranza, che i Nazzareni e i Cristiani periscano di colpo, siano cancellati dal Libro della vita e non siano contati fra i giusti”. Ibidem, p. 116.

105 Cfr. il Talmud ebraico. Il Talmud è uno dei testi sacri dell’ Ebraismo, il quale lo considera come discussione orale e trasmissione della Torah.

106 Ibidem, p. 117.

107 Ibidem, p. 119.

108 Cfr J. Evola, il Mito del Sangue, cap. IX: Razzismo e antisemitismo, a cura di P. di Vona, Ar, Milano, 1937-1942, p. 118.

109 Ibidem.

110 Ibidem, p. 120.

111 Ibidem.

112 Il Manuale della questione ebraica di Fritsch si chiude con frasi caratteristiche: “l’ebreo è pericoloso non solo economicamente, ma anche spiritualmente e moralmente. Dalla legge rabbinica l’Ebreo è legato ad uno Stato particolare, che abbraccia tutti gli ebrei del mondo. Gli è dunque impossibile essere sinceramente membro di un altro Stato. Ogni Popolo che tenga alla propria dignità ed al proprio onore e intenda difendersi di fronte ad ogni menomazione del suo diritto e ad ogni degenerazione morale, nel futuro non potrà più tollerare gli ebrei nel suo seno. A noi, l’abolizione dell’emancipazione degli ebrei si impone”.

113 Cfr. T. Fritsch, Handbuch der Judenfrage, Hammer Verlag, Leipzig, 1932.

114 Cfr. F. P. Williams e M. D. McShane, Devianza e Criminalità, il Mulino, Bologna, 1999, pp. 185-188.

115 Cfr. D. Matza, Delinquency and drift, John Wiley & sons, New York, 1964, p. 61.

116 “C’è una sottocultura della delinquenza, ma non è una sottocultura delinquenziale... è in qualche argomento differente da quella socialmente accettata, ma non è necessariamente estranea a questa”. Con queste righe il Matza spiega come i valori che vengono richiamati dal delinquente eguaglino nella forma quelli tipici dell’uomo comune, essendo però nella sostanza profondamente diversi. Ibidem, p. 33.

117 Cfr. Andrea Devoto, La tirannia psicologica, Sansoni, Firenze, 1960, pp. 103-121.

118 Cfr. T. Telford, Anatomia dei processi di Norimberga, Rizzoli, Milano, 1996, pp. 121-131.

119 Alla sentenza di condanna dell’organizzazione delle SS pronunciata presso il tribunale di Norimberga. Cfr R. Schnabel, Il disonore dell’uomo, Lerici, Milano, 1996, p. 306.

120 Cfr. G. Forti, L’immane concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, Cortina, Milano, 2000, pp. 51-52.

121 Cfr. H. Frank, Il nuovo indirizzo del diritto germanico, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, Roma, 1936, p. 7.

122 Ibidem.

123 Cfr.L & V. Pappalettera, La parole agli aguzzini, CDE, Milano, 1986, p. 85.

124 Cfr. H. Frank, Recht is mehr als Justiz, articolo che si legge nel giornale tedesco Volkischer Beobachter del 26/03/1939.

125 Cfr. H. Frank, Il nuovo indirizzo del diritto germanico, op. cit., p. 6.

126 Cfr. T. Talford, Anatomia dei processi di Norimberga, Rizzoli, Milano, 1996, p. 579.

127 Ibidem.

128 Cfr. C. Schmitt, op. cit., pp. 50 e ss.

129 Cfr. Ian Kersgaw, Hitler e l’enigma del consenso, Laterza, Roma-Bari, 2001, pp. 130-137.

130 Cfr. V. Pareto, I sistemi socialisti, ed. a cura di G. Busino, Utet, Torino, 1974, pp. 136.

131Ibidem, pp. 141.

132 Cfr. Der Sturmer, parole scritte da Streicher in un articolo pubblicato sul n. 10, del 1933.

133 Cfr. F. de Fontette, Il processo di Norimberga, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp. 57 e ss.

134 Cfr. E. Conte e C. Essner, Culti di sangue, in Antropologia del Nazismo, Carocci, Roma, 2004, cap. III.

135 Cfr. R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano, 1992; C. R. Browning, Uomini comuni, cap. 6-7, Einaudi, Torino, 1999.

136 Cfr. A. Bienati, Mass media e criminalità: tra Paideia e spettacolarizzazione, ne La televisione del crimine, a cura di G. Forti, M. Bertolino, Vita e Pensiero, Milano, 2005, pp. 619-634.

137 Cfr. H. Fenske, Il pensiero politico contemporaneo, il Mulino, Bologna, 2001, pp. 145-156.

138 Cfr. L. Poliakov, Il mito ariano, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 356 e ss.

139 Cfr. W. Laqueur, La Repubblica di Weimar, Vita e morte di una società permissiva, Rizzoli, Milano, 1977.

140 Cfr. H. Frank, Il nuovo indirizzo del diritto germanico, op. cit., p. 6.

141 Cfr. A. Bienati, Dall’inchiostro al sangue, op. cit., cap. 2.

142 Cfr, H. Frank, Il nuovo corso del diritto germanico, op. cit., p. 11.

143 Cfr. M. Weinreich, I professori di Hitler, il Saggiatore, Milano, 2003, pp. 53 e ss.

144 Cfr. A. Rosenberg, Le Mythe du XXe siècle, bilan des combats culturels et spirituels de notre temps, Avalon, Parigi, 1986, p. 530.


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